Ursus Wehrli l’artista svizzero del “vedo cose faccio ordine”

Ursus Wehrli l'artista svizzero del "vedo cose faccio ordine".

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Contro l’apatia, l’indifferenza politica ed il fatalismo, Pyotr Pavlensky inchioda il suo scroto a terra nella Piazza Rossa

Pyotr Pavlensky è nato a San Pietroburgo ed ha studiato arte murale al St. Petersburg Academy Arte e Industria .
Pavlensky non è estraneo al dolore o manifestazioni pubbliche di auto-mutilazione .
Nel luglio dello scorso anno, ha cucito le sue labbra per protestare contro l’arresto di due membri del gruppo femminista di protesta punk rock Pussy Riot .
Lo scorso maggio, si è avvolto in un bozzolo di filo spinato davanti dell’Assemblea legislativa di San Pietroburgo. Ha chiamato la performances “Carcassa” ed è rimasto rannicchiato nel bozzolo fino a quando la polizia lo ha tirato fuori tagliando il bozzolo con le cesoie. Pavlensky ha definito la sua performances come la rappresentazione de “l’esistenza di una persona all’interno un sistema repressivo”.

Domenica scorsa infine all’ora di pranzo, nella “Giornata della Polizia” il ventinovenne artista, dopo essersi spogliato, ha inchiodato lo scroto sul selciato della Piazza Rossa a Mosca per protestare contro il governo russo. Durante tutta la performances Pavlensky è rimasto calmo e non è stato notato nessuno spargimento di sangue. La performances è stata interrotta quando un ufficiale di polizia ha avvolto Pavlensky con quello che sembrava essere una coperta bianca o un lenzuolo, ed infine avviato l’artista ad una clinica medica. Una volta medicato è stato arrestato e rischia fino a 15 giorni di carcere per teppismo.

“La performance può essere visto come una metafora dell’apatia, dell’indifferenza e del fatalismo della società russa contemporanea,” ha detto Pavlensky in una dichiarazione. “Mentre il governo trasforma il paese in una grande prigione, rubando al popolo e utilizzando i soldi per accrescere ed arricchire l’apparato di polizia e delle altre strutture repressive, la società permette tutto questo, dimenticando le sue prerogative ed accelerando il trionfo dello stato di polizia con la proria inerzia”.

L’intellettuale russo Kirill Serebrennikov ha scritto sulla sua pagina Facebook che la performance è stata un “potente gesto di disperazione assoluta”.
Numerosi video della manifestazione stanno circolando in Internet quello che vi propongo rappresenta graficamente la performances.

L’interactive street art di Ernest Zacharevic

Arte di strada creativa con elementi interattivi tridimensionali dell’artista Ernest Zacharevic.
A Penang, in Malesia, dipinti murali sono stati combinati con: biciclette, sedie, motocicli e altri oggetti familiari.
Le persone vengono incoraggiate a giocare con l’arte e scattare foto che sono una nuova creazione esse stesse.
Nessun significato fisso e dato per sempre.
L’opera d’arte è aperta a interpretazioni, ri-creazioni e nuove narrazioni.
Si tratta di arte di strada al meglio, quando l’arte cessa di essere opera individuale compiuta e diventa nuovo punto di partenza per l’immaginario collettivo.

Hat tip Toxel.com

Carla Accardi artista

nata a Trapani

Carla Accardi (Trapani, 9 ottobre 1924) è una artista italiana, che con la sua pittura ha contribuito dal 1945 all’affermazione dell’astrattismo in Italia.

Artista tra le più originali dell’arte del secondo dopoguerra italiano. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, nel 1947, aderendo al formalismo, è stata co-fondatrice, con Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli, Sanfilippo (che sposò nel 1949) e Turcato, dell’avanguardia artistica detta Gruppo Forma 1 di ispirazione marxista.
Avendo scelto il non-figurativo, nel 1954 crea dei lavori “autorigenerativi”, in cui dei segni bianchi si collocano su fondi neri, al fine di creare un'”antinomia spaziale”.

