Trapani: Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (25)

Udienza del 14 marzo 2012 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Vengono esaminati i testi Francesco Marino Mannoia, e Francesco di Carlo collaboratori di Giustizia.

Francesco Marino Mannoia risponde alle domande del pm Gaetano Paci nella veste di testimone assistito, dopo avere ripetuto la formula di rito.

Francesco Marino Mannoia, presente nel sito riservato, ricostruisce la sua figura di mafioso.

Nella primavera del 75 ha iniziato a far parte di cosa nostra, facendo parte della famiglia di Santa Maria del Gesù di Palermo diretta da Stefano Bontade, si è occupato di delitti, omicidi, della trasformazione di morfina in eroina e di contrabbando di sigarette.
All’interno della famiglia ha fatto parte di una decina ed era alle dirette dipendenze di Stefano Bontade fino alla sua morte nel 81′.
Dopo è stato alle dipendenze della famiglia di Partinico e del suo referente Nenè Geraci (il vecchio).
Ha iniziato a collaborare nel settembre del 89′.

Il pm Paci chiede, qual’era all’epoca la strutture di cosa nostra e quali erano i compiti della commissioni regionali e provinciali.
Mannoia riferisce che le due commissioni si occupavano del controllo totale del territorio. Gli affari di una certa rilevanza venivano sottoposte alla commissione regionale.

Il pm Paci chiede conferma dell’esistenza all’epoca di una commissione trapanese.
Mannoia risponde affermativamente e ricorda alcuni reggenti trapanesi quali i Rimi, i Minore il vecchio Zizzo, Calderone, Di Cristina, molto influenti sono stati Mariano Agate e Procopio di Maggio di Castellammare.
Quando è stato ucciso Stefano Bontade era in carcere, poi è evaso nell’83’ e dopo arrestato nuovamente nell’85.
Ha avuto una lunga detenzione assieme a Francesco Luppino responsabile della strage di Pizzolungo, è stato detenuto con Mariano Agate, e ha frequentato i Rimi e i Minore, ma non era molto assiduo in provincia di Trapani.

Il pm Paci chiede se ha avuto rapporti con alcuni soggetti della Provincia di Trapani per fatti di stupefacenti.
La risposta è affermativa in particolare ricorda Carlo Greco, che era uno dei più attivi nelle raffinerie, Francesco Milazzo, quello ucciso assieme alla fidanzata.
Ha lavorato una partita di eroina per conto di Giuseppe Giacomo Gambino, che si interessava del trapanese.

Il pm Paci chiede come si collocava Mariano Agate all’interno di cosa nostra, con quale fazione.
Mannoia risponde che ” era impenetrabile, ambiguo, era un suddito di Salvatore Riina”, e con grande apprezzamento nei confronti di Ciccio Madonia e dei suoi figli, e di Giuseppe Giacomo Gambino, e di Bernardo Brusca.
Con Mariano Agate “siamo stati assieme al carcere dell’Ucciardone, durante la celebrazione del maxi processo”, non erano nella stessa cella, si vedevano nelle ore d’aria.

Il pm Paci chiede se durante il periodo di detenzione nel carcere dell’Ucciardone a Palermo ha sentito mai parlare del giornalista Mauro Rostagno.
Mannoia lamenta la perdita di memoria conseguente al lungo tempo trascorso e a non avere avuto esperienza diretta del caso Rostagno, Nei ricordi la situazione di Rostagno riaffiora come quella “di Impastato che parlava sempre di Gaetano Badalamenti”.
Di Rostagno “ricordo che parlava sempre male di Mariano Agate”, e Mariano Agate “era infuriato per l’eliminazione di questa persona”.

Lei, essendo in carcere, come viene a conoscenza della vicenda Rostagno?”.
Io l’ho saputo naturalmente dall’ambiente ristretto di cosa nostra”, “non ricordo la circostanza in cui mi fu detto”.

Il pm Paci fa rilevare che il 4 febbraio 1991 Mannoia dichiarò “rammento che verso la fine del 1985 inizio dell’86’, tenuto conto che il 2 febbraio 1986 fummo trasferiti a Palermo, per l’inizio del maxi-processo, ebbi modo di vedere una trasmissione di una emittente televisiva locale nel corso della quale il Rostagno si intratteneva su diversi problemi parlava del territorio”.
Mannoia conferma il contenuto della dichiarazione.

Il pm Paci chiede se assiste alla trasmissione quando era detenuto a Trapani o quando è stato trasferito a Palermo.
Mannoia non ricorda se era a Trapani o all’Ucciardone.

Lei ha fatto riferimento a Mariano Agate ed alla circostanza che Rostagno parlasse di Agate e avesse suscitato in Agate un particolare atteggiamento, ciò è accaduto all’Ucciardone o a Trapani ?
“Sicuramente all’Ucciardone”.

