Cronache del malaffare tra Castellammare e Marsala

I titolari della Helios di Castellammare dovranno tornare indietro al ministero delle Attività produttive circa un milione e trecentomila euro. A fine anni Novanta, la Guardia di finanza aveva scoperto una truffa attorno alla relizzazione dell’opera

Contributi per residence fantasma

Tre imprenditori dovranno restituirli

di GIACOMO DI GIROLAMO

E’ stata confermata dalla sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei Conti la condanna per tre imprenditori di Petrosino (Tp), Antonino Bonomo (61 anni) ed i figli Francesco e Giovanni (rispettivamente di 37 e 33 anni) a risarcire al ministero delle Attività Produttive circa un milione e trecentomila euro.

I fatti risalgono al 1999. La Helios Snc, di Giuseppe Saracino e Vincenzo Pisciotta, chiese e ottenne i contributi a fondo perduto previsti dalla legge 488/1992 per realizzare una struttura turistica a Castellammare del Golfo.
La società ottenne due miliardi e 700 milioni di lire a fronte di una spesa ammissibile di poco più di sei miliardi. Nel 2003 ai soci subentrarono Antonino Bonomo e i suoi due figli.

Qualche anno dopo, durante l’attività di controllo la Guardia di finanza accertò che l’immobile che si doveva realizzare con quei finanziamenti in realtà già esisteva: era stato costruito negli anni ’90 e la Helios si era limitata solamente a rifinirlo e ristrutturarlo. L’albergo, inoltre, non si trovava a Castellammare del Golfo, come da richiesta di finanziamento, ma a Kartibubbo, vicino Campobello di Mazara. Ed era pure abusivo.

Inoltre, la società aveva messo su un vasto e complicato giro di fatture gonfiate per forniture di beni e servizi per poter accedere ai finanziamenti, che finivano canalizzati sui conti correnti dei tre soci direttamente o attraverso dei fornitori compiacenti.

Antonino Bonomo (che della società, oggi fallita, era anche rappresentante legale e amministratore) dovrà restituire 750.000 euro, e i figli Francesco e Giovanni dovranno ridare allo Stato contributi ottenuti per altri 500.000 euro
La condanna in appello arriva ad un anno e mezzo dalla sentenza di primo grado. In quell’occasione i giudici ritennero provata “la condotta dolosa” della famiglia Bonomo. I tre avevano “creato i falsi presupposti per ottenere un finanziamento che non hanno mai utilizzato per i fini per i quali era stato concesso ma per arricchire i propri conti”.

Antonino Bonomo e i suoi figli, insieme ad altre cinque persone, finirono in manette il 18 Agosto 2004. I beni della società sono stati confiscati nel 2007, ma l’amministratore giudiziario, Alessandro Scimeca dovette arrendersi di fronte alla situazione finanziaria disastrosa: patrimonio immobiliare inesistente, passività per quasi 2,5 milioni di euro, perdite per 5 milioni di euro.

Le truffe perpetrate ai danni dello Stato con l’indebita percezione di contributi pubblici su lavori inesistenti o gonfiando a dismisura le fatture è una piaga che in provincia di Trapani sembra non arrestarsi. Lo scorso 20 ottobre la polizia tributaria ha sequestrato a Castelvetrano un complesso alberghiero da 9 milioni di euro nell’ambito di un’indagine sull’illecita percezione dei fondi pubblici, accertando un sistema di frode posto in essere tra il 2006 ed il 2009 (società di comodo, lavori dichiarati e mai svolti, falsi aumenti di capitali sociali, fittizi pagamenti di forniture) che ha comportato un danno erariale di 5,8 milioni di euro.

da La Repubblica.it

sulla vicenda Helios di più qui e su alcuni dei protagonisti qui e qui

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Trapani città aperta ed il pasticciaccio brutto dei Call Center

Mi si perdoni l’impropria e storpiata citazione del capolavoro di Roberto Rossellini (e non solo), ma è stato immediato di fronte a questa notizia pensare a Trapani come una città aperta.

Tanto, tanto aperta alla truffa ed accogliente ed ospitale per il malaffare.

“Truffa allo Stato, undici indagati Soldi ottenuti con contact center”

Undici persone risultano indagate nell’ambito di un’inchiesta su una presunta truffa allo Stato di circa 34 milioni di euro. Nel mirino della Guardia di Finanza di Catania, una rete di società italiane ed estere che riuscivano a ottenere finanziamenti pubblici attraverso la costituzione di contact center, aziende che vendono software a clienti del settore televisivo e della telecomunicazione, in Piemonte, Puglia, Calabria e Sicilia.

Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore capo etneo Vincenzo D’Agata e dal sostituto della Dda Antonino Fanara, sono indagate 11 persone, nei cui confronti i militari delle Fiamme gialle hanno eseguito un’ordinanza cautelare emessa dal Gip Francesca Cercone. Il giudice ha disposto anche il sequestro di beni per 130 milioni di euro riconducibili a quattro società e agli indagati, compresa una barca a vela di oltre 20 metri, vincitrice di diverse regate oceaniche e nota per essere stata il set cinematografico del film del 1989 ‘Ore 10, calma piatta’ del regista Phillip Noyce, che aveva tra i protagonisti anche l’attrice Nicole Kidman.

Le indagini della Guardia di finanza di Catania avrebbero permesso di ricostruire l’esistenza di complesso gruppo societario a “piramide” organizzato con il sistema delle “scatole cinesi”, allo scopo di rendere difficile qualunque tipo di accertamento fiscale e patrimoniale.

Complessivamente sono 10 le persone arrestate, a cinque delle quali sono stati concessi i domiciliari. E’ attualmente irreperibile un indagato che si troverebbe all’estero.

Al centro dell’inchiesta ci sono progetti finanziati dal ministero dello Sviluppo economico per un ammontare di 44 milioni di euro, 34 dei quali circa già concessi, a favore di quattro società: la B2b con sede legale a Catania ma operante a Trapani, la Multimedia planet con sedi a Trapani e Bistritto (Bari), la Multivoice di Lametia Terme (Catanzaro) e la Soft4web di Vibo Valenzia.

Secondo l’accusa la truffa verteva sull’acquisto, con finanziamenti di Stato ottenuti con la legge 488, del ‘codice sorgente’ di un software di gestione di call center, che secondo la polizia postale di Catania non sarebbe però mai stato utilizzato perche’ presentava un bug di difficile soluzione informatica e che era prodotto da due aziende che avevano sede all’estero. Le indagini della Guardia di finanza avrebbero permesso di appurare l’esistenza di anomale fatturazioni fra ‘gruppi’ e aziende, che per la Procura di Catania erano soltanto apparentemente estranee tra loro, ma in realtà erano collegate.

Con questo sistema, ritiene l’accusa, sarebbe stato possibile “svuotare le cassa dei call center a favore di conti correnti, aperti in banche svizzere e orientali, da società organicamente poste in posizione ‘superiore’ nella catena di controllo a ‘piramide’”.

Alcuni dei promotori della truffa, secondo l’accusa, prestavano la propria consulenza alla società fornitrice del software, per il quale avrebbero ricevuto i contributi, affinché fosse utilizzabile almeno a livello dimostrativo per ingannare gli ispettori ministeriali preposti al controllo.

Per il procuratore capo D’Agata e il sostituto Fanara, “erano tre degli indagati i veri ideatori e promotori” di quella che i magistrati definiscono “una e vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie di reati tributari e, soprattutto, di truffe ai danni dello Stato con la richiesta e la percezione di contributi pubblici non dovuti“.

da TGCom