Smemorati

Si fa un gran parlare in questi giorni su tutti i media e sui social network della virulenza e della violenza ad opera dei grillini nelle aule parlamentari.

In verità le aule parlamentari della nostra Repubblica hanno conosciuto di più e di peggio anche sul piano della virulenza e del passare alle vie di fatto.

Un articolo di Jacobo Iacoboni su La Stampa di oggi dal titolo “L’aula delle risse, senza cambiare mai” ci ricorda che:

Le camere non sono mai state un modello di nulla, certo non di educazione. Il che non scusa nessuno, anzi: è due volte grave e doloroso, per chi vorrebbe cambiare le cose, ritrovarsi uguale al passato.

Abbiamo assistito ai comunisti che stavano quasi per menare il radicale Cicciomessere. Abbiamo visto in epoche più recenti Storace che va a caccia di Paissan, le gazzarre leghiste e i cappi in aula di Luca Leoni Orsenigo. Quando Finì mollò Berlusconi i leghisti stavano per picchiare Catia Polidori. A Sgarbi ruppero gli occhiali. Quando cadde Prodi berlusconiani (Nino Strano) festeggiarono a mortadellate; il mastelliano Tommaso Barbato sputò in faccia a un collega (Nuccio Cusumano), che svenne sentendosi ululare insulti sessisti squallidi oltre ogni dire. In un dibattito su Eluana Englaro, Gaetano Quagliariello gridava, con occhi sbarrati, «non è morta! È stata ammazzata!».

e andando più indietro nel tempo epici rimangono gli scontri in occasione dell’adesione dell’Italia alla NATO e della discussione ed approvazione della nuova legge elettorale del 1953, detta Legge Truffa.

“Quel 18 marzo del ’49 Giulio Andreotti annotò nei suoi diari: «La seduta durò ininterrottamente tre giorni e tre notti per stroncare gli ostruzionismi e fu contraddistinta da pugilati, scambi di percosse e persino da un morso alla mano del mite Achille Marazza, azzannato dal comunista Di Mauro che cercava di aggredire De Gasperi alle spalle». Non c’era lo streaming, non c’era il tg di Mentana, ma i fattacci c’erano. Accadevano. De Gasperi si beccava insulti truculenti, per l’epoca; «buffone» da Togliatti, «bugiardo» da Giolitti, addirittura «servo» da Pajetta, «traditore» persino dal moderato Amendola. Gronchi alla fine disse che l’aula era ridotta a «un’arena da circo», «uno spettacolo da competizione di facchini di piazza». Circensi e facchini, peggio che angiporti. E siccome si menavano dentro e fuori dall’aula, il comunista Serbandini, che faceva la spola, si vantava delle «mani sporche del sangue dei vecchi».
Per non dire di ciò che avvenne il 21 gennaio del ’53, nel dibattito sulla legge truffa. De Gasperi e Scelba avevano fretta ma, altro che ostruzionismo, volavano cazzotti. Meuccio Ruini, presidente del Senato, fu colpito – lo racconta Pietro Ingrao nel suo libro – da una tavoletta in faccia. Narrò Zatterin «il vecchio uomo politico non si trattiene dal farsela nei pantaloni».

A proposito della seduta per il varo della Legge Truffa i cronisti parlamentari di estrema destra (del MSI anchesso all’opposizione nella discussione sulla legge truffa) Gianna Preda e Mario Tedeschi scrissero:

Nei giorni della epica battaglia Ugo La Malfa è stato preso a sganassoni da Lussu; Meuccio Ruini, che ha sostituito il presidente Paratore dimissionario, è stato colpito da una tavoletta di legno divelta dalle iraconde mani del compagno Menotti; i senatori Angiolillo e Casadei sono stati malmenati e presi a calci nel sedere; il socialdemocratico Mazzoni, corso in aiuto della comunista Adele Bei, è stato da costei preso a sberle. In sintesi: centodieci senatori, in sessanta minuti di gazzarra, si sono resi responsabili dei seguenti reati: ingiuria, diffamazione, violenza privata, minacce, percosse, lesioni, tumulti, distruzione di pubblici documenti; istigazione a delinquere, vilipendio al governo, oltraggio al Parlamento e attentato contro gli organi costituzionali. Se invece di centodieci senatori si fosse trattato di centodieci cittadini qualunque, questi sarebbero stati condannati, complessivamente, a centocinquant’anni di galera“.

