Castellammare del Golfo – 1860 (2)

Felice Cavallotti, chi era costui ?

GARIBALDINO,

GIORNALISTA,

POETA E DRAMMATURGO,

RADICALE DELL’ OTTOCENTO,

IL BARDO DELLA DEMOCRAZIA,

CHE PER PRIMO POSE LA ‘QUESTIONE MORALE’

NELLA POLITICA ITALIANA.

LOTTO’ CONTRO IL TRASFORMISMO, L’AUTORITARISMO,

LE INGIUSTIZIE SOCIALI,

E PAGO’ CON LA VITA LA SUA CORAGGIOSA BATTAGLIA

NEL PARLAMENTO E NEL PAESE

Tra i 3.500 volontari con 3.000 carabine rigate e 4000.000 cartucce che sbarcarono nella Cala di Castellammare del Golfo quel 18 giugno 1860 in quella che fu chiamata la “seconda spedizione dei Mille“, avevo in precedenza segnalato, tra gli altri, il diciassettenne Felice Cavallotti.
Di lui dice il Nicotri: “In quella generosa folla anonima vi era pure un giovane diciassettenne, allora uno dei tanti, che poi uscì dai ranghi sociali e divenne uno dei più grandi interpreti dell’epopea garibaldina, il bardo della democrazia: Felice Cavallotti.“.
Ed in effetti tra quanti sbarcarono in quella circostanza il Cavallotti è quello che forse più di altri, anche in ragione della giovane età, segnerà con la sua presenza ed iniziativa politica tutta la seconda metà dell’ottocento italiano.

Figura anchessa fuori dal comune, come quella di Jessie White Mario, Felice Cavallotti non è noto quanto Garibaldi e Mazzini, eppure alla fine dell’Ottocento era considerato unanimemente l’erede dei due eroi del risorgimento.

 

Felice Cavallotti

Felice Cavallotti

Felice Carlo Emanuele Cavallotti nacque a Milano il 6 ottobre 1842 .

All’insaputa dei genitori, si arruolò a Milano col foglio di congedo di un suo cugino più grande, Cacciatore delle Alpi ( condizione per essere inseriti in lista), e partì il 10 giugno da Genova sul vapore ‘Washington’, che, con altri due, portò in Sicilia la seconda spedizione Medici.
A Castellamare del Golfo conobbe per la prima volta Garibaldi, venuto in visita ai giovani volontari.
La colonna Medici, passando per Alcamo e Partinico, giunse a Palermo. Cavallotti e i suoi amici più sensibili furono impressionati “dalle bigotte superstizioni del popolino, dalla frequenza di preti e mendicanti, dai ragazzi cenciosi e affamati; e la scoperta di questa arretratezza non sarebbe stata dimenticata.“.
La sua compagnia fu tra quelle più duramente impegnate nella battaglia di Milazzo tra il 16 e il 20 luglio e Cavallotti fu in prima linea.
Combatté ancora nel 1866 in Valtellina e in Trentino, ove prese parte alla Terza Guerra d’Indipendenza come volontario nel 4° Reggimento comandato dal colonnello Giovanni Cadolini del Corpo Volontari Italiani.
Si distinse per valore nella battaglia di Vezza d’Oglio.

Sostenne nel 1867 la candidatura di Carlo Cattaneo al Parlamento. Nello stesso anno fu in primo piano nell’appoggio alla sfortunata impresa garibaldina nello stato pontificio, che si concluse con la tragedia di Mentana, quando gli zuavi mercenari pontifici, con l’appoggio dei francesi di Napoleone III, uccisero tanti giovani volontari idealisti.
Il popolo romano non insorse, il governo italiano non si mosse e Cavallotti scrisse parole roventi “Torma di femmine e di frati, tienti adunque la gonna e la cocolla, se a te non s’addice la toga del libero“. Da quella indignazione nascerà nel 1869 il suo libro storico “L’insurrezione di Roma del 1867”.

Fu il fondatore, insieme ad Agostino Bertani, del Partito Radicale storico, movimento attivo tra il 1877 e l’avvento del Fascismo.
Cavallotti fu considerato il capo incontrastato dell'”Estrema Sinistra” nel parlamento dell’Italia liberale pre-giolittiana.