Nel 1977 partecipa alla Cooperarte, insieme agli artisti Getulio Alviani, Carmelo Cappello, Gianni Colombo, Antonio D’Agostino, Emilio Isgrò, Carlo Nangeroni, Mario Nigro, Luca Patella, Achille Perilli, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Giulio Turcato e Nanda Vigo. La Coopertarte era una cooperativa di artisti “che cercava di esplorare nuove forme di rapporto e di confronto con il pubblico”. La prima mostra di questa esperienza si tenne al Centro Allende La Spezia il 26 febbraio 1977. La Cooperarte ha edito una cartella di 14 grafiche numerate da 1 a 100.
Nel 1996 è nominata membro dell’Accademia di Brera e nel 1997, fa parte della Commissione per la Biennale di Venezia, nel ruolo di consigliere.
Sue opere sono presenti nella Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma (GNAM) (SALA 19: “Evoluzione e approdi dell’arte Astratta”: Composizione, 1950, acrilico su tela), nella Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, al MUSMA (MUseo di Scultura contemporanea-MAtera) al Museo del Novecento di Milano e a La Salerniana di Erice.
Nel 1999 è stato pubblicato il Catalogo ragionato di Carla Accardi (Carla Accardi. Catalogo ragionato. Edizioni Charta srl, Testi di Germano Celant. Milano, 1999).

È presente alla Biennale di Venezia nel 1964 e nel 1988 con una sala personale, e nel 1995 partecipa alla mostra The Italian Metamorphosis al Guggenheim Museum di New York. Nel 1998 la sua città natale le ha dedicato una mostra antologica, “Carla Accardi: Opere 1947 – 1997”, a cura di Claudio Cerritelli, Renato Alongi e Vitalba Liotti e promossa dall’Associazione Officina.

da Wikipedia

Friedensreich Hundertwasser l’uomo dei sogni

Friedensreich Hundertwasser era nato il 15 dicembre 1928 e morì il 19 febbraio 2000 in un luogo imprecisato della Nuova Zelanda.
E’ stato uno dei più grandi pittori austriaci, e sicuramente il più noto artista austriaco contemporaneo.
Personalità controversa, anticipatore dei concetti di bioarchitettura, il suo vero nome era Friedrich Stowasser, modificò il suo nome nell’arco degli anni, trasformandolo in base alle caratteristiche che emergevano dai suoi interessi. Così, “Sto si è trasformato in “Hundert”, ovvero 100, come dire 100 “acque”, Sto-wasser, Hundert-wasser. Friedrich si è trasformato in Friedensreich… regno di pace.
Trascorse l’infanzia orfano di padre, con la madre Elsa, di origini ebraiche, e all’età di 20 anni perse tutti i parenti materni, uccisi dall’Olocausto. Nel 1936 frequentò la scuola Montessori.
A quindici anni, nel 1943, cominciò a raccogliere ed essiccare fiori e a disegnare dal vero, perlopiù scorci della vecchia Vienna e foreste verdeggianti. Le sue opere giovanili non denotano affatto il clima di estrema violenza di quegli anni; i suoi disegni sono sereni, calmi e armoniosi.
Nel 1946 la scelta della pittura come mezzo di espressione, in seguito ai frequenti lavori presso un contadino di Schwanenstadt che lo portano ad avere un contatto diretto con la bellezza della natura. Terminò il liceo nel 1948, e frequentò la Wiener Akademie der bildenden Künste.
Gli studi accademici lo annoiavano, e lo lasciavano indifferente; difatti li abbandonò dopo aver appreso le tecniche basilari del disegno figurativo e del nudo. La sua Opera non è per nulla influenzata dagli insegnamenti di quegli anni, ma segue un percorso personale e del tutto originale.
I numerosi viaggi, in Italia, Marocco, Tunisia, Giappone, Nuova Zelanda, definiscono una personalità rivolta in tutte le direzioni, pronta ad afferrare anche gli stimoli più lontani e a farne tesoro.
Molte biografie lo definiscono emulo di Schele e Klimt, altri lo avvicinano a Gaudì.
Sebbene Hundertwasser abbia raggiunto la notorietà per la sua audacia di colore nei dipinti, è oggi più ampiamente rinomato per i suoi rivoluzionari progetti architettonici, che incorporano le caratteristiche naturali del paesaggio, utilizzando forme irregolari nella loro progettazione che riproducono meglio ciò che possiamo trovare in naura. (nessuna linea retta si trova in natura…)

