Pepito, quel falso “Conte di Calatafimi” che lega Josephine Backer alla Sicilia

Si dice che dietro ogni uomo di successo ci sia una grande donna, e al contrario che dietro ogni donna di successo invece ci sia solo lei.
L’affermazione in entrambi i casi è forse generalmente vera, tuttavia è accaduto che dietro il successo di una prima donna ci sia stato un uomo, magari equivoco, magari truffatore, magari millantatore, ma con un fascino tale da riuscire a trasformare una promettente stellina della danza tribale o pseudo tale in una stella di prima grandezza.

Lei si chiamava Josephine Baker da St. Louis, lui Pepito (Giuseppe) Abatino “conte di Calatafimi”, titolo inventato, appunto, anche se realmente nato a Calatafimi.

Pepito-BakerGiuseppe Abatino, infatti nacque qui a due passi da noi, a Calatafimi, cittadina nota per l’epica battaglia tra borboni e garibaldini del 15 maggio 1860 che ha segnato la storia dell’unità d’Italia, il 10 novembre 1898 alle tre e dieci del mattino in un’abitazione del corso Vittorio Emanuele.

Il padre Tommaso, figlio di Raffaele era nato nel 1860 a Catanzaro, e la madre, Maria Immacolata Mulè Li Bassi, di Giuseppe e Cristina Li Bassi, era nata a Palermo il 7 aprile 1861. Il padre, quando Giuseppe viene alla luce a Calatafimi, è capitano del 14° Fanteria di stanza a Trapani. Tommaso e Maria Immacolata Mulè Li Bassi, si erano sposati a Palermo il 30 gennaio 1890.

Giuseppe Abatino risiedette a Calatafimi solo alcuni anni, poi il padre venne trasferito a Palermo ed è da qui che Giuseppe emigrerà a Parigi qualche anno dopo la fine della prima guerra mondiale.

Dei primi anni del suo soggiorno parigino si sa poco. E’ qui che comunque comincia a farsi appellare Conte di Calatafimi ed è grazie a tale titolo ed alle sue trovate da grande truffatore che riesce ad introdursi nei salotti parigini del tempo.

labakereabatino3Nel 1925 conosce lei, Josèphine Baker, da poco arrivata a Parigi e fino ad allora soubrette poco conosciuta negli ambienti del charleston. Giuseppe “Pepito” Abatino la scopre, appena ventenne al “Casino de Paris”, dove la cantante e ballerina si Saint Louis, nel Missuri, anche lei emigrata a Parigi, lancia la canzone “J’ai deux amours” che poi, nel corso degli anni, sarebbe rimasta per sempre legata alla sua immagine.

Josephine Baker-Freda Josephine Carson era nata a St. Louis nel Missouri, il 3 giugno 1906,da Eddie Carson e Carrie McDonald, lavandaia.
Josephine lascia presto la scuola e trascorre l’infanzia lavorando come cameriera e baby-sitter per guadagnarsi da vivere.
A tredici anni lavorando come cameriera in un bar incontra il suo primo marito Willie Wells.
Il matrimonio non durerà molto e nel 1921 si sposa per una seconda volta con Willie Baker.
Intanto diviene ballerina ed entra a far parte del corpo di ballo di Philadelphia.
Nel 1923 riesce ad unirsi al coro delle Stepper Dixie, che rappresenta la commedia musicale ” Shuffle Along ” e si trasferisce a New York. Ben presto riusce ad apparire a Broadway nello spettacolo “Dandies Chocolate”. Allo stesso modo compare al Plantation Club ed al Cotton Club di Harlem.
Arriva a Parigi il 25 settembre ed il 2 ottobre 1925 esordisce con “La Revue Nègre” al teatro Music Hall degli Champs-Elysées.

Qui Giuseppe Abatino la incontra se ne innamora e ne diventa il manager e compagno di vita.
Pepito è amico di impresari e direttori di teatro e fra i tanti anche di monsier Derval, direttore delle “Folies-Bergère”, qui Joséphine nel 1926 esordisce con la rivista “La folie du jour”.
Pepito inventa per lei uno dei più arditi show di tutti i tempi, facendole indossare soltanto un gonnellino con sedici banane pendenti, un costume inventato per lei dal costumista austriaco Paul Seltenhammer che diventerà un’icona degli anni 20′ e 30′ e della vita parigina in particolare.
La sua bellezza e la bravura mandano Parigi in delirio tanto che il teatro registra costantemente il tutto esaurito.
Nei suoi spettacoli e nelle sue canzoni si uniscono il gusto piccante e ricercato del varietà francese al folklore un po’ stereotipato della musica africana.