Dopo la morte di Agostino Bertani, avvenuta nel 1886, la passione di Cavallotti nel rivendicare riforme, ed una riconosciuta generosità d’animo da parte dei contemporanei, gli assicurarono la leadership della sua parte politica ed una popolarità seconda solo a quella di Francesco Crispi.

Il “Gazzettino Rosa” il giornale democratico milanese di Bizzoni e Cavallotti fu in primo piano nella denuncia di uno dei primi scandali post – unitari, quello della Regìa cointeressata dei tabacchi, con somme e favori elargiti ad una sessantina di deputati per assicurarsene il voto a sostegno del progetto. Era la prima delle campagne di opinione che sarà portata avanti da Cavallotti fino all’età crispina, quando si raggiunsero i toni più aspri e forti.

In relazione ai disordini scoppiati a Milani sulla vicenda, i giornalisti del “Gazzettino Rosa” furono arrestati. Cavallotti si diede alla latitanza e da quella condizione (nel cuore di Milano) continuò a dirigere il giornale. Il processo si concluse con le inevitabili assoluzioni.

Nel 1869 uscì la raccolta della sue poesie, andata subito a ruba e che suscitò l’intervento della Procura del re, affinché fosse sequestrata e l’autore arrestato. Cavallotti si fece alcuni giorni di carcere, a fianco del fratello Peppino.

Nel 1870 conobbe Bakunin di passaggio a Milano, consolidò i suoi rapporti con le società operaie, accentuò il suo furore antisabaudo. In occasione di una cerimonia presso gli ossari di S.Martino e Solferino, in replica ad una poesia di Giacomo Zanella filosabauda, aveva criticato la “servil zampogna” i ” bugiardi metri”, ricordando ad esempio la viltà di Carlo Alberto.

Scoppiata la guerra tra la Francia di Napoleone III e la Prussia, la sinistra democratica lombarda, tra cui Cavallotti, firmò un manifesto per la neutralità, nel rispetto del principio di nazionalità a favore della Germania e nel ricordo doloroso di Mentana, contro orientamenti governativi a favore di Napoleone III.

Vi furono agitazioni e disordini e tra i primi arrestati vi fu Cavallotti, che restò in carcere tre mesi fino ad ottobre, proprio nei giorni in cui si chiudeva la questione romana e in Francia tornava la Repubblica. Si ebbe allora in tutti i democratici italiani un’inversione di atteggiamento verso il vicino paese latino e Garibaldi da Caprera invitò a sorreggere la repubblica con tutti i mezzi.

Nel 1873, all’età di 31 anni, Felice Cavallotti fu eletto per la prima volta al Parlamento come deputato di Corteolona (Pavia).
Fu molto attivo contro gli ultimi governi della destra storica. Ma non solo: fu a capo dell’opposizione anche quando al governo vi fu la Sinistra storica,che salì al potere nel 1876, e si tenne all’opposizione, denunciandone il trasformismo negli anni di Agostino Depretis.

Tramite un’intesa conclusa nel 1894 con Antonio Starrabba, Marchese di Rudinì, egli ottenne molte concessioni alle richieste radicali.
Durante i dodici anni sotto la sua guida il partito, che sposò una posizione filo-francese, crebbe in numero da venti a settanta deputati, ed al momento della sua morte l’influenza parlamentare di Felice Cavallotti era all’apice.

Cavallotti, che nel 1871 aveva espresso il proprio appoggio alla Comune di Parigi, mostrava attenzione verso le idee marxiste, pur non condividendo l’approccio di classe alla “questione sociale” che peraltro anche lui denunciava da parlamentare.
Se i socialisti vedevano nel Partito Radicale una sinistra borghese, nei fatti radicali e socialisti si trovarono insieme nelle lotte per l’emancipazione delle classi subalterne e nell’opposizione al colonialismo italiano.
Il primo operaio ad essere eletto parlamentare, nel 1882 fu Antonio Maffi e tra le file dei radicali.
E a Napoli, colpita dall’epidemia di colera, a trovarsi al fianco delle classi popolari nel 1885 furono il socialista Andrea Costa, l’anarchico Errico Malatesta e il radicale Cavallotti.

