“Giovanni Bosco, vulcano di passione” – Roma 7 novembre 2011

Il 7 novembre 2011 alle ore 18.00 si inaugura da IoI in via Urbana, 89 — 92 a Roma, la terza iniziativa d’arte contemporanea “Giovanni Bosco, vulcano di passione” nell’ambito del ciclo “I lunedì di IoI”.

Dopo il coinvolgimento di Lino Strangis e Valeria Sanguini, Fabio Casentini apre le porte all’immaginario di Giovanni Bosco.
L’iniziativa presenterà in anteprima nella capitale le opere dello scomparso artista siciliano, la cui vasta e irregolare produzione è stata acquisita dai più importanti musei internazionali di Art Brut e contemporaneamente sostenere l’Associazione Outsider Art Giovanni Bosco, volta alla tutela e valorizzazione dell’opera dell’artista a Castellammare del Golfo, sua città natale.

“Giovanni lo conoscevamo da sempre, s’incontrava per le strade, al bar o seduto su qualche marciapiede”, così il presidente dell’Associazione Outsider Art Giovanni Bosco, Salvatore Bongiorno, del collettivo ZEPstudio, equipe che ha intitolato all’artista diverse opere audiovisive.
Così è stato per Fabio Casentini che lo ha incontrato nel 2007 a Castellammare del Golfo e, intuendone il valore umano e artistico, lo ha sostenuto nella realizzazione ‘vulcanica’ di disegni e pitture di grande originalità espressiva.

La cosmogonia di Giovanni Bosco fatta di cuori, orologi, pennelli, figure umane e animali, parole, poesie, invocazioni, slogan, sarà ripercorsa attraverso un’esposizione di opere realizzate in tecnica mista su tela, cartone, album da disegno.
La scelta per gli spazi di IoI ha privilegiato le tele e i disegni raccolti in album, ad integrazione della più vasta produzione artistica su supporti estemporanei e dipinta per i muri, le strade e la sua casa a Castellammare del Golfo.

Cuori di “cristiani [uomini] dotati di motore”, orologi umanizzati e disumani, pensieri totemici che s’incidono nella tela o nel cartone come lamenti, invocazioni, desideri, questa la passionalità di Giovanni Bosco. Un immaginario circoscritto alla strada e dilatato in universi paralleli che vengono sublimati in un’urgenza pittorica, capace di risultati di “incisivo codice visivo”.

Precederà l’inaugurazione la proiezione del video realizzato da ZEPstudio “Giovanni Bosco, Il museo a cielo aperto“, presentato a Lione dal 1 al 9 ottobre 2011, nell’ambito della 4° Biennale internazionale d’arte Hors les normes Lyon.

Pastore dall’età di nove anni, dopo una vita molto travagliata, l’artista dipinse muri delle vecchie case del centro storico di Castellammare del Golfo in Sicilia.

Oltre a restituire il significato profondo della relazione tra Giovanni Bosco e l’arte, l’iniziativa romana intende presentare i progetti intitolati all’artista promossi dall’Associazione Outsider Art Giovanni Bosco anche in collaborazione con importanti realtà museali internazionali e gallerie d’arte europee: la realizzazione del primo restauro volto al risanamento del 70% dell’opera murale, la realizzazione a Castellammare del Golfo di un centro dedicato all’Art Brut, con uno spazio dedicato all’arte terapia in collaborazione con la U.S.L., sede stabile dell’Associazione e museo permanente dedicato alla conservazione, catalogazione e valorizzazione della produzione di Giovanni Bosco.

51 opere di Giovanni Bosco in esposizione a Parigi nella Galleria di Berst Christian

La mostra in programma dal 18 marzo al 23 aprile 2011 ha per titolo “Giovanni Bosco dottore di tutto” e vedrà l’esposizione di 51 opere dell’artista castellammarese scomparso nel 2009 nei locali della Galleria di Berst Christian al 10 di Rue Chapon a Parigi.
Un catalogo di 120 pagine in francese,inglese ed italiano con testi di Eva Di Stefano e Jean-Louis Lanoux accompagnerà la mostra.
Il 5 aprile alle 19,00 avrà luogo la visione del film realizzato da Salvatore Bongiorno e dedicato a Giovanni Bosco, cui seguirà dibattito, con l’autore, Boris Piot e Jean-Louis Lanaux.