Legge elettorale maggioritaria, nel 1953 finì così

La voce enfatica dell’informazione di regime del cinegiornale della INCOM (non c’era ancora la televisione) dà conto dei risultati elettorali delle elezioni politiche del 7 giugno 1953, quelle della cosidetta Legge Truffa, una legge proporzionale con preferenze e senza sbarramento che con la correzione in senso maggioritario introdotta dalla legge n.148 del 31 marzo 1953 assegnava il 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi.
Tale modifica alla legge elettorale finì per essere uno dei temi più importanti della campagna elettorale.

Nominata Legge Truffa dalle opposizioni, essa fu paventata come emblema della deriva della neonata democrazia facendo leva sulla paura di una nuova fase autoritaria dopo quella fascista.
Nella coalizione di governo non mancò il dissenso e alcune componenti liberali e socialdemocratiche abbandonarono la coalizione centrista con il dichiarato intento di non far raggiungere il quorum alla DC e ai suoi alleati (PSDI, PLI, PRI).
Il risultato elettorale vide la Democrazia Cristiana affermarsi ancora una volta come partito di maggioranza relativa ma in forte calo rispetto alle precedenti elezioni, così come in calo fu pure l’intera area di governo composta da PSDI, PRI e PLI.
La coalizione centrista, messa in piedi per ottenere il premio di maggioranza, da loro introdotto con la nuova legge elettorale, non riuscì a superare il 50% dei voti seppure per pochi centesimi percentuali. Le elezioni invece rafforzarono la sinistra, in particolare il Partito Comunista Italiano, a dimostrazione che quando le classi dirigenti forzano la realtà in senso estremista, dopo ad avvantaggiarsene sono le forze meno moderate, maggiormente attrezate a rispondere alla chiamata alle armi.

Qui invece il “neutralissimo” invito al voto sempre della settimana INCOM

E qui l’esilarante servizio (girato nel giorno delle elezioni) nel quale i politici ripresi nell’esercizio del voto sono solo democristiani o loro alleati, come se gli altri politici non esistessero nemmeno.

Capire che succede in Ucraina

Visto il disinteresse dei media e delle trasmissioni televisive di approfondimento italiane impegnate a mostrare senza soluzione di continuità l’ombelico dei politici italiani, proviamo a dare uno sguardo oltre confine per cercare di capire cosa e perchè succede in Ucraina, dove  in tanti sono ancora disposti a scendere in piazza e rischiare la pelle per la “polis”.

Qui un ottimo lungo servizio di “Al Jazeera English” di oggi 25 gennaio, e a questo link una intervista a Massimiliano Di Pasquale, esperto di Ucraina, autore di “Ucraina terra di confine” pubblicata su East Journal il 22 gennaio, che sul disinteresse dei mezzi di informazione italiani dice:

La stampa internazionale e soprattutto la stampa anglosassone forniscono analisi più dettagliate e puntuali; in Italia ci si è fermati ad aspetti più folcloristici come il divieto di indossare caschi oppure ci si è limitati a commenti del tutto fuorvianti. Per fare un esempio il Corriere della Sera, tra i quotidiani più autorevoli, ha pubblicato venerdì 17 una semplice foto, senza articolo, dove si vedeva un deputato del Partito delle Regioni, il Partito del Presidente, sanguinante in Parlamento. Oltre all’idea che in quel caso i facinorosi fossero i membri dell’opposizione, la didascalia parlava solamente di scontri durante la discussione della legge di bilancio senza neanche citare l’introduzione, con vero e proprio blitz, di leggi liberticide. Mi ha stupito molto questa superficialità e mi chiedo quale informazione possa arrivare ad una persona che non sa nulla di Ucraina.

