Where everyone in the world is migrating—in one gorgeous chart

diarioelettorale:

Qui una “vera” infografica vi dice in un colpo d’occhio da dove partono i migranti per andare dove ed in quanti.

Originally posted on Quartz:

These flows represent 75% of human migration from 2005-2010.

These flows represent 75% of human migration from 2005-2010.

It’s no secret that the world’s population is on the move, but it’s rare to get a glimpse of where that flow is happening. In a study released in today’s Science, a team of geographers used data snapshots to create a broad analysis of global migrations over 20 years.

The study was conducted by three geographic researchers from the Wittgenstein Centre for Demography and Global Human Capital in Vienna. The researchers presented their data in five-year increments, from 1990 to 2010. Their research is unique, because it turned static census counts from over 150 countries into a dynamic flow of human traffic.

Migration data is counted in two ways: Stock and flow. “The stocks are the number of migrants living in a country,” says Nikola Sander, one of the study’s authors. Stock is relatively easy to get—you just count who is in the country…

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Un maestro della fotografia di guerra: Evgenij Chaldej

Evgenij Chaldej è considerato uno dei maestri mondiali della fotografia di guerra e il più importante fotoreporter di guerra dell’ Est europeo, pari per importanza a Robert Capa.
Celebre per le sue fotografie che documentano la Seconda Guerra Mondiale. Come il suo collega americano, Chaldej non fotografava la guerra come un reporter, quanto piuttosto come un soldato tra i soldati non sottraendosi all’uso dell’immagine costruita e di propaganda.

La sua più celebre immagine è “Raising a flag over the Reichstag”. Chaldej nell’occasione (2 maggio 1945), oltre alla sua macchina fotografica, portò con sé sul Reichstag colpito dai bombardamenti, tre fucilieri, una tovaglia rossa, una stella e una falce e martello di cartone, ago e filo.
Assemblato il tutto a mo’ di bandiera sovietica per la realizzazione dell’immagine fu necessario l’aiuto di altri due soldati. A quel punto uno dei soldati Ismailov, venne aiutato a salire sui resti di un pilone e a fissare la bandiera sovietica.
Chaldej impugnò la sua macchina fotografica e scattò un intero rullino da diverse angolazioni, e con diversi protagonisti.
L’immagine rappresenta emblematicamente, dal punto di vista russo, la vittoria finale sul nazismo.

Evgenij Chaldej era un ebreo ucraino nato nel 1917 (è morto nel 1977) ed era tra le braccia di sua madre, quando lei venne uccisa durante un pogrom antisemita. La pallottola trapassò il corpo della madre e ferì in modo serio Evgenij, che tuttavia sopravvisse. Durante la seconda guerra mondiale il padre e le sorelle furono vittime d’un eccidio di ebrei russi ad opera dei nazisti.

Nel 1948 venne licenziato dalla TASS, l’agenzia per cui aveva lavorato fino a quel momento, probabilmente a causa del risorgente antisemitismo e solo dopo la morte di Stalin poté rientrare nel giro della grande informazione, con l’assunzione alla PRAVDA, per la quale lavorò fino al 1972.

Se nel paese di origine Chaldej è rimasto sempre molto popolare, nel resto del mondo non ha avuto particolare notorietà e solo alla caduta dell’Unione Sovietica le immagini da lui realizzate hanno cominciato ad essere proposte nelle rassegne fotografiche in Europa e negli Stati Uniti.