Questa la presentazione (in francese) della mostra:

Né en 1948, le sicilien Giovanni Bosco – d’abord berger puis ouvrier dans une carrière de marbre – sombra dans la psychose à la suite de l’assassinat de deux de ses frères. L’institution psychiatrique et la prison à laquelle il fut condamné un an à la suite, semble-t-il, d’un vol de bétail, ne lui ôtèrent ni son sourire désarmant, ni la propension à transformer son existence démunie en un acte de poésie pure. A Castellamare del Golfo, ses journées furent alors rythmées par les chansons populaires napolitaines et les peintures d’une inventivité rare qu’il exécutait sur les murs de sa ville ou sur des matériaux de fortune. Corps démembrés ou «surmembrés», serpenteaux et homoncules, cœurs céphaliques, mots et signes scandés dans l’intervalle du dessin, tel est l’alphabet pictural de Giovanni Bosco. Lorsque son génie est enfin reconnu, il est emporté par un cancer en 2009. Depuis, des historiens de l’art et autres spécialistes de l’art brut lui ont consacré des journées d’études et des analyses. Un film retraçant les derniers mois de sa vie a été produit par des étudiants qui furent parmi ses derniers véritables amis, tandis qu’un projet de restauration et de conservation de ses fresques est à l’étude. Alors qu’à la Collection de l’art brut, à Lausanne, une exposition est en préparation, nous sommes heureux de pouvoir proposer un ensemble représentatif des joyaux de celui qui se disait dottore di tutto et qui, lesté de tous les malheurs, avait trouvé dans l’art un remède absolu.“.

Il catalogo è sfogliabile qui.

Di Giovanni Bosco abbiamo scritto in precedenza  qui, qui, qui, qui qui qui e qui.

Opere di Giovanni Bosco a Genova fino al 30 settembre

Artsblog.it in un servizio da Genova a cura di Gabriele F. illustra la mostra “Noi quelli della parola che sempre cammina” inaugurata il 3 settembre alla Commenda di Prè e visitabile fino al 30 settembre 2010 .
Abbiamo “rubato” queste foto di opere di Giovanni Bosco e ve le proponiamo.

La Fondazione Orestiadi di Gibellina rende omaggio a Giovanni Bosco

La Fondazione Orestiadi ricorda l’artista castellammarese

Gibellina. Le opere di Giovanni Bosco, artista outsider di Castellammare sono esposte da ieri in una mostra a cura di Eva Di Stefano.

In occasione del trigesimo della scomparsa dell’artista outsider Giovanni Bosco (1948-2009). Ieri al Museo Delle Trame Mediterranee è stato reso omaggio alla sua memoria presentando una mostra, negli spazi degli Atelier del Baglio di Stefano, che raccoglie una ventina circa di opere (dipinti su tavola, cartone o carta di pane), tra cui le dieci che entreranno ufficialmente a far parte della collezione della Fondazione Orestiadi, presieduta da Ludovico Corrao.

Dal 2008 l’irregolare stravaganza di Bosco, adombrata da una vita di stenti, isolata in un proprio universo colorato, era uscita fuori dai confini di Castellammare, da quando il fotografo Boris Piot e il collettivo francese «Animula Vagula» lo hanno scoperto sui muri della cittadina del trapanese.

«La spontaneità genuina e indipendente della sua arte, la lontananza da qualsiasi forma di sistema culturale ufficiale, il disagio emarginante di un vissuto sofferto – è scritto in una nota della Fondazione – fanno di Bosco un esempio calzante di quella porzione di arte che Jean Dubuffet ha definito nel 1945 “Art Brut”».

«Per Giovanni Bosco “Gibellina è un cuore scuro dove il rosso trapela o risale dal margine, come linfa solare in lotta con la notte. Gibellina è anche un piede rosso e nero, che afferma una linea di terra e una stabilità orizzontale, sulla quale si attesta una gamba che porta il nome di Tunisi (…)”.

Nei suoi disegni Bosco condensa i sogni e la vita inventando da sé, senza modelli precostituiti né influenze del folklore locale, un vocabolario espressivo di forme essenziali e intense, che comunicano il nodo delle cose senza raccontarle», così scrive Eva Di Stefano storica dell’arte contemporanea e direttrice dell’Osservatorio Outsider Art della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo), nel quaderno di accompagnamento della mostra.
r.t.

da La Sicilia

Castellammare del Golfo, è morto Giovanni Bosco, l’artista povero

Su Giovanni Bosco un bel ricordo di Enzo Di Pasquale su “La Sicilia” di oggi:

È morto l’artista povero

Castellammare . È spirato, dopo una lunga malattia Giovanni Bosco, l’uomo dei «venti centesimi», la persona più estrosa di Castellammare.