Screen shot 2013-03-21 at 5.05.04 PMIl 10 Dicembre 1926 apre il suo nightclub “Chez Josephine” nella Rue Fontaine di Parigi.

Nel 1927 pubblica la sua prima autobiografia “Les Memoires de Josephine Baker”, è la star più pagata d’Europa e rivaleggia con Gloria Swanson e Mary Pickford per essere la donna più fotografata del mondo.
La sua influenza sul costume e sulla moda è tale che le donne parigine cominciano ad usare delle creme per scurire la loro pelle.
La diva ha una voce con tonalità perfette per il jazz ed un corpo sensuale che ha mostra senza esitazione ed indossando stravaganti mise.
Tutto ciò risulta essere la formula esplosiva di Josephine, detta anche la “Perla Nera” e la “Dea Creola”.

A un certo punto della storia tra Josephine e Pepito, alcuni dicono 1927 altri 1931, i due si sposano in un matrimonio che però sembra sia stato solo una invenzione pubblicitaria.

Nel 1930 si dedica professionalmente al canto, con grande successo. Partecipa a diversi film come La Sirena dei Tropici (1927), Zou-Zou (1934) e La Principessa Tam-Tam (1935).
In quegli anni diviene la musa di gente del calibro di Langston Hughes, Ernest Hemingway, F. Scott Fitzgerald, e Pablo Picasso.
Josephine è stravagante tanto sul palco che nella vita, ama gli animali ed ha: un leopardo, uno scimpanzé, un serpente, un maiale, una capra, un pappagallo, diversi pesci, tre gatti e sette cani.
Josephine fu la prima star Afro-Americana di un film di successo con la sua interpretazione di “Zou-zou”,  la cui sceneggiatura fu firmata da Pepito il quale firmerà anche le scene de “La Principessa Tam Tam”.

Nel 1936 Pepito muore di cancro a Parigi.

Nel 1937 Josephine acquisisce la cittadinanza francese e si sposa una terza volta con Jean Lion dal quale divorzierà nel 1941. Durante la seconda guerra mondiale non solo scrive e canta per le truppe alleate ma partecipa anche a rischiosissime missioni di spionaggio in favore della resistenza francese e degli alleati per la quale verrà insignita negli anni seguenti di numerose medaglie tra cui la Croce di Guerra e la Legion d’Onore da parte del Generale De Gaulle e del grado di capitano

Nel 1947 si risposa con Joe Bouillon, insieme acquistano il castello di Milandes in Dordogna, dove accolgono prima e poi adottano dodici bambini provenienti da diversi paesi del mondo, che lei chiamava “la mia tribù arcobaleno”. Per il mantenimento del castello e della sua “tribù arcobaleno” Josephine negli anni successivi spese tutta la sua fortuna.

Famoso fu il suo impegno civile a favore dei diritti dei neri, sebbene ormai residente in modo permanente in Francia, sostenne l’American Civil Rights Movement
Nel 1963 partecipa ed è tra gli oratori della Marcia di Washington per i diritti civili al fianco di Martin Luther King.

L’8 aprile 1975 all’età di sessantotto anni organizza uno “speciale” al teatro Bobino di Parigi per celebrare i suoi cinquanta anni di lavoro. Tra il folto pubblico personaggi come la principessa Grace di Monaco e Sophia Loren.

Pochi giorni dopo l’esistenza terrena di questa donna dalla vita intensa e leggendaria si conclude. Josephine entra in coma e muore il 12 aprile 1975 per un’emorragia cerebrale.

Un corteo funebre di circa ventimila persone sfila per le strade di Parigi.
Josephine Baker è la prima ed unica donna americana a cui la Francia ha tributato gli onori militari, durante il suo funerale furono esplosi ventuno colpi di cannone in suo onore.
Josephine Baker è sepolta nel Principato di Monaco.

Princess Tam Tam

Parte 1a

Parte 2a

Parte 3a

2 thoughts on “Pepito, quel falso “Conte di Calatafimi” che lega Josephine Backer alla Sicilia

    • E’ vero, e chiedo scusa ad Antonio Fiasconaro per la colpevole finale dimenticanza. Non ho difficoltà infatti a riconoscere di avere attinto a piene mani per la redazione di questo post al suo lavoro pubblicato in rete sul sito http://www.ilsitodipalermo.it. Il lavoro di costruzione del post, teso a sottolineare ed attualizzare la statura del personaggio Caroline Backer, a partire da questa curiosa presenza nella sua vita, mi ha infine portato alla colpevole non citazione dell’ottimo lavoro di Antonio Fiasconaro. A ciascuno il suo.

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