Cavallotti colse tutte le occasioni per riaffermare la sua intransigenza come laico nei confronti delle pressioni operate della Chiesa sulla politica dello Stato italiano.
Fu anche grazie a lui che a Roma, in Piazza Campo de’ Fiori, nel 1889 venne eretta la statua a Giordano Bruno, opera di Ettore Ferrari.

Felice Cavallotti, descritto come persona dal carattere passionale e testardo, nel corso della sua vita combatté ben trentatré duelli, e prestò il giuramento di fedeltà come deputato solo dopo averne pubblicamente contestato la validità.
Fu in questa occasione che pronunciò la frase, “Coscienze inquiete, rispettate le coscienze tranquille !“, rivolta agli avversari della destra che rumoreggiavano contro la sua contestazione del giuramento.

Riconfermato fino alla morte per ben dieci legislature, Cavallotti sedette sempre all’Estrema Sinistra, divenendone in breve tempo uno dei capi più autorevoli e amati.

Felice Cavallotti morì il 6 marzo 1898, ucciso in duello dal conte Ferruccio Macola, direttore del giornale conservatore Gazzetta di Venezia, che lo aveva sfidato in seguito ad un diverbio. Il radicale aveva tacciato di mentitore il conte, responsabile di avere pubblicato una notizia non verificata relativa ad una querela che egli aveva ricevuto come deputato. L’ultimo duello di Felice Cavallotti ebbe luogo a Roma, presso Porta Maggiore, in un giardino nella villa della contessa Cellere. Felice Cavallotti morì raggiunto alla bocca ed alla carotide dalla spada dell’avversario.
Con la sua morte, gli elementi dell’Estrema Sinistra in Italia persero un leader, e la Casa dei Savoia un instancabile oppositore.
Per la morte di Felice Cavallotti, Giosuè Carducci pronunciò un discorso funebre pieno di passione all’Università di Bologna.

Un corteo di tre chilometri ne accompagnò il feretro fino al cimitero di Dagnente (oggi frazione di Arona), sul Lago Maggiore, dove è sepolto.

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Castellammare del Golfo – 1860

Ma è vero che prima del 1860 non esistevano anche nella provincia siciliana e nella fattispecie a Castellammare del Golfo dei movimenti locali di contestazione dell’ordine costituito borbonico ?

La risposta non può che essere negativa.

Castellammare era nell’ottocento parte del flusso europeo di aspirazione al conseguimento delle libertà liberali e alla creazione dello stato nazionale anche in Italia.

Nel 1820 quando la Sicilia tentò di insorgere contro la tirannide borbonica, tendendo a separarsi dalla Corte di Napoli, Castellanmare si segnalò votando per l’indipendenza della Sicilia, insieme ai comuni di Termini Imerese, Alcamo, Lercara, Nicosia, Agrigento, i quali seguirono l’iniziativa di Palermo, Messina e Catania.

Quel moto separatista, incoraggiato dalla insurrezione di Nola ed Avellino, mirava ad avere un parlamento siciliano,indipendente da quello di Napoli e fu aiutato dalla carboneria di Alcamo, dove Pasquale Calvi aveva fondato una “vendita” di carbonari.

Nel 1848 poi Alcamo e Castellammare furono tra le primie città a seguire l’ìniziativa di Palermo, e ad issare il tricolore.

In quella occasione i liberali castellammaresi elessero loro deputato il dottore Simone Riggio, il quale partecipò al Parlamento siciliano.
Di quella parentesi rivoluzionaria vale ricordare il castellammarese d’adozione, per avere sposato una castellammarese e per avervi vissuto, ed esservi defunto nel 1876, l’illustre Pasquale Calvi che nel Governo di Ruggero Settimo fu ministro della Giustizia e degli Interni, compilatore della costituzione della Sicilia e in seguito deputato al Parlamento e di nuovo Ministro dell’Interno.