I giornali italiani tendono a sminuire o a non dare certe informazioni. Mi piacerebbe capire da dove derivi questo gap informativo. Credo che le cause siano molteplici e tra queste citerei la “legacy sovietica” nella mentalità di alcuni commentatori, il fatto che si confonda l’Ucraina con la Russia considerandola una sorta di appendice di quest’ultima e non uno stato sovrano, la mancanza spesso di corrispondenti in loco. Tutto ciò alla fine è interpretato, da molti Ucraini, come disinteresse nei confronti del loro Paese. Ora gli Ucraini si sentono abbandonati dall’Europa in un momento fondamentale della loro storia. Sono infatti 60 giorni che sono in piazza a manifestare, all’inizio per avvicinarsi all’Europa, ora per liberarsi da un dittatore.

Immagini delle manifestazioni di Kiev

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Italia e depurazione delle acque presentato ieri il ricorso della Commissione: Castellammare del Golfo tra le città inadempienti

“Italia inadempiente sulle fognature. Ecco le città nel mirino Ue
La Commissione europea porta l’Italia alla Corte di Giustizia per le numerose violazioni nel trattamentto degli scarichi

Roma, 23 gen. (TMNews) - Italia inadempiente sul trattamento delle acque reflue urbane: è l’accusa della Commissione europea, mossa oggi dall’esecutivo Ue davanti alla Corte di Giustizia europea nella causa C-85/13.

La Commissione, secondo quanto hanno spiegato i servizi della Corte Ue di Lussemburgo in una nota, con il suo ricorso lamenta che l’Italia non ha dato correttamente attuazione, in varie parti del suo territorio nazionale, alla direttiva 91/271/CEE del 1991 sul trattamento delle acque reflue urbane.

Bruxelles ha quindi chiesto alla Corte di dichiarare che l’Italia è inadempiente rispetto agli obblighi derivanti dalla direttiva. La Commissione fa valere che l’Italia ha omesso di: 1)- prendere le disposizioni necessarie per garantire che gli agglomerati aventi un numero di abitanti equivalenti superiore a 10 000 e scaricanti in acque recipienti considerate “aree sensibili” siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane. Si tratta dei comuni di Bareggio, Cassano d’Adda, Melegnano, Mortara, Olona Nord, Olona Sud, Robecco sul Naviglio, San Giuliano Milanese Est, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Trezzano sul Naviglio, Turbigo e Vigevano (Lombardia) 2) – prendere le disposizioni necessarie per garantire che negli agglomerati aventi un numero di abitanti equivalenti superiore a 10.000, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente. Si tratta dei comuni di Pescasseroli (Abruzzo), Aviano Capoluogo, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Pordenone / Porcia / Roveredo / Cordenons, Sacile (Friuli Venezia Giulia), Bareggio, Broni, Calco, Cassano d’Adda, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Somma Lombardo, Trezzano sul Naviglio, Turbigo, Valle San Martino, Vigevano, Vimercate (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Nuoro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Terrasini (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto).

Secondo la Commissione, l’Italia ha altresì omesso di: 3) – prendere le disposizioni necessarie per garantire che negli agglomerati aventi un numero di abitanti equivalenti superiore a 10 000 e scaricanti in acque recipienti considerate “aree sensibili”, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento più spinto di un trattamento secondario o equivalente. Si tratta dei comuni di Pescasseroli (Abruzzo), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo / Sedegliano / Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone / Porcia / Roveredo / Cordenons, Sacile, San Vito al Tagliamento, Udine (Friuli Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Francavilla Fontana, Monteiasi, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna) e Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini e Trappeto (Sicilia).

4) – prendere le disposizioni necessarie affinché la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane realizzati per ottemperare ai requisiti fissati agli articoli da 4 a 7 della direttiva 91/271/CEE siano condotte in modo da garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali e affinché la progettazione degli impianti tenga conto delle variazioni stagionali di carico. Si tratta dei comuni di Pescasseroli (Abruzzo), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo / Sedegliano / Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone / Porcia / Roveredo / Cordenons, Sacile, San Vito al Tagliamento, Udine (Friuli Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Bareggio, Broni, Calco, Cassano d’Adda, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Somma Lombardo, Trezzano sul Naviglio, Turbigo, Valle San Martino, Vigevano, Vimercate (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Francavilla Fontana, Monteiasi, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini, Trappeto (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto).