Da chi sentì fare commenti sull’attività giornalistica di Rostagno mentre si trovava in carcere ?
Mannoia non ricorda esattamente, e ricorda che aveva contatti molto ristretti, con Pietro Loiacono, con Pippo Calò con Agate stesso, con i Bono,

Il pm Paci cita precedenti dichiarazioni del Mannoia “alcuni legati all’Agate, tra i quali Di Carlo Giulio e Geraci Nenè commentavano il fatto che il Rostagno ‘rompesse’ a Marianeddu”.
Mannoia conferma queste dichiarazioni.

Giulio Di Carlo e Nenè Geraci dove erano detenuti con lei ?
“All’Ucciardone, alla settima sezione”

Le risulta che conoscessero Mariano Agate ?
“Mariano Agate era persona strettamente legata a questo gruppo”

Lei ricorda e conferma di aver sentito che il Di Carlo e Geraci avevano detto che Rostagno “rompesse” Marianeddu ?
Mannoia conferma. Relativamente all’espressione “rompesse a Marianeddu” dice che “era una situazione assillante nei confronti di Mariano Agate”, quasi quotidiana da parte di Rostagno che definiva Mariano Agate mafioso e che comandava nel territorio”.

Mariano Agate ha mai detto personalmente a lei della attività giornalistica di Mauro Rostagno ?
La risposta è no

Il pm Paci riferisce allora di una dichiarazione dello stesso Mannoia del 4 febbraio 1991 “successivamente lo stesso Agate si lamentò alla mia presenza nel carcere di Palermo durante il maxi-processo, del fatto che il Rostagno gli desse fastidio”
Mannoia conferma la sua dichiarazione.

E’ comunque in grado di ricordare qualche particolare, la ragione per cui l’Agate avesse parlato di Rostagno ?
Il teste risponde che il semplice manifestare un malumore era all’interno di cosa nostra già un voler eliminare qualcuno, ma di avere appreso solo le lamentele di Mariano Agate e non ha certezza di fatti.

Lei è venuto a conoscenza che Mauro Rostagno è stato ucciso e da chi ?
Mannoia ricorda di esserne venuto a conoscenza, ma non ricorda altri particolari.
Non ricorda il periodo esatto in cui è stato eliminato Rostagno, non ricorda se fu nell’87 o ’88.

Per la parte civile l’avvocato Lanfranca chiede se ricorda di cosa si occupava Mariano Agate nel Trapanese.
Mannoia risponde che Mariano Agate era una persona avida di denaro che si occupava di appalti, traffico di droga, calcestrruzzi etc.
Agate si occupava di droga in grande stile nel trapanese e da quando ?
Nel trapanese sono stati tra i primi, la facevano arrivare prima dei palermitani, dalla Tahilandia e dai marsigliesi, dagli Stati Uniti, queste cose le ha sapute da Stefano Bontade.
Raffineria di Alcamo ?
Vincenzo Milazzo era uno degli organizzatori della grande raffineria di Alcamo che poi è stato ucciso assieme alla fidanzata e che ha conosciuto personalmente.
L’avvocato Lanfranca chiede se con riferimento alla raffineria di Alcamo di Milazzo, aveva degli interessi in questa attività il Mariano Agate ?
Questa non è una cosa di cui Mannoia può fornire prove, ma presume di si.

L’avvocato Miceli chiede a Mannoia se ha conosciuto Giovanni Falcone e le circostanze della conoscenza
Mannoia risponde di averlo conosciuto quando è stato trasferito in località protetta, dopo essere passato a collaborare, nel settembre dell ’89 e ciò dopo che erano stati uccisi i suoi familiari tra i quali la madre, la sorella e la zia.
L’avvocato Miceli chiede al teste se ricorda se Falcone gli chiese di riferire su fatti di cosa nostra trapanese.
Mannoia conferma di avere parlato di questo con Falcone. Con Falcone tracciarono la mappa della struttura di cosa nostra, sia delle famiglie che delle commissioni.

Non ci sono altre domande delle parti Civili.

E’ il turno dell’avvocato Vezzadini difensore di Virga il quale torna a chiedere se le trasmissioni televisive le vedeva dall’Ucciardone e cosa ricorda di quel periodo e della vicenda di Rostagno con Mariano Agate.
Mannoia ribadisce di non ricordare in maniera esatta, forse le vedeva a Trapani, che Mariano Agate per quello che sa si lamentò del Rostagno, ed “era palesemente chiaro che aveva un forte interesse” che Rostagno tacesse.
L’avvocato Vezzadini chiede se ha conosciuto Giambattista Agate.
La risposta è affermativa ed il teste conferma trattarsi del fratello di Mariano Agate e non sa se era uomo di cosa nostra.
L’avvocato Vezzadini chiede di riferire di Di Cristina e Calderone quali membri della commissione di Trapani.
Mannoia risponde di sapere che Di Cristina era il fidanzato della sorella di Bontade, ed era della Sicilia centrale, rappresentante di Riesi, Calderone invece era il rappresentante di Catania, a Trapani non avevano ruoli.