Una volta restaurato il governo borbonico, tuttavia Castellammare rimase divisa in due fazioni (filoborbonici e liberali) in forte contrapposizione, tanto che temendo sollevazioni fu posta in stato d’assedio da una colonna mobile mandata da Palermo e comandata dal capitano dello stato maggiore Armenia.

Nel 1860 il 6 aprile, subito dopo l’insurrezione rivoluzionaria della Gancia di Palermo avvenuta il 4 aprile, Alcamo insorse.
A Castellammare nella casa di abitazione di Bartolomeo Asaro fu esposto il tricolore. Lo stesso giorno si sollevò Trapani e venne liberato l’avvocato castellammarese Giuseppe Borruso, già arrestato come rivoluzionario, in contatto con i liberali palermitani e con l’ericino Giuseppe Coppola che aveva partecipato alla rivoluzione del 1848.

Concentratesi ad Alcamo da qui le squadre dei rivoluzionari mossero verso Palermo.

Una di queste intercettata presso Monreale fu attaccata dai borbonici e tra i morti vi fù il portabandiera Giuseppe Fazio, parente del sacerdote liberale Antonino Zangara di Castellammare.

Un’altra squadra attaccò la colonna mobile, comandata dal Generale Letizia.In quei fatti d’armi parteciparono gli ericini con a capo il dottore Rocco La Russa e Giuseppe Borruso con altri castellammaresi. Vi furono morti e feriti e gli insorti dovettero indietreggiare.

La reazione ebbe ancora una volta il sopravvento e il principe di Castelcicala trasmise alla Corte di Napoli la notizia che: “a Castellammare e in Alcamo per la ispontanea controrivoluzione degli stessi abitanti, l’ordine è ristabilito”.

Queste brevi note riferite solo a questa limitata area dimostrano a sufficienza che la spedizione dei Mille non arrivò affatto “inaspettata” ed “estranea” rispetto alla realtà dell’Isola.

1860 – Castellammare e l’impresa garibaldina

Il 15 maggio 1860, giorno della battaglia di Calatafimi nella cala di Castellammare sbarcano circa 2.000 uomini, un reggimento di bavaresi i quali si accampano lungo la via maestra . La mattina del 16 marciano alla volta di Calatafimi, ma fatti pochi chilometri vengono raggiunti dalla notizia che Garibaldi aveva battuto i borbonici e che il generale Landi si stava ritirando per la via di Partinico. Ritornati a Castellammare si imbarcarono di nuovo per Palermo.

Scrive Giuseppe Cesare Abba in Da Quarto al Volturno: “17 maggio 1860 – Prima che noi giungessimo [ad Alcamo], si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non si parla più di questa mossa, ma si vedono laggiù in alto due navi. Potrebbero essere da guerra.”

Liberata Palermo, bisognava, da un lato garantire la gestione politico amministrativa dell’Isola e dall’altro con immediatezza, per non perdere slancio, espandere la forza offensiva della spedizione per potere risalire l’Italia continentale verso Napoli.

Così Garibaldi aveva scritto da Palermo il 3 giugno 1860 ad Agostino Bertani anima del comitato lombardo del Milione di fucili: “Io non solo vi autorizzo a qualunque imprestito per la Sicilia, ma di più a contrarre qualunque debito poiché noi abbiamo qui immensi mezzi da poter soddisfare a tutto il mondo. Mandateci dunque armi, munizioni e armati quanto potete.”

Il 10 giugno salparono, da Sestri presso Genova, i vapori Washington ed Oregon e da Livorno il Franklin.

Di questa spedizione facevano parte il corpo dei Cacciatori delle Alpi, i volontari del nord e i toscani del Guerrazzi.

Le navi ben presto si avvicinarono e proseguirono insieme il viaggio, particolarmente rischioso, perché già in precedenza una analoga spedizione, guidata da Clemente Corte, era falita e nave e volontari catturati dai borbonici erano stati trascinati a Gaeta.

La spedizione con a capo Giacomo Medici raggiunse la costa di Cagliari e dopo pochi giorni, che servirono per un primo preliminare addestramento di quella folla, animata solo da indisciplinato entusiasmo, ripartì per la Sicilia.