Ape MAZ

da tmnews.it

Ma il linciaggio è o non è democrazia diretta ?

Cosa pensate, quando vi chiedono della democrazia diretta ?

Dice qualcuno, il paesino svizzero in cui ci si riunisce in piazza e si decide per alzata di mano, o ancora dice qualcun altro l’antica grecia in cui ci si riuniva nell’agorà e li si discuteva e si decideva.

Mai nessuno che citi anche il linciaggio come manifestazione facilmente riconoscibile della democrazia diretta in quanto metodo decisionale basato anchesso sulla forma assembleare.

Si dirà che è un paradosso e che va preso come tale. Tuttavia vi assicuro che forse e senza forse il linciaggio è l’esemplificazione estrema della democrazia diretta, della democrazia senza deleghe, della democrazia senza intermediazioni. E non è detto che non siano le dinamiche comuni di massa che stanno alla base di ogni linciaggio ad alimentare oggi il mito della democrazia diretta.

Si il linciaggio, quella dinamica più o meno spontanea che si attiva in una comunità quando la stessa di fronte a un delitto più o meno efferato che ha colpito uno o più dei suoi membri sull’onda dell’indignazione e/o dell’emozione variamente stimolate, ritiene potersi investire dell’autorità per procedere all’esercizio di una delle prerogative fondanti la comunità stessa (il tutto li ed in quel momento) l’esercizio della giustizia, in una catena diretta e “democratica” che contempla l’assemblea, la discussione ed il giudizio della stessa comunità tutta, o della maggioranza dei suoi componenti, sulla colpevolezza del reo fino alla esecuzione della sentenza stessa senza intermediari.

Se in qualche luogo del mondo succede che “sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigranti appartenenti alla peggiore specie di europei, i meridionali italiani, una Genia che il grande Shakespeare non esitò a definire come formata dagli “individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi allora può accadere che, “tutti i bravi cittadini sono invitati a partecipare all´assemblea … per prendere provvedimenti“.

E alla fine dell’esercizio, dalle tragiche conseguenze, di tale doveroso atto di democrazia diretta il tutto si concluda con i ringraziamenti e la benedizione dell’autorità del luogo:

Vi ho chiamato per compiere tutti insieme un dovere, e questo dovere è stato compiuto. Ora tornate a casa e Dio vi benedica“.

Accadde in America a New Orleans nel 1891, quando i migranti quelli “più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo” erano gli italiani.

Tutta la storia è stata ben raccontata in tutti i dettagli da Alberto Bonanno e pubblicata il 28 novembre del 2007 su La Repubblica e riguarda:

Il linciaggio di nove siciliani nella New Orleans del 1891
Accusati dell´omicidio di un poliziotto, assolti dai giudici

di Alberto Bonanno

Antonio Abbagnato, James Caruso, Rocco Geraci, Antonio Marchesi, Pietro Monasterio, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Charles Traina. Nomi di immigrati siciliani che negli Stati Uniti oggi non direbbero più nulla a nessuno, ma che appartengono a nove vite sacrificate per affermare il mito americano della libertà nella sua proiezione più estrema e violenta.

Nove siciliani trucidati il 14 marzo 1891 a New Orleans sono caduti nell´oblio riservato a tutte le vittime dei linciaggi, le stragi compiute in nome della giustizia che punteggiano luttuosamente la vicenda americana. Di quel linciaggio, il più grave nella storia degli Usa, c´è traccia ormai solo nella memoria di qualche studioso e nella stampa dell´epoca, che al massacro diede grande rilievo: sebbene le esecuzioni sommarie fossero all´ordine del giorno, quel caso incrinò seriamente, per la prima volta, i rapporti tra l´Italia e l´America. Una crisi risolta qualche anno dopo con un pugno di dollari. E oggi, che i rigurgiti xenofobi fanno la loro ricomparsa anche in Italia, vale la pena riflettere su un episodio che mostra come, poco più di cento anni fa, proprio i siciliani venissero considerati alla stregua dei romeni o dei nordafricani del nostro tempo, come ricorda Gian Antonio Stella nel suo “L´orda” (Rizzoli), unico contributo recente alla memoria di quella strage.