Aveva 61 anni. La sua vita è stata segnata da miseria, pazzia, elettroshock, dolore. Il tutto confluiva nella sua personalissima arte bizzarra. Colpi di pennello ovunque: sui muri scrostati, nei prospetti di vecchie case, sulle strade, su cartone, talvolta su tela. Viveva in una casa angusta, un bugigattolo adornato dai suoi strani schizzi.

Giovanni Bosco ha sempre vissuto a Castellammare elemosinando venti centesimi. A un certo punto della sua vita dolorosa, viene notato dal pittore Giovan Battista Di Liberti. Riconoscendo il talento naturale e il linguaggio eversivo della sofferenza, il ritrattista lo invita nel suo studio-bottega. Gli consegna tavolozza, tele e pennelli, vernici, pennarelli. Così Giovanni inizia a creare il proprio repertorio originalissimo. I muri sbrecciati delle vecchie case del paese diventeranno le pagine della sua storia.

Il tutto viene sintetizzato in un bellissimo documentario realizzato dai ragazzi della «Zep», Carlo Di Pasquale, Salvatore Bongiorno, Claudio Colomba, Giovanni Navarra, Peppe Cacciatore, Vito Ingoglia, fanno di Bosco un «artista incompreso», lo chiameranno «Il dottore di tutto».
A partire da queste immagini si interesseranno di Giovanni Bosco a livello europeo. Se ne occupano il collettivo «Animala Vagula» di Parigi, «L’art Brut» di Losanna, la storica dell’arte Teresa Maranzano, curatrice del museo di Ginevra, Eva Di Stefano della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo.

Le sue opere sono state recentemente acquistate da Lucienne Peiry, che le ha acquistate per il museo di Losanna dedicato all’«Art Brut». «Giovanni ha saputo creare – scrive Eva Di Stefano dell’osservatorio Outsaider Art dell’Università di Palermo – un proprio sistema figurativo di sagome colorate a partire da un personaggio che compare in grandezze diverse sui muri e nelle opere su carta o cartone, e che probabilmente rappresenta un suo alter ego, «un cristiano» dice lui, un tizio cioè.

Accanto alla sua porta di casa questa figura corazzata ha probabilmente anche una funzione apotropaica, è uno scacciademoni. Ma, il «pupo», che ha un corpo stilizzato in uno schema geometrico iscrivibile in un quadrato e appare come una singolare combinazione di figura azteca e di guerriero extraterrestre, in realtà è soprattutto una sorta di mappa anatomica, dove spesso su ogni singolo elemento che lo compone è indicato anche il nome: testa, fronte, naso, bocca».

Giovanni Bosco era nato a Castellamare il 3 marzo 1948 da una madre diciottenne, ma già vedova del primo marito da cui aveva avuto una figlia, va a scuola fino alla seconda elementare e poi lavora col padre, di cui resta orfano ancora ragazzo. Non gli spettano che povertà ed emarginazione, un temperamento vivace che si fa sempre più scontroso e solitario, alcune occupazioni saltuarie anche come barista, un futuro da disadattato.

Nel carcere di Trapani, dove trascorre due anni, è sfiancato dalle angherie dei compagni e quando nel 1976, durante il soggiorno obbligato a S. Benedetto del Tronto, apprende che due giovanissimi fratelli, ladruncoli da poco, sono stati ammazzati da qualcuno a cui avevano arrecato disturbo, ha una crisi psicotica e viene ricoverato in manicomio.

Lo scorso gennaio gli era stato dedicato un convegno internazionale dal titolo «Il pastore che dipingendo ha conquistato il mondo dell’arte» organizzato da Zep, osservatorio Outsider Art, con la fondazione Orestiadi di Gibellina.

Rimangono di lui varie opere sui muri, l’ultima il grande ovale rosso e nero alla villa comunale dipinto in ottobre in occasione del suicidio del fratello: un fiammeggiante sigillo yin e yang per un incomprensibile commiato.