Garibaldi, quando ricevette una lettera del Medici da Cagliari, mandò Nino Bixio sulla costa di Partinico e Giuseppe Borruso sulla costa della natìa Castellammare, luoghi designati per lo sbarco.

La sera del 18 giugno** verso le 8 il Washington e il suo vaporino d’avviso erano nel golfo di Castellammare. Dei razzi segnalatori, lanciati dal Borruso, in risposta ai segnali del piroscafo avvisarono Medici, che quella costa era sicura e poteva iniziare lo sbarco.

I cittadini di Castellammare che avevano assistito un mese prima allo sbarco delle truppe borboniche erano piuttosto diffidenti, ma quando fu chiaro di che si trattava si aprirono le porte e i volontari furono ospitati fraternamente.

Lo sbarco si protrasse fino all’indomani e il campo fu improvvisato lungo la via maestra.

Tra quanti sbarcarono le provenienze più ricorrenti erano quelle da Bergamo, Brescia, Pavia e Genova.

Oltre al Medici, sbarcarono, Alberto Mario e la sua compagna Jessie White, Andrea D’Ondes, Simonetta, Migliavacca ed il diciassettenne Felice Cavallotti.

Garibaldi appresa la sera del 19 giugno * la notizia dello sbarco del Medici e Simonetta a Castellammare e di Malenchini, capo della legione toscana, a Trappeto, l’indomani nel pomeriggio è a Castellammare per salutare il Medici in casa di Bartolomeo Asaro.

Acclamato dalla folla mentre era intento a rifocillarsi, il generale con la forchetta in mano nell’occasione si affacciò e disse: “Brava gente, che volete che vi dica ? Voi conoscete tutti il vostro dovere; quindi io mi taccio.

E con la citazione di queste storiche parole di buon senso, si conclude la brevissima ricostruzione del contributo castellammarese all’Unità d’Italia e comincia quella della partecipazione di Castellammare del Golfo allo stato unitario, ma qui per scriverne bisognerebbe citare la rivolta del 1862 e la feroce repressione da parte del nuovo stato unitario, del brigante Turriciano e della sua banda, e questo solo per limitarci agli anni immediatamente successivi.

Tutti argomenti particolarmente complicati e bisognevoli di tempo, spazio ed approfondimenti, ed allora come ebbe a dire il generale, su questi argomenti, “mi taccio“.

Ma qualcosa ancora vorrei dire su una splendida donna, una che il Buccellato Galatioto Diego nella sua monografia su Castellammare del Golfo a proposito dello sbarco del 18 giugno** dice: “Tra i volontari i castellammaresi ricordano con ammirazione una donna, inglese di nascita, italiana di cuore, Iesse Witt Mario [in realtà si chiamava Jessie White – Mario ndr.], moglie del prode Alberto Mario, la quale, vestita da uomo colla giberna al fianco, nascondeva sotto un cappello alla Lobbia la sua folta chioma.“.

 

Jessie White Mario

Jessie White Mario, nota anche come “Hurricane Jessie”, o “Miss Uragano”, è stata uno dei personaggi chiave del Risorgimento italiano, amica di Mazzini, garibaldina, collaboratrice di Carducci, giornalista, e scrittrice, questa gentildonna inglese dedicò l’intera sua vita all’Italia, e alla causa della sua Unità.

Jessie nacque il 9 maggio del 1832, a Forton Inlet, un piccolo villaggio vicino Portsmouth, da Thomas White, discendente di un’importante famiglia di armatori e costruttori di navi dell’isola di Wight, e da Jane Teage Meriton, originaria del Sud degli Stati Uniti, e nipote di Thomas Leader Harmon, noto per essere stato uno dei primi latifondisti americani a dare la libertà ai suoi schiavi.

Jane Meriton morì quando la figlia aveva appena due anni, e il padre si risposò poco tempo dopo. Thomas White era uomo molto religioso, un rigido non-conformant presbiteriano, che impartì ai figli una severissima educazione religiosa.
Jessie però, bambina di spirito indipendente, si ribellò ben presto alle costrizioni paterne, diventando, come lei stessa si definì, una “ragazzaccia poco femminile”.