Nel 1890 New Orleans era la quarta città degli Stati Uniti e la prima al mondo per convivenza di razze: nel melting pot si mischiavano francesi, irlandesi, creoli, caraibici, afroamericani. E tanti italiani, quasi tutti del Sud. La città statunitense era collegata con Palermo dalle navi a vapore, che periodicamente rovesciavano sulle banchine del porto migliaia di migranti: da quando la schiavitù era stata ufficialmente abolita, venticinque anni prima, molti di loro avevano finito per sostituire i neri nel massacrante lavoro di raccolta del cotone. Dalle navi non sbarcava solo manodopera: anche le organizzazioni che facevano capo alla mafia siciliana – Mano Nera e associazione degli Stuppagghieri su tutte – la mafia calabrese e la camorra napoletana, in poco tempo si erano profondamente infiltrate negli interessi economici della città. Lo sapeva bene David C. Hennessey, primo sovrintendente della polizia locale: da oltre due anni il giovane sceriffo teneva a bada le famiglie criminali italiane che a New Orleans si contendevano il controllo degli attracchi nel porto commerciale, il più importante e frequentato degli Stati Uniti del Sud. Hennessey non era uno stinco di santo, e ricalcava la fama della polizia di New Orleans, accusata spesso di corruzione e di connivenze: lui stesso era stato processato per omicidio e banditismo, e «aveva abbracciato la fede della legge per non finire in prigione», ricorda Massimo Di Martino nel suo “Joe Petrosino, detective 285″ (Flaccovio).

La guerra del porto vedeva da un lato i Matranga, famiglia mafiosa egemone alleata all´oscuro imprenditore Joseph Macheca – diventato in poco tempo il re degli agrumi del french market e ritenuto l´uomo più potente del sottobosco neworleansiano – e la famiglia dei Provenzano, successori del clan mafioso degli Esposito. Il 6 aprile 1890 un agguato commesso dai Provenzano a danno dei Matranga, in cui due uomini legati a questa famiglia avevano perso la vita, aveva messo violentemente fine alla tregua. E poco dopo aver arrestato Macheca e Matranga come mandanti di quell´omicidio, Hennessey aveva annunciato la sua testimonianza nel processo a loro carico a favore dei Provenzano, che di Hennessey erano amici personali. Fu molto probabilmente per questa ragione che la notte del 15 ottobre, intorno alle undici e mezza, mentre Hennessey rientrava a casa dopo un banchetto offerto in suo onore da immigrati siciliani, giunto nei pressi di casa, all´angolo tra Girod e Basin Street, venne colpito dalle fucilate esplose da due uomini. Lo sceriffo rispose al fuoco, ma le pallottole di grosso calibro gli avevano devastato l´addome: si trascinò per qualche metro e all´angolo successivo cadde esanime. Poco prima di morire riuscì a sussurrare un´accusa nelle orecchie del capitano O´Connor, accorso dopo avere udito i colpi: «Dagos did it». Sono stati i dagos, i «latini», nel nomignolo che nello slang del Sud indicava genericamente e beffardamente i meridionali italiani. Fu la scintilla che innescò una carica pronta a esplodere da tempo. Perché sebbene New Orleans avesse fama di città multirazziale, i meridionali italiani non erano affatto ben visti dalla popolazione locale. Non solo perché fossero particolarmente invisi alla comunità dominante degli irlandesi (che li avevano ribattezzati guinies whops, miserabili e spilorci).