Pone le domande ora il Presidente Pellino il quale preliminarmente chiede se Di Cristina era di Riesi e se sa il teste di che provincia si tratti.
Mannoia risponde affermativamente e con provincia di “Agrigento, Caltanissetta”.

Per quello che riguarda il Trapanese, le sue conoscenze si fermano ai Rimi ed ai Minore ?
Si, frequentava poco comunque il trapanese. Aveva rapporti diretti con Procopio Di Maggio di Castellammare ai tempi del maxi-processo.

Nel periodo del maxi processo (86) chi comandava a Trapani ?
Il capo era Mariano Agate, che era di Mazara Del Vallo, il rappresentante di Trapani, forse non c’era.

Il presidente Pellino chiede al teste se ha conosciuto Vincenzo Virga.
Mannoia afferma che è un nome che conosce ma non ha avuto altri rapporti.

Il presidente Pellino chiede quando ha saputo dell’uccisione di Bontade.
L’ha saputo in carcere per radio non ci furono dei contraccolpi, e dopo continuò a fare il suo ruolo di uomo d’onore e ha raffinato quintali e quintali di morfina per conto di Salvatore Riina.
Il presidente Pellino chiede se suo fratello che è stato ucciso era uomo d’onore.
Mannoia risponde che il fratello fu combinato nella famiglia di Ciaculli quando lui era detenuto, ed era con Pino Greco detto “Scarpuzzedda”.
Il presidente Pellino chiede se ha mai saputo da chi e perchè fu ucciso suo fratello.
Mannoia non sa esattamente, come sono andate le circostanze della morte del fratello. Apprese il 21 Aprile dell’89 della sparizione del fratello. Era detenuto all’Ucciardone.
Il presidente Pellino chiede se era detenuto insieme a Mariano Agate.
“Agate era una delle ultime persone che ho salutato assieme a Giuseppe Madonia”.
Il presidente Pellino chiede se nel periodo in cui fu ucciso il fratello ha avuto notizia di altri omicidi.
Riina e Bagarella in quel periodo non andavano tanto d’accordo, dall’Ucciardone si stava organizzando una evasione. Questa evasione non doveva servire per continuare lo sterminio di persone, ma per cercare di porre un freno a quella situazione uscita fuori controllo. Ma l’evasione non si fece più, Pino Greco venne assassinato e con lui gli altri e l’unico che riuscì a salvarsi fu Leoluca Bagarella.
La scomparsa di suo fratello ha a che fare con questi omicidi ?
Mannoia risponde di non saperlo, nonostante tutti i processi e i pentiti.
Il presidente chiede se è’ in grado di ricordare la detenzione con Mariano Agate quando inizia
Con Marianoi Agate ci si vedeva nell’ora d’aria alla settima sezione, ma non sa citare una data esatta

Finita l’audizione del teste Francesco Marino Mannoia.

Corte di nuovo in aula, riprende l’udienza

Si procede con l’audizione del testimone Francesco Di Carlo come teste assistito

Il pm Paci chiede al teste come e quando è entrato in cosa nostra.
Di Carlo risponde di essere entrato in cosa nostra nei primissimi anni sessanta nella famiglia di Altofonte, dove è nato, e ciò fino al 1982.
Da soldato a capodecina e fino ad essere rappresentante della famiglia fino al ’79.
Poi dimessosi, da rappresentante, restò a completa disposizione del capomandamento Bernardo Brusca di San Giuseppe Jato e della commissione (Michele Greco).
Il pm Paci chiede cosa succede nell’82.
Con la guerra di mafia di allora e con gli omicidi a catena senza nessuna pietà, Di Carlo capì che era la fine di Cosa Nostra. Cercò di salvare i Caruana e i Cuntrera, avendo saputo che volevano eliminarli. Ad un certo punto Salvatore Riina gli disse, che se non voleva essere dei loro, poteva andare fuori.
Allora andò in Inghilterra a Londra, nell’82 e aveva solo rapporti con la sua “famiglia” di Altofonte.
E’ stato detenuto in Inghilterra, per 11 anni, dall’85 al ’96 quando è rientrato in Italia.
Durante questo periodo ha avuto rapporti con soldati della sua famiglia, con il fratello e con un cugino, Nino Gioè”.