Dopo aver frequentato la scuola di Buckingham House a Portsmouth, studiò Teologia con il pastore John Daniel Morell, iscrivendosi, a soli 17 anni, alla Scuola di Teoria Sociale di George Dawson a Birmingham dove iniziò, tra l’altro, a scrivere i suoi primi articoli per il giornalino della scuola, l’Eliza Cook’s Journal.

Dal 1852 al 1854 fu lettrice di Filosofia alla Sorbona, avendo come docente Hughes Lamennais.
Fu proprio durante il suo soggiorno a Parigi che Miss White ebbe modo di stringere amicizia con Emma Roberts, allora amante di Garibaldi; e così, quando nel settembre del 1854 la Roberts partì alla volta dell’Italia per recarsi dall’Eroe dei Due Mondi, chiese a Jessie di accompagnarla.
Per la giovane inglese fu la svolta della vita!
Jessie White rimase folgorata dal fascino di Garibaldi che lei stessa definì “…un semplice cortese gentiluomo, di poche parole, restio dall’andare in società”, e decise di dedicare il resto della sua esistenza alla causa della Libertà d’Italia.

Nel 1855 rientrò a Londra dove iniziò, prima donna in Gran Bretagna, a frequentare una Scuola di Medicina senza,peraltro, completare il corso di studi.
Sempre a Londra si iscrisse alla Società Ashurts e al Circolo Amici dell’Italia, due società sostenitrici della causa italiana, venendo ben presto a contatto con Mazzini, allora in esilio nella capitale britannica. Il genovese la volle come collaboratrice e Jessie si impegnò in una intensa campagna di conferenze, articoli di giornale, raccolte di fondi, volta a sostenere i patrioti italiani.
Inoltre, quando nel 1856 Garibaldi si recò a Londra per tentare di ottenere il sostegno britannico contro l’oppressione imperiale austro-ungarica, Miss White fu scelta per fare da tramite nei colloqui del Generale con alcune eminenti personalità inglesi. Purtroppo la missione di Garibaldi si risolse in un fallimento.
Fu però proprio in questo periodo che l’Eroe dei Due Mondi cominciò a mettere in guardia la sua amica inglese dalle idee di Mazzini, ritenute da Garibaldi troppo visionarie e idealistiche per poter essere realmente utili alla causa italiana.

Nonostante ciò Jessie White seguì ugualmente Mazzini, insieme al suo amico Alberto Mario, un veneto di Lendinara, nel suo viaggio a Genova nel 1857.
Qui Jessie fu accolta come una celebrità, contribuendo in questo modo a deviare l’attenzione del pubblico da Giuseppe Mazzini, impegnato a preparare la spedizione di Carlo Pisacane a Sapri.
Come noto l’impresa fallì miseramente e Jessie il 4 luglio 1857 fu arrestata insieme ad Alberto Mario dalla polizia sabauda. Nei 4 mesi trascorsi in carcere Alberto ebbe modo di corteggiare per lettera la White e, così, quando i due furono liberati si recarono subito in Inghilterra, dove si sposarono il 19 dicembre del 1857.

L’anno successivo vide i due sposini affrontare un viaggio a New York, dove si impegnarono in un ciclo di conferenze a favore della causa italiana.
Jessie e Alberto scrissero anche numerosi articoli sul New York Times sullo Herald e sul Post, ottenendo un notevole successo di pubblico.
Proprio in questo periodo i due portarono a termine il loro definitivo allontanamento da Mazzini, avvicinandosi alle idee federali del Cattaneo.

Rientrati in Italia dopo la 2° Guerra d’Indipendenza, braccati da tutte le polizie degli stati italiani, si rifugiarono a Lugano da dove, nel 1860, partirono per Genova, arruolandosi con la seconda ondata di volontari, in partenza per seguire Garibaldi nell’impresa dei Mille.
Alberto entrò a far parte dello Stato Maggiore del Generale, mentre Jessie si impegnò come infermiera.