Le guerre interne per il dominio avevano minato il campo degli affari ai commercianti e agli imprenditori del luogo, che si ritrovavano a che fare con una «concorrenza» con la quale scendere a patti o ingaggiare lotte armate. Il sindaco di New Orleans, Joseph Shakespeare, dopo l´omicidio Hennessey sparò nel mucchio degli emigrati, additando i meridionali italiani come i responsabili dell´agguato: «Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti – scrisse il primo cittadino sui giornali del luogo – hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigranti appartenenti alla peggiore specie di europei, i meridionali italiani». Genia che Shakespeare definì come formata dagli «individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi». «Dobbiamo dare a questa gente – fu la chiosa – una lezione che dovranno ricordare per sempre». E così fu. La reazione della polizia fu immediata: un massiccio rastrellamento mandò ai ceppi una cinquantina di siciliani, undici dei quali finirono tra i diciannove imputati nel processo per l´omicidio Hennessey. «Tra essi – ricorda Roberto Ciuni nell´Enciclopedia della Sicilia – c´erano il boss della famiglia Matranga, Carmelo, che la sera del 15 ottobre stava giocando a carte, i malavitosi Rocco Geraci e Antonio Scafidi, e tale Emanuele Polizzi, considerato attaccabrighe di professione». Polizzi, si sarebbe scoperto dopo, che in realtà soffriva solo di una precaria salute mentale.

Ma tra esse c´erano anche Pietro Monasterio, il calzolaio la cui bottega si trovava di fronte al luogo dell´agguato, il latitante Bastiano Incardona e Gaspare, suo figlio quattordicenne, accusato di aver dato ai killer il segnale di arrivo di Hennessey la sera dell´agguato. C´erano i fruttivendoli Antonio Marchesi e Antonio Abbagnato, palermitano, che non aveva mai riportato neppure una contravvenzione, colpevoli di lavorare in un mondo in cui Macheca dettava legge. Ci vollero dieci giorni e ottocento audizioni prima che il tribunale di New Orleans riuscisse a formare la giuria, che alla fine di un dibattimento con prove esili e costruite a tavolino (i giudici ricorsero perfino alle ricostruzioni di un detective privato), e ben sessantasette testimoni d´accusa, nel marzo del 1891 emise un verdetto di non colpevolezza per otto degli undici imputati, e non riuscì a raggiungere un accordo per tutti gli altri. Con una forzatura giuridica tutti gli arrestati vennero riportati in carcere, in attesa di aprire un secondo processo dal quale potessero uscire condannati grazie a prove più solide. Ma quel verdetto non andò giù al popolo di New Orleans, che si sentì tradito dai magistrati.

libro-01Appreso dalla stampa l´esito della sentenza, lo sceriffo Gabriel Villère emise un agghiacciante bando pubblico: «Tutti i bravi cittadini sono invitati a partecipare all´assemblea convocata sabato 14 marzo alle 10 alla Clay Statue, per prendere provvedimenti rispetto al fallimento della giustizia nel caso Hennessy. Arrivare pronti all´azione». Si ritrovarono in tremila – ventimila secondo il settimanale “Harper´s Weekly” – armati di pistole, fucili, asce e bastoni. A guidare la protesta era un influente avvocato, W. S. Parkerson, che dalla statua aveva arringato la folla con frasi come «Quale protezione, quale garanzia di protezione ci viene assicurata quando il vertice della nostra polizia viene assassinato dalla mafia, e i suoi assassini tornano a confondersi nella nostra comunità?» E mentre il console italiano, Pasquale Corte, seguiva la vicenda con il fiato sospeso, la Parish Prison, dove erano rinchiusi i siciliani, venne presa d´assalto. La folla chiese le chiavi al capitano Davis, capo del corpo di guardia, che rifiutò di consegnarle. Allora furono abbattute a colpi d´ascia le porte laterali su Treme Street e i rivoltosi entrarono nel carcere. Il primo a cadere sotto i colpi di fucile fu Scafidi. Poi il branco incontrò il minorenne, che fu graziato solo per la giovane età, ma fu travolto ugualmente dalla folla inferocita. Il gruppo raggiunse il terzo piano, dove i detenuti erano fuggiti nel tentativo di confondersi con le donne. Il secondo a cadere fu Macheca.

