Trapani: non c’è pace tra le tonache (9) – Arrivano gli inviati !

Oggi ben due articoli su “La Stampa” di Torino dei due inviati venuti apposta ia Trapani nella giornata di ieri, per capire di più sul legame tra le vicende della Curia Trapanese e gli interessi che girano intorno alle dimissioni di Gotti Tedeschi dallo IOR.

La procura di Trapani prepara un’altra rogatoria sui conti sospetti. E anche Roma vuole chiarimenti

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

VATICANO, I MISTERI DELLA BANCA. L’INCHIESTA SICILIANA – Ior, nuovo affondo dei giudici

La Sala Stampa del Vaticano fa sapere che i magistrati della Santa Sede stanno analizzando la richiesta di Trapani. Non è un semaforo verde alla rogatoria inoltrata dalla Procura, è un tentativo di rompere l’accerchiamento, di alleggerire il carico, la pressione sul Vaticano.

Come se non bastassero i «corvi» e i «maggiordomi». E poi i guai dell’ex numero uno dello Ior, il professor Gotti Tedeschi, il 4 giugno, veicola un’email di cui è venuto in possesso e che lo riguarda. Un’email in cui è scritto: «Quello che puoi fare è creare un consenso perché si chieda a gran voce una commissione d’inchiesta (o un commissario) sul caso Gotti Tedeschi».

I veri titolari

Ecco, come se non bastasse tutto questo, come se già l’aria non fosse carica di complotti, ci voleva pure Trapani, con i suoi ammanchi di milioni di euro dalle casse della Curia. Senza parlare dei conti milionari aperti dai trapanesi allo Ior, con il fondato sospetto che i veri titolari siano uomini di Cosa nostra. Anche il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, che si occupa di riciclaggio alla banca vaticana, ha chiesto chiarimenti a Trapani, manifestando disponibilità a collaborare all’inchiesta siciliana (Trapani gli ha mandato la sua rogatoria). E potrebbe non essere l’unica. Le indagini trapanesi si stanno arricchendo di acquisizioni processuali tali che la Procura sta valutando in queste ore di procedere a un’ulteriore rogatoria da inoltrare alla Santa Sede.

Il conti di don Ninni

Afa da Ferragosto, e siamo solo a giugno. La tensione in città si taglia a fette. Perché qui, a Trapani, il clima non è diverso da quello che si vive nelle Sacre Stanze. Un vescovo defenestrato dopo un processo sommario non è da tutti i giorni. Soprattutto se è vero che l’indagato eccellente per la storia degli ammanchi nelle casse della Curia è un prete, don Ninni Treppiedi, di quelli che frequentano i salotti buoni della città. Un sacerdote molto legato a quell’ex sottosegretario berlusconiano, Antonio D’Alì, finito sotto processo per concorso esterno alla mafia. Un uomo della dinastia dei banchieri D’Alì che avevano terre dove ha prestato servizio come campiere anche Francesco Messina Denaro, padre del boss Matteo, l’ultimo degli Stati Maggiori stragisti di Cosa nostra, ancora latitante.

Terra di banche e di riciclaggio d’alta mafia, il Trapanese. Addirittura nella vicina Castellammare del Golfo, Giovanni Falcone si avvicinò alle raffinerie di «polvere bianca» di Cosa nostra. Ma terra anche di massoneria, con la sua loggia spuria, la Loggia Scontrino, dove mafiosi e borghesia andavano a braccetto.

La vicinanza a Cosa nostra

La Chiesa di Trapani, quando lo Stato reagì alle stragi di Falcone e Borsellino con il 41 bis, divenne punto di riferimento delle famiglie mafiose che protestavano contro il carcere disumano.

Ecco, i contrasti attuali nella Chiesa di Trapani nascono in questo contesto. Il vescovo Micciché è stato defenestrato per aver collaborato alle indagini della magistratura italiana? O perché don Ninni Treppiedi ha messo a verbale davanti a un pm che il vescovo aveva conti milionari (dollari) allo Ior?

Che storiaccia, l’inchiesta siciliana. Don Ninni si era specializzato in firme false, quella del vescovo Micciché gli riusciva benissimo, diventando per grazia ricevuta amministratore ed erede universale di beni ecclesiastici e complessi storici come il convento di Alcamo «Angelo Custodia».