Hundertwasser nel corso della sua vita progettò 37 edifici distribuiti tra Austria, Germania, Giappone, USA, Israele, Svizzera e Nuova Zelanda.

Questo il sito italiano di divulgazione dedicatoa Nonno Hundertwasser

Alcune opere:

un video:

ed un pensiero

If we do not honor our past

we lose our future.

If we destroy our roots

we cannot grow.”

Hundertwasser

Si chiama Simon, ma lo chiamano Zimoun

Zimoun : Sound Sculptures & Installations Selected Works,  Compilation Video : Version 1.4 More information http://www.zimoun.ch/

*** – Zimoun è un’artista svizzero, nato nel 1977 a Berna, autodidatta. Nonostante abbia girato il mondo, almeno stando alla lunga lista di musei e gallerie che lo hanno ospitato negli ultimi due anni, non sembra essersi concesso a ritratti o interviste, al contrario dei suoi lavori, disponibili in rete e molto ben documentati attraverso una serie di video minimali, ma particolarmente curati.

La dizione sculture sonore, viene spesso utilizzata per parlare dei suoi lavori, tuttavia le sue opere hanno una componente cinetica affascinante e non secondaria.

Nonostante le opere siano tecnicamente complesse e complicate (interfacce e programmazione di software) non sono mai pura e semplice esibizione tecnica. La tecnologia per Zimou e’ soltanto uno strumento per convertire e realizzare le idee piuttosto che esserne la base.

Tema chiave è la ripetizione maniacale di elementi motorizzati semplici che, associati insieme, danno vita ad un brusio sonoro e visivo dalla forte componente organica.

L’aspetto biologico è un altro fattore assai presente nelle sue opere, sia esplicitamente, come nel blocco di legno microfonato con all’interno venticinque tarli al lavoro, o implicitamente, come nello sciame di motori irrequieti.

Untitled Sound Objects, è il nome di un progetto nato all’inizio del 2004 dalla collaborazione di Zimoun e Pe Lang e basato sulla sperimentazione di diversi materiali portati a risuonare attraverso la vibrazione.

Investigando le proprietà del suono e la risonanza dei materiali, Zimoun e Pe Lang hanno dato vita ad una inedita architettura sonora-organica in cui spesso sono gli spazi espositivi stessi ad essere utilizzati come fonti sonore e come potenziali acustici in continua evoluzione.

Attraverso una riduzione controllata e rigorosa dei mezzi utilizzati per produrre il suono, l’attenzione viene indirizzata sui materiali e il loro comportamento in un sistema globale di eventi.

Castellammare del Golfo, è morto Giovanni Bosco, l’artista povero

Su Giovanni Bosco un bel ricordo di Enzo Di Pasquale su “La Sicilia” di oggi:

È morto l’artista povero

Castellammare . È spirato, dopo una lunga malattia Giovanni Bosco, l’uomo dei «venti centesimi», la persona più estrosa di Castellammare.

Aveva 61 anni. La sua vita è stata segnata da miseria, pazzia, elettroshock, dolore. Il tutto confluiva nella sua personalissima arte bizzarra. Colpi di pennello ovunque: sui muri scrostati, nei prospetti di vecchie case, sulle strade, su cartone, talvolta su tela. Viveva in una casa angusta, un bugigattolo adornato dai suoi strani schizzi.