«La morte di Giovanni Bosco – ha detto il sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi – è l’interruzione di un esperienza nella quale vita ed arte si sovrappongono. Finendo la sua vita, è l’arte a patire una mutilazione, l’interruzione di una continuità che non era artificio ma necessità vitale».

di Enzo Di Pasquale

Omaggio a Giovanni Bosco

Leggo su animula vagula che un convegno ed una mostra avranno luogo a Castellammare del Golfo per rendere omaggio a Giovanni Bosco artista castellammarese, esponente dell’art brut, del valore delle cui opere avevo già detto qui.

Il riconoscimento del valore artistico dell’opera di Giovanni Bosco arriva ora, oltre che dal sito d’oltralpe, dalla mostra e dal convegno, dalla pubblicazione di un articolo sul n° 30 di “Création Franche” ad opera di Jean-Louis Lanoux dal titolo “Giovanni Bosco au coeur de l’art brut“.

giovanni-bosco-mostra

La manifestazioe che ha per titolo “Outsider art“, ed è organizzata da ZEP ed Outsider Art, osservatorio dell’Università di Palermo, ha il patrocinio del Comune di Castellamare del Golfo, la collaborazione della Fondazione Orestiadi di Gibellina e avrà luogo dal 31 gennaio al 7 febbraio.

Il programma della giornata inaugurale – 31 gennaio – prevede alle:

ore 16,00 – Convegno

Attualità dell’Art Brut  Teatro Apollo, Palazzo Crociferi

ore 19,00 – Proiezione del videodocumentario

Giovanni Bosco dottore di tutto  prodotto e realizzato dalla ZEP  Teatro Apollo, Palazzo Crociferi

A seguire 

Inaugurazione della mostra  Aula consiliare, Palazzo Crociferi.

Al Convegno interverranno:

Eva di Stefano (coordinatrice), storica dell’arte contemporanea, autrice del recente volume Irregolari. Art Brut e Outsider Art in Sicilia ( Edizioni Kalos), direttrice dell’Osservatorio Outsider Art, Università di Palermo;

Lucienne Peiry, direttrice della Collection de l’Art Brut, Losanna;

Jean-Louis Lanoux e Michele Scognamillo, ricercatori di Art Brut e animatori del collettivo Animula Vagula, Parigi;

Teresa Maranzano, storica dell’arte e curatrice, Ginevra; specializzata in Art Brut e Outsider; dal 1999 al 2008 ha diretto l’Atelier Adriano e Michele presso il centro di riabilitazione psichiatrica Fatebenefratelli a San Colombano al Lambro (Mi);

Domenico Amoroso, direttore dei Musei civici e del Museo d’arte contemporanea di Caltagirone (Ct), dove una sezione è dedicata agli artisti outsider siciliani.

Della mostra è previsto un catalogo.

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Castellammare del Golfo – Le opere di Giovanni Bosco in mostra al PLAS

Fa piacere che in occasione di PLAS (Per le antiche scale), i curatori della manifestazione si siano ricordati di Giovanni Bosco e dei suoi lavori.
Credo che ciò dimostri sensibilità umana, e capacità di riconoscere valori e risorse sul territorio, oltre l’ovvio e gli obsoleti canoni del becero conformismo imperante.

Avere dedicato a Giovanni Bosco la MostraU VIPARICCHIU“, nella Via Marcantonio per tutti i giorni della manifestazione, ed una conferenza nella giornata di Venerdì alle ore 19,00 sempre nella via Marcantonio, su “Art Brut tra valorizzazione e riconoscimento” è pertanto a mio modesto avviso opera meritoria.

Nell’invitarvi a visitare la mostra e partecipare numerosi alla conferenza, ripropongo qui la recensione che pubblicai su “Castellammare Online Community”, e non più online, in occasione della mostra dei lavori di Giovanni Bosco tenutasi dal 22 al 28 luglio 2004 nella Sala Polivalente di Corso Bernardo Mattarella (ex chiesa di Maria SS. degli Agonizzanti) di Castellammare del Golfo.
In quella occasione furono esposte circa cento opere di piccolo formato, (per la gran parte pastelli su carta, ma anche oli su tela grezza).
 
A seguire poi un interessante saggio di Andrea Mazzoleni, “Riflessioni sull’arte Brut”.
 
Chi è Giovanni Bosco e perchè è interessante questa mostra ?
A mio parere Giovanni Bosco è da inquadrare come un “espressionista contemporaneo”.
E’ stato detto che l’espressionismo, una tendenza sorta agli inizi del secolo scorso, a cui parteciparono artisti di diversi paesi, è tuttavia una costante dell’arte, che si rivela sostanzialmente alla stessa maniera, nell’arte preistorica, tra gli Incas, nella Grecia arcaica, nell’arte medievale o in quella del XVII secolo.