Il «saccheggio»

Dalla lettura delle carte della Procura, questo è il giudizio che si trae su don Ninni e i suoi complici: «Il contesto nel quale operano è quello di un vero e proprio saccheggio di beni di titolarità della diocesi trapanese e delle varie parrocchie “frequentate” dal Treppiedi, da ultimo quelle alcamesi».

Il sospetto degli inquirenti è che il giro d’affari di don Treppiedi sia stato intorno a una decina di milioni di euro, che dovrebbero essere transitati su conti Ior. Il legale del sacerdote, l’avvocato Galluffo, però precisa che il suo assistito aveva un solo conto corrente alla banca vaticana, per un importo complessivo di 16.000 euro (il conto è stato chiuso), frutto degli stipendi per il lavoro svolto all’università «Lumsa». E nessun altro. Lasciando così intendere, l’avvocato di don Ninni, che conti milionari allo Ior ci sono e sono riconducibili ad altri.

da “La Stampa.it

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Gli strani affari del don “Ha fatto sparire un milione di euro” – L’economo nel mirino dei magistrati

di GIACOMO GALEAZZI INVIATO A TRAPANI

All’apparenza è un intrigo di potere locale, in realtà è uno scontro nel cuore del potere vaticano. Con tanto di maggiorenti Cei e cardinali di Curia schierati per l’una o per l’altra parte. Nella devastante faida di Trapani tra il vescovo defenestrato Micciché e l’economo ribelle don Treppiedi entrano in campo fazioni ecclesiastiche e santi in paradiso. Nel decreto in cui si stabilisce la «sospensione dal sacro ministero», il 20 febbraio, la Congregazione per il clero ritiene provata la responsabilità di don Antonino Treppiedi per il «mancato rendiconto» di gestione con «particolare riferimento a due assegni bancari di 97mila e 50mila euro». Per la Santa Sede «l’ostinata contumacia del reo» e la «speciale gravità della violazione» esige «l’urgente necessità di riparare lo scandalo dei fedeli».

Ma don Treppiedi non accetta la sanzione e così è lo stesso ministro del Clero, cardinale Mauro Piacenza a scrivere il 31 maggio al sostituto di Micciché, l’arcivescovo Plotti, per ribadirgli che «la censura della sospensione al sacerdote è immediatamente esecutiva ed efficace». Malgrado ciò l’avvocato di don Treppiedi sostiene ancora che il provvedimento sia congelato da un ricorso. Intanto le carte vaticane (dove si evidenzia un ammanco di oltre un milione di euro) e quelle dei magistrati di Trapani descrivono un vortice infernale di rogiti, mutui, operazioni finanziarie. Più che una diocesi, quella di Trapani sembra un’agenzia immobiliare. Una sequela di vendite, passaggi di mano, trasferimenti, come la cessione a prezzi stracciati della canonica della parrocchia del Rosario. Secondo la procura, Micciché era sempre all’oscuro di tutto, persino che don Treppiedi avesse svenduto la canonica a un suo fedelissimo. Tutto alle spalle del vescovo. Anche il convento di Alcamo affidato dalle suore al sacerdote. L’inchiesta della procura, che aveva prima innescato il 7 giugno 2011 l’invio del «visitatore apostolico» Mogavero e a metà maggio la rimozione del vescovo Micciché, riguarda ufficialmente un ammanco di denaro nella fase di incorporazione da parte della fondazione «Auxilium» di un’altra fondazione gestita dalla Curia, la «Campanile». Sullo sfondo come nella tradizione dei «pupari» siciliani si muovono, però, ingombranti padrini. Micciché deve molto della sua carriera al discusso arcivescovo Cassisa, sotto la cui guida la diocesi di Monreale divenne epicentro di veleni e bufere di mafia. Treppiedi da parte sua ha parentele e amicizie influenti tra porporati e politici. In Sicilia come a Roma è guerra di nervi e di calunnie. Malaffare, scandali sessuali, nepotismi, sodalizi con «uomini d’onore». Ogni arma è buona pur di danneggiarsi. Qui la Chiesa conta ancora tanto: nelle urne, nei cda delle banche, tra la gente che affolla il porto e i paesi barocchi. Non è un caso che per «pacificare» quest’angolo indocile della Sicilia la Santa Sede abbia speso l’influenza della Cei delegando l’ex vicepresidente (Plotti) e l’ex sottosegretario (Mogavero). Malgrado ciò, la guerra è tutt’altro che terminata.

da “La Stampa.it

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