Giovanni Bosco ha sempre vissuto a Castellammare elemosinando venti centesimi. A un certo punto della sua vita dolorosa, viene notato dal pittore Giovan Battista Di Liberti. Riconoscendo il talento naturale e il linguaggio eversivo della sofferenza, il ritrattista lo invita nel suo studio-bottega. Gli consegna tavolozza, tele e pennelli, vernici, pennarelli. Così Giovanni inizia a creare il proprio repertorio originalissimo. I muri sbrecciati delle vecchie case del paese diventeranno le pagine della sua storia.

Il tutto viene sintetizzato in un bellissimo documentario realizzato dai ragazzi della «Zep», Carlo Di Pasquale, Salvatore Bongiorno, Claudio Colomba, Giovanni Navarra, Peppe Cacciatore, Vito Ingoglia, fanno di Bosco un «artista incompreso», lo chiameranno «Il dottore di tutto».
A partire da queste immagini si interesseranno di Giovanni Bosco a livello europeo. Se ne occupano il collettivo «Animala Vagula» di Parigi, «L’art Brut» di Losanna, la storica dell’arte Teresa Maranzano, curatrice del museo di Ginevra, Eva Di Stefano della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo.

Le sue opere sono state recentemente acquistate da Lucienne Peiry, che le ha acquistate per il museo di Losanna dedicato all’«Art Brut». «Giovanni ha saputo creare – scrive Eva Di Stefano dell’osservatorio Outsaider Art dell’Università di Palermo – un proprio sistema figurativo di sagome colorate a partire da un personaggio che compare in grandezze diverse sui muri e nelle opere su carta o cartone, e che probabilmente rappresenta un suo alter ego, «un cristiano» dice lui, un tizio cioè.

Accanto alla sua porta di casa questa figura corazzata ha probabilmente anche una funzione apotropaica, è uno scacciademoni. Ma, il «pupo», che ha un corpo stilizzato in uno schema geometrico iscrivibile in un quadrato e appare come una singolare combinazione di figura azteca e di guerriero extraterrestre, in realtà è soprattutto una sorta di mappa anatomica, dove spesso su ogni singolo elemento che lo compone è indicato anche il nome: testa, fronte, naso, bocca».

Giovanni Bosco era nato a Castellamare il 3 marzo 1948 da una madre diciottenne, ma già vedova del primo marito da cui aveva avuto una figlia, va a scuola fino alla seconda elementare e poi lavora col padre, di cui resta orfano ancora ragazzo. Non gli spettano che povertà ed emarginazione, un temperamento vivace che si fa sempre più scontroso e solitario, alcune occupazioni saltuarie anche come barista, un futuro da disadattato.

Nel carcere di Trapani, dove trascorre due anni, è sfiancato dalle angherie dei compagni e quando nel 1976, durante il soggiorno obbligato a S. Benedetto del Tronto, apprende che due giovanissimi fratelli, ladruncoli da poco, sono stati ammazzati da qualcuno a cui avevano arrecato disturbo, ha una crisi psicotica e viene ricoverato in manicomio.

Lo scorso gennaio gli era stato dedicato un convegno internazionale dal titolo «Il pastore che dipingendo ha conquistato il mondo dell’arte» organizzato da Zep, osservatorio Outsider Art, con la fondazione Orestiadi di Gibellina.

Rimangono di lui varie opere sui muri, l’ultima il grande ovale rosso e nero alla villa comunale dipinto in ottobre in occasione del suicidio del fratello: un fiammeggiante sigillo yin e yang per un incomprensibile commiato.

«La morte di Giovanni Bosco – ha detto il sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi – è l’interruzione di un esperienza nella quale vita ed arte si sovrappongono. Finendo la sua vita, è l’arte a patire una mutilazione, l’interruzione di una continuità che non era artificio ma necessità vitale».

di Enzo Di Pasquale