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Castellammare del Golfo: sequestrato complesso turistico

Mafia, sequestrato complesso turistico a Scopello

PALERMO. La Guardia di finanza di Palermo ha sequestrato un complesso turistico nella localita’ balneare di Scopello, frazione di Castellammare del Golfo in provincia di Trapani, composto da 12 mini appartamenti, parcheggi, aiuole e spazi comuni per l’intrattenimento, del valore di circa 40 milioni di euro, in esecuzione di un provvedimento emesso dal Tribunale di Trapani.
Il provvedimento riguarda Antonino Palmeri, imprenditore di 65 anni, condannato nel ’98 per associazione di stampo mafioso e danneggiamento aggravato dal metodo mafioso, appartenente alla cosca di Alcamo-Castellammare.
Il sequestro segue altri due provvedimenti emessi dal Tribunale di Trapani nei confronti del mafioso, tra la fine del 2012 e gli inizi del 2013, che riguardavano società ed attività di bar-pasticceria a Castellammare del Golfo, intestate ai familiari dell’imprenditore, a cui quest’ultimo avrebbe trasferito, solo formalmente, la titolarità, per un valore complessivo di circa 7 milioni di euro.
Le indagini dalle Fiamme gialle avevano evidenziato che ”mediante cessioni di rami d’azienda e diversi cambi di gestione delle attività commerciali, i figli dell’imprenditore, pur in presenza di limitate capacità reddituali autonome, avevano negli anni realizzato diversi investimenti, finalizzati anche alla costruzione del complesso turistico sequestrato. Secondo la Gdf il genitore continuava ad esercitare di fatto il controllo sulle aziende.
Dal precedente sequestro – che aveva, tra l’altro, colpito anche la società che gestiva il complesso turistico – erano rimaste escluse le strutture e i fabbricati esistenti sui terreni, perchè …

tutto l’articolo su GDS.it

Rostagno, Cusenza e quella mafia degli anni 80′

Non essendo i mafiosi entità astratte, particolarmente interessanti risultano questi due video resi disponibili su Youtube dal Canale dell’Associazione Ciao Mauro.

Si tratta della registrazione audio-video di una trasmissione di Mauro Rostagno per RTC (Radio Tele Cine) la televisione con cui collaborò fino a quando fu posto termine a quella collaborazione con la sua uccisione a Lenzi, in territorio di Valderice, quella sera del 26 settembre 1988.

Il processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno è ancora in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.
Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per porre termine all’attività giornalistica di Rostagno condotta attraverso l’emittente televisiva trapanese.

Nel corso della trasmissione Mauro Rostagno, coadiuvato da un giovane collaboratore, ospite della comunità Saman, intervista da par suo l’Avvocato Salvatore Cusenza, dirigente del Partito Comunista Italiano.

“Nel corso della trasmissione Mauro e Salvatore, a partire dal processo per l’omicidio del Sindaco di Castelvetrano Vito Lipari che si stava celebrando al Tribunale di Trapani, analizzano i nuovi equilibri mafiosi e i nuovi rapporti con la politica. Imputati in quel processo erano boss mafiosi della caratura di Mariano Agate, Antonino Riserbato e Nitto Santapaola, quest’ultimo allora ancora latitante.
L’omicidio del Sindaco Lipari viene messo in relazione ad altri delitti mafiosi eccellenti, dal sequestro Corleo all’omicidio del Generale Dalla Chiesa, offrendo all’ascoltatore una lettura chiara ed esauriente del modo in cui il fenomeno mafioso si era evoluto dagli anni 50 in poi, in provincia di Trapani e nel resto dell’isola, analizzando anche le sue relazioni con la mafia del Nord America.
Si tratta di un’analisi approfondita, operata attraverso un attento lavoro di analisi di sentenze, verbali giudiziari ed altra documentazione simile.
Colpisce la capacità di Mauro e di Salvatore di mettere in relazione fatti e circostanze, offrendo al telespettatore delle chiavi di lettura del fenomeno mafioso che si rileveranno corrette negli anni successivi, quando le indagini degli inquirenti, i processi e le sentenze dei tribunali le confermeranno.”

Non mancano naturalmente i riferimenti alle famiglie mafiose castellammaresi e ai cambiamenti degli equilibri in corso in quegli anni.

Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno udienza del 26 febbraio 2014

Segna un punto di svolta l’udienza del 26 febbraio 2014 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani in cui sono alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.
Su questa udienza il punto di vista di Adriano Sofri pubblicato su “La Repubblica”:

La verità su Rostagno raccontata dal DNA nel processo al boss

Colpo di scena nell’udienza per l’omicidio del sociologo: il test dimostra che le tracce sull’arma del delitto sono del killer di Cosa nostra alla sbarra. E spazza via 26 anni di dubbi e depistaggi

di Adriano Sofri

Mercoledì 26 febbraio: si tiene in Corte d’assise a Trapani un’udienza (la sessantatreesima in tre anni) del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, ventisei anni dopo. I periti incaricati dalla Corte riferiscono sui risultati dell’esame delle tracce di DNA lasciate sui frammenti lignei del sottocanna del fucile usato per l’omicidio. Hanno individuato, spiegano, una “relazione di verosimiglianza” molto forte tra il DNA dell’imputato dell’esecuzione materiale, Vito Mazzara, e uno dei profili rilevati. Che la compatibilità sia “molto forte” non è un’espressione comune, è la traduzione (very strong) di una scala tecnica che contiene 5 gradi di evidenza dell’attribuzione: “debole”, “moderata”, “forte”, “molto forte”, ed “estrema”. “Molto forte vuol dire che la probabilità che un profilo preso a caso nella popolazione coincida con quello rilevato dell’imputato è di una su cento milioni”. (Nel caso di un’evidenza “estrema”, sarebbe di una su miliardi, ed equivarrebbe “alla certezza che un solo individuo sulla faccia della terra possa aver lasciato quella macchia”). Impressionante com’è, la relazione dei periti riserva un altro formidabile colpo di scena. Nelle tracce rilevate, il profilo di uno sconosciuto particolarmente individuato, siglato come “A 18”, appartiene a un parente (maschio) dell’imputato: “è parente biologico di primo o di secondo grado di Mazzara Vito con una probabilità del 99,9%, e specificamente la parentela più verosimile è quella di secondo grado (che include le coppie zio-nipote, i fratelli unilaterali – di padre o di madre –, i cugini doppi, e altre parentele più complicate)”…
I periti d’ufficio che così asciuttamente riferiscono –Elena Carra, dell’università di Palermo, Paola Di Simone, della polizia scientifica di Palermo, e Silvano Presciuttini, dell’università di Pisa- sono oltretutto ignari della circostanza, riferita a suo tempo dal “pentito” Ciccio Milazzo, secondo cui Vito Mazzara (66 anni, già campione di tiro a volo) si esercitava a sparare con uno zio, Mario Mazzara, nel frattempo deceduto, e con altri due uomini d’onore, Salvatore Barone e Nino Todaro. L’imputato Vito Mazzara, assiduo in aula –dove non ha mai risposto- è detenuto, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto, e altri omicidi commessi agli ordini di Cosa Nostra e, per la zona di Trapani, del boss Vincenzo Virga. Virga, 75 anni, anche lui ergastolano detenuto, è imputato come mandante. Per svolgere la perizia assegnata dalla Corte le due biologhe e il docente di biostatistica hanno lavorato sul DNA di 8 “professionisti” di cui era accertato l’intervento sui reperti nel corso delle indagini, in modo da separarne i profili (curiosamente, uno di loro, un ufficiale dei carabinieri, si era tenacemente opposto al prelievo del proprio DNA, nonostante la perizia sia anonima quanto all’attribuzione dei profili rispettivi). E’ risultato così che, oltre agli 8 e all’imputato, sono presenti nei frammenti del fucile calibro 12 tracce genetiche di altri individui non identificati, uno dei quali, quel “A 18”, legato da parentela all’imputato. Si sa che il ricorso più diffuso alla genetica ha a che fare con gli accertamenti di paternità, che hanno superato il proverbiale “mater semper certa, pater autem incertus”, e inciso sulla questione scottante dell’eredità dei patrimoni. Qui, inaspettatamente, l’indagine sulla presenza di un soggetto sull’arma del crimine ha portato a trovarne un secondo a lui affine, raddoppiandone per così dire l’evidenza.