Famosi sono alcuni episodi di quella campagna che descrivono pienamente il coraggio della giovane inglese. Durante la battaglia di Santa Maria, Mrs. Mario uscì sotto il fuoco nemico per portare acqua e cibo a Garibaldi, a digiuno da ore.
Alla battaglia del Volturno, Jessie effettuò ben quattordici sortite sotto il piombo borbonico, per soccorrere garibaldini feriti o morenti.
Ben presto i garibaldini finirono per identificare la figura dell’intrepida “Hurricane Jessie”, con la “Bella Gigugin”, protagonista della più nota canzone garibaldina.
Durante la campagna militare, inoltre, lavorò come corrispondente per il Morning Star, portando a conoscenza del pubblico britannico i successi delle camicie rosse.

Jessie e Alberto, seguirono ancora l’Eroe dei Due Mondi nella guerra del 1866, negli sfortunati scontri di Monterotondo e Mentana del 1867, e nell’ultima vittoriosa battaglia del Nizzardo a Digione nel 1871 contro i Prussiani.

Ormai raggiunta l’Unità d’Italia, i coniugi Mario si ritirarono a Lendinara, ma la combattiva Jessie trovò ben presto nuovi motivi per lottare, nonostante la grave paralisi a tre dita della mano destra che la colpì a soli 49 anni.

Sfruttando le sue conoscenze sanitarie si dedicò allo studio della pellagra, una grave patologia causata da carenza di Vitamina B3, studiando i possibili apporti dietetici volti a mitigare e sconfiggere la malattia.

Nel 1877 pubblicò il libro La miseria in Napoli, un attento studio sulle gravi condizioni socio-economiche delle plebi partenopee.
Effettuò, inoltre, una lunga indagine sulla situazione dei minatori siciliani, culminata nella pubblicazione del libro Le miniere di zolfo in Sicilia nel 1894.
Ma la “signorina Uragano”, non tralasciò la sua passione per il giornalismo che l’aveva portata ad essere la prima donna giornalista britannica, pubblicando ben 143 articoli in 40 anni soprattutto per il quotidiano americano The Nation, e per la Nuova Antologia di Firenze.

Nel frattempo, nel 1882, il suo amato Alberto morì proprio il 2 giugno, lo stesso giorno della morte di Garibaldi. Con ammirevole dedizione Jessie si dedicò, con l’aiuto del Carducci, a completare le opere del marito, riunendole nei volumi di Scritti letterari e scritti politici.
Nello stesso anno pubblicò una biografia di Garibaldi, seguita da una di Mazzini nel 1886 dal volume Agostino Bertani e i suoi tempi, dedicata al medico personale dell’Eroe dei Due Mondi, e da scritti sulla vita di Carlo Cattaneo, Giuseppe Dolfo, Giovanni Nicotera, e, ovviamente, del marito Alberto Mario.
Scrisse, inoltre, i volumi storici I garibaldini in Francia e The birth of modern Italy, quest’ultimo pubblicato postumo.

Nel 1897, l’ormai sessantacinquenne Jessie, iniziò una nuova avventura, ottenendo una cattedra di Letteratura inglese, all’Università di Firenze.
E proprio a Firenze, Jessie White Mario, passò a miglior vita, il 5 marzo del 1906.

Il funerale si svolse con cerimonia non religiosa, tenutasi nell’appartamento della Mario, alla quale seguì un lungo corteo funebre che attraversò le strade di Firenze. Migliaia di persone assistettero ai suoi funerali, mentre 100 ragazze spargevano petali di rose al passaggio del carro funebre. La coraggiosa garibaldina inglese fu sepolta a Lendinara, accanto al suo amato Alberto.

Numerosisimi sono i libri a lei dedicati.

* – Questa nota per dire che sulle date della visita di Garibaldi a Castellammare gli storici non sono affatto concordi e vi è chi sostiene che Garibaldi fù a Castellammare il 23 maggio, e chi invece riferisce del 22 e del 20.
** – Il Buccellato Galatioto da il 22 giugno come data dell’arrivo e dello sbarco, ma gli altri autori concordano con il 18.