Nelle sue opere Giovanni Bosco racconta le fantasie della propria vita interiore, parla dei suoi sogni, lascia fluttuare l’ immaginazione attraverso il piccolo limitato, ma tragico mondo conosciuto, in ciò che vede e ha visto.
Egli vede altre cose, e queste cose diverse da ciò che noi vediamo normalmente gli appaiono  sotto un aspetto fantastico, come un’altra realtà, una realtà che sostituisce la realtà e poco importa se tale realtà davvero esiste.

In Giovanni Bosco i pastelli e la carta divengono un mezzo di espressione, nessun tentativo di imitazione della natura.
Le forme acquisiscono un aspetto violento, totalmente libero, totalmente libero ed indipendente dalle costrizioni del mondo esterno e anche da qualsiasi problema di rappresentazione.
In lui scopriamo un colorista straordinario, i colori si distendono sulle superfici indipendentemente dagli oggetti che colorano, un colore senza sfumati, imprevisto e sorprendente.
Nell’insieme le sue opere si presentano quasi come reazione al nostro ordinario “ordine” di derivazione razionalista proprio del mondo occidentale, in una ricerca (cosciente ? e quanto ?) di restaurazione di un suo proprio “ordine” primigenio.

Quella di Giovanni Bosco non è arte popolare, non è “naifs” per intenderci, pur nella mancanza di conoscenza di regole artistiche o d’un tirocinio, pur essendo in alcune opere una visione semplice, immediata, poetica, della realtà in grado di compensare la mancanza di maturità intellettuale comunemente intesa, piuttosto potrebbe essere da qualcuno assimilata all’arte degli alienati mentali, così comune nei grandi artisti tra il XIX e il XX secolo, di coloro che guardano la realtà con spavento, di coloro per i quali la ragione sparisce e si spezzano i ponti dell’intendere, ma tuttavia in lui non appaiono dominanti lo strazio o l’angoscia, ne terribili rivelazioni, ma “normale” (?) visione schizoide della realta.

Credo che per Giovanni Bosco si può senz’altro dire con Henri Matisse (1869 – 1954) “Non è necessario che il pittore si occupi di particolari insignificanti; per questo c’è la fotografia, che lo fa molto meglio e più rapidamente. Non è più funzione della pittura il rappresentare fatti storici; s’ incontrano nei libri. Noi abbiamo un’opinione più alta della pittura: essa serve all’artista a esprimere le sue visioni interiori.”, ma per Giovanni Bosco vale anche quanto detto da Emil H. Nolde (1867 – 1955) “Le grida d’angoscia e di terrore degli animali perseguitavano l’ udito del pittore, e molto presto si realizzavano in colori, in un giallo stridulo il grido, in scuri toni  violetti l’ ululare dei gufi. I colori sono vibrazioni  come di campane d’argento e suoni di bronzo; annunciano  felicità, passione e amore, anima, sangue e morte.

 

Riflessioni sull’Art Brut

di Andrea Mazzoleni

Art Brut è un concetto introdotto dal pittore Jean Dubuffet alla fine della Seconda Guerra mondiale per identificare le opere d’arte create senza intenzione artistica o estetica, ma obbedendo piuttosto a un bisogno, a una pulsione creatrice o espressiva. Il pittore ideatore di questa corrente collezionò i disegni e i graffiti di bambini e di malati di mente e questa collezione oggi fa parte del museo dell’Art brut a Losanna, Svizzera.

L’art brut è piena di emozioni e racconta storie di vita, sempre forti e talvolta sconvolgenti: storie di dolore ed isolamento, dove l’arte è un’attività necessaria e quotidiana, e spesso una chiave di sopravvivenza alla reclusione e all’emarginazione. Come scrive Vojislav Jakic, a margine delle sue tele enormi «questo non è un disegno o una pittura: è una sedimentazione del dolore». Le biografie proposte dall’art brut sono inquietanti perché racconti in presa diretta dalle istituzioni totali, quelle che sequestrano le persone contro la loro volontà per una depressione o un accesso mistico, perché silenziose o troppo agitate.