Il colpo di scena mi ha riportato a un classico di Mark Twain, “Wilson lo zuccone” (poi ritradotto come “lo svitato”) che sono corso a rileggere appena uscito dall’aula, nella gloriosa edizione della Bur. Grazie alla mania di raccogliere e studiare le impronte digitali, l’eccentrico Wilson risolve un caso di omicidio complicato dalla sostituzione in culla di due bambini somiglianti come gocce d’acqua. (Tema ripreso nel Principe e il povero). Nel testo di Twain era ancora viva la sensazione suscitata dalla scoperta delle impronte digitali –Wilson chiede a tutti di passarsi le mani nei capelli e poi depositare l’impronta sui suoi vetrini. Le meraviglie dei ghirigori dei polpastrelli culminavano nella singolarità dei gemelli. Il famoso saggio di Carlo Ginzburg sul “paradigma indiziario”, “Spie” (1979) ripercorre la storia dei modi in cui l’individuazione si è venuta svolgendo, nelle attribuzioni artistiche o nelle certificazioni di polizia, fino alle impronte digitali.
Non so se le mirabolanti conseguenze delle analisi del DNA abbiano già suscitato una letteratura romanzesca adeguata, ma assistendo all’udienza trapanese ho avuto l’impressione che la realtà ne stesse scrivendo, pressoché inavvertitamente, un capitolo inedito e spettacoloso. E insieme un amaro risarcimento alle falsificazioni, manipolazioni e sciatterie che hanno oltraggiato per un quarto di secolo l’indagine sull’omicidio di Mauro Rostagno. La fantasia narrativa seguirà, ma qui la perizia scientifica e la strumentazione di laboratorio vengono a capo di una tragedia umana e civile e di una procedura penale, dopo che si è fatto di tutto, in stolidità o complicità, per cancellare, confondere e rimescolare tracce.
La presenza del parente “A 18” sul reperto non dimostra che il non identificato (finora) parente si trovasse sul luogo del delitto, perché avrebbe potuto maneggiare l’arma in circostanze precedenti. Era stata proprio l’indagine sui reperti, bossoli cartucce e parte del fucile, a far riaprire il processo, grazie all’iniziativa del capo della squadra mobile di Trapani, oggi a capo della DIA campana, Giuseppe Linares, dopo che per vent’anni non era stata eseguita nemmeno una perizia balistica. Del resto, durante questo processo, membri dell’Arma hanno dichiarato di non aver mai seguito la pista mafiosa perché nessuno gliel’aveva ordinato, e non ritenevano di farlo di propria iniziativa.
Il prossimo 14 marzo i pubblici ministeri, le parti civili e la difesa discuteranno la relazione dei periti (illustrata in oltre 600 pagine). La difesa di Mazzara ha assunto come consulente l’ex generale dei carabinieri Luciano Garofalo, già capo dei Ris di Parma e star televisiva. Il processo dovrebbe concludersi a maggio. La corte d’assise, che comprende i sei giudici laici, è guidata dal presidente Angelo Pellino (cui si devono le motivazioni delle sentenze nei processi per Mauro De Mauro e Peppino Impastato) e dal giudice a latere Samuele Corso. Dopo la clamorosa udienza di mercoledì, ho aspettato di leggere cronache e commenti. Non sono venute, une e altri. Sembra stridere, questa distrazione di oggi, col fragore delle “piste” lanciate in passato: omicidio fra compagni, questione di amorazzi, fesseria di drogati, scoperte su traffici di armi internazionali… Ma non è così, non stride. Il silenzio di oggi è semplicemente la continuazione di quel frastuono di ieri e dell’altroieri.”