vendetta-gambinoSei prigionieri che avevano provato a scappare da una scala di servizio furono raggiunti e portati in un cortile interno, dove furono uccisi a fucilate. Tra loro c´era Monasterio, che ferito a morte supplicò i suoi carnefici di sparargli il colpo di grazia. Abbagnato fu impiccato a un albero dopo essere stato ferito. Polizzi fu trovato in un sottoscala a balbettare frasi sconnesse: gli fu passata una corda al collo, e il disgraziato venne issato su un lampione. L´uomo riuscì ad arrampicarsi con le sue mani, ma la folla lo finì a colpi di pistola in un macabro tiro al bersaglio. Si salvarono solo Matranga e Incardona. Secondo l´American Heritage Review, Parkerson alla fine della rivolta congedò il popolo con la frase: «Vi ho chiamato per compiere tutti insieme un dovere, e questo dovere è stato compiuto. Ora tornate a casa e Dio vi benedica». La crisi internazionale tra Italia e Stati Uniti che seguì alla rivolta fu una delle più lunghe e complesse della storia. L´ambasciatore italiano, Francesco Saverio Fava, venne richiamato in patria dal presidente del Consiglio Antonio Starrabba di Rudinì, e il gelo tra i due Paesi durò anni. I processi ai rivoltosi si chiusero senza neppure un colpevole, i commenti della stampa e della politica giustificarono ampiamente il massacro. Il presidente Benjamin Harrison si prese la briga di risolvere personalmente il caso, dichiarando al Congresso che la strage era stata «un´offesa alla legge ed un crimine contro l´umanità», e proponendo di indennizzare le famiglie delle vittime con 2 mila 500 dollari cadauna. La proposta venne accolta a suon di fischi e qualche deputato propose persino di porre Harrison in stato di impeachement perché offendeva l´America. A pagare per quella strage, alla fine, fu solo la Casa Bianca, con i fondi a disposizione del presidente. E il conto non fu neanche troppo salato.”

vendetta-dvdLa vicenda è stata raccontata dallo scrittore americano Richard Gambino, nel libro “Vendetta: The True Story of the Largest Lynching in U.S. History”, libro dal quale è stato ricavato anche il film “Vendetta” diretto da Nicholas Meyer.

Dicono che… e allora “E Semu Ccà” !

Si, dicono qui che pochi giorni fa (9 c.m.), sono state rinviate le operazioni di gara relative all’appalto per i lavori di riqualificazione della Villa Comunale Regina Margherita. Considerato che di questi lavori si era già detto qui il tre settembre 2013 per sottolineare, con garbo, un certo stile da faccia di bronzo nella comunicazione, sottolineatura ribadita, sempre con il medesimo garbo, anche qui, ora stanchi di sottolineare, ci si limita a un sicilianissimo “E Semu Ccà” per la voce e l’interpretazione del validissimo cantautore siciliano Francesco Giunta.

Tutti ciechi dalla nascita, nel mio paese !

Sta nascendo una accesa polemica sui giornali ed in rete, intorno a questo pensiero di Peppino Impastato:

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi ci si abitua con facilità. Ogni cosa pare dover essere così da sempre e per sempre. Insegniamo la bellezza alla gente, così non avremo più abitudine e rassegnazione, ma sempre vivi, curiosità e stupore»

Tale pensiero viene utilizzato (con citazione) in questo spot pubblicitario

Ecco, se si insegnasse la bellezza nel mio paese, “l’orrendo” si riuscirebbe a vederlo ?

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Perchè tra richiami al sole, al mare, e a imprudenti ed impudenti “pride”, qui sembrano tutti ciechi dalla nascita.

Relativamente poi alla polemica nata circa lo spot, vale la pena ricordare che in precedenza prima della Glassing (il nuovo marchio di occhiali da sole creato dai due trentenni lombardi Alessadro Forte e Stefano Ottone), altri avevano utilizzato l’immagine ed il pensiero di grandi personalità antagoniste per veicolare messaggi pubblicitari, rinnovando nel contempo ai contemporanei i messaggi delle personalità coinvolte nell’operazione ed i valori da essi posti in risalto.

Qui un paio di precedenti illustri

Le parole di Martin Luther King nel discorso di Washington del 28 agosto 1963 fanno da sfondo sonoro a questo spot della Nike

Le parole e le immagini del Mahatma Gandhi nello spot di Spike Lee per Telecom del 2004