Spesso e volentieri le mostre di Art Brut rappresentano la testimonianza diretta di persone che hanno attraversato il deserto della sofferenza umana e della solitudine sociale. Il processo creativo è anche però “situazione” che si basa sulla possibilità che ciascuno ha, in particolari condizioni ambientali “interne” ed “esterne”, di lasciare emergere contenuti ed immagini, di dare forma a materiale indefinito. Le osservazioni di E. Kris, la riflessione di J. Chasseguet-Smirgel sulla finalità riparatrice dell’attività creativa e, soprattutto, in un’ottica relazionale, il pensiero di D. Winnicott, con le nozioni di “oggetto transizionale” e di “spazio intermedio”, rappresentano utili punti di vista sul costituirsi del processo creativo e sulla potenzialità terapeutica dell’arte.

Tra le varie possibilità di utilizzo degli oggetti mediatori quelli rappresentati dalle attività artistiche espressive hanno senza dubbio un’importanza centrale tanto che da più parti viene sottolineato come l’arte, nelle sue varie espressioni, stimola la relazione, crea un clima positivo, favorisce la ricerca personale. Attraverso il processo di mediazione rappresentato dall’attività espressiva si definisce infatti uno spazio personale per l’espressione di contenuti emotivi. Questo itinerario, unito alla riacquisizione di abilità che rappresentano un contatto con la realtà, all’inserimento nella realtà sociale e all’importante momento di risocializzazione tramite il gruppo, fa sì che l’uso di tecniche espressive in ambito psichiatrico rappresenti oggi un’insostituibile supporto per la presa a carico della relativa utenza.

L’utilizzo di attività quali il disegno, la pittura, la ceramica ecc. in psichiatria, dopo un primo periodo in cui venivano considerate divertimento ed evasione, si e sviluppato in modo strutturato con valenze terapeutiche a partire dagli anni ’40.

Numerosi studi ed osservazioni hanno permesso di identificare una serie di processi favoriti dall’utilizzazione di queste tecniche che possiamo raggruppare nel seguente elenco:

* lotta contro l’apragmatismo offrendo un’occupazione; * apporto di soddisfazioni narcisistiche che possono permettere di scoprire eventuali vocazioni artistiche; * sviluppo di modalità supplementari di espressione e comunicazione; * espressione di conflitti difficili da verbalizzare; * sviluppo di attitudini sociali mediate dal lavoro di gruppo; * realizzazione di alleanze terapeutiche; * accesso a simbolizzazioni attraverso i processi creativi.

In questa ottica occorre un atteggiamento degli operatori che sappia porsi come mediazione fra gli stimoli dell’ambiente e le realizzazioni tecnico-espressive, e d’altro lato sia in grado di creare i presupposti e stimolare l’interesse per un’attività con cui spesso i nostri utenti non hanno l’abitudine del quotidiano.

L’evoluzione dell’assistenza socio-psichiatrica e, in particolare, l’utilizzazione di strutture intermedie ha portato alla realizzazione di relazioni meno stereotipate con ruoli formali più “giocati” che “agiti” fra operatori ed utenti.

Per realizzare questa tipologia d’intervento è fondamentale per gli operatori agire, oltre che nell’attivazione delle abilità dell’utente, anche sulla variabile società individuando gli strumenti e gli itinerari più adatti a renderla il più possibile accogliente. Infatti e abbastanza facile, lavorando nel territorio, imbattersi nel rischio che, pur rimanendo all’interno del suo gruppo di appartenenza, non più materialmente espulso, il paziente psichiatrico rimanga ancora una volta isolato dal vivo dei rapporti interpersonali.

Importante diventa quindi utilizzare tutte le attività che, a partire dal contesto psichiatrico, tendono a favorire le relazioni e le comunicazioni con chi sta intorno e con la società, che, in generale, possono essere considerate come appartenenti al campo d’azione della socioterapia. La tecnica specifica ad ogni singola attività diviene così l’oggetto mediatore della relazione superando in questo modo le barriere create dal disagio psichico e dalle “regole istituzionali”.

Concludendo va però sottolineato che le tecniche socioterapeutiche sono però anche realizzate a partire dalle piccole cose quotidiane ed iniziano proprio da queste, stare vicino ad un paziente, aiutarlo nella cura di se, nelle attività di ogni giorno, e portarlo un poco alla volta verso competenze sempre più mature e socializzanti per rendergli il senso di persona viva e partecipe sono i migliori metodi operativi per la trasformazione del disagio relazionale espresso dagli utenti.

da AGORA VOX