Il pm Paci chiede come avvenivano i rapporti con la famiglia e con quale altre persone era in contatto.
Oltre ai familiari ha avuto rapporti anche con Benedetto Capizzi e Giovanni Caffrì, che era cognato del fratello Andrea.
I fratelli, lo zio e il nonno facevano parte di Cosa Nostra.
I miei fratelli sono stati combinati da lui. Quando è arrivato in Italia doveva scontare ancora tre anni, ed allora decise di collaborare.
Ha avuto una condanna a 25 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti.

Il pm Paci chiede se ha avuto modo di conoscere sia prima di essere detenuto e successivamente, soggetti e attività di Cosa Nostra trapanese.
Di Carlo dice di avere conosciuto tantissimi affiliati a cosa nostra trapanese, “quelli che mi ricordo Antonio, lo chiamavano Totò Minore e Calogero suo fratello, ‘baffone'”.
“Ne conoscevo tanti, c’era qualcuno di Paceco”.
“Poi nell 82′ l’ultima volta che l’ho visto Virga, Vincenzo Virga, a Palermo.
“In quel periodo era sottocapo o consigliere della famiglia di Trapani perchè ancora Totò Minore era in vita”.
“Una volta era assieme con Buccellato, Nicola Buccellato che era il capo della famiglia di Castellammare, per tanto tempo, perchè era una bravissima persona, un “uomo di pace” di Castellammare”.
“Per essere con Buccellato, quando veniva nelle riunioni regionali, in cui si riunivano tutte le province, io andavo ad avvisare a Nicola Buccellato, quando c’era una riunione regionale, e poi lui veniva con il suo consigliere e sottocapo, e una volta mi sembra è venuto con Virga”.
A Marsala ricorda i fratelli D’Amico con i quali era amico.
A Mazara loro, corrente corleonese, avevano Mariano Agate, l’architetto Bruno, “Mastro Ciccio” Francesco Messina, Turiddru Tamburello.

Il pm PAci chiede chi era il rappresentante di cosa nostra a fine anni settanta, inizi anni 80′.
Di Carlo risponde “Il rappresentante era Totò Minore”, successivamente divenne il Virga capomandamento di Trapani.
Nella provincia, “Per tanto tempo fino a che non si è ritirato il vecchio Nicola Buccellato a cui Totò Riina fece uccidere il figlio ed il cugino poi fu eletto il vice, quindi Francesco Messina Denaro ed il vice lo faceva Mariano Agate
L’organismo provinciale era composto da Francesco Messina Denaro, Mariano Agate e Vincenzo Virga.

Il pm Paci chiede se queste persone appartenevano ad altre associazioni segrete.
Cosa nostra palermitana ed in particolare Totò Riina era assolutamente contraria a questo. A Trapani era invece normale.

Il pm Paci chiede se ha sentito parlare di Mauro Rostagno.
Di Carlo risponde che si, ne ha sentito parlare attraverso la stampa ma anche all’interno di Cosa Nostra.

Di Carlo riferisce che quando ha appreso dell’omicidio di Rostagno, ha capito che era Cosa Nostra. Per saperne di più chiese per telefono a Caffrì e Benedetto Capizzi ed ha avuto risposta che l’omicidio era una cosa fatta da Cosa Nostra e non come dicevano i giornali una pista interna alla comunità.
Il pm Paci ricorda a Di Carlo che dal verbale delle sue dichiarazioni ha chiesto a Capizzi anche attraverso dei bigliettini.
Di Carlo conferma la richiesta attraverso i bigliettini.
Crede sia stato Caffri che al telefono gli abbia dato la conferma che l’omicidio Rostagno era avvenuto per mano di Cosa Nostra.
Il pm Paci infine chiede fino a quando Caffrì è stato uno dei suoi interlocutori.
Di Carlo risponde che tale rapporto è durato fino al ’94, perchè poi si trasferi in un posto dove non poteva essere raggiunto.
Il Di carlo è stato indagato e prosciolto in istruttoria per la vicenda Calvi
Il fratello Giulio ha conosciuto Mariano Agate.

Per le parti civili l’avvocato Lanfranca, chiede di Natale L’Ala e se ne conosce una qualche appartenenza alla massoneria.
L’avvocato chiede quindi della loggia Scontrino e di chi fosse affiliato a tale loggia.

L’avvocato Carmelo Miceli chiede del rapporto tra commissione provinciale e capi di mandamento

Tocca ora alla difesa

L’ avvocato Galluffo chiede se conosceva personalmente Mauro Rostagno.
Di Carlo risponde di no.
L’avvocato Galluffo chiede perchè la sua richiesta di informazioni sull’omicidio Rostagno non è avvenuta attraverso il telefono.
Di Carlo risponde perchè usavano frequentemente come mezzo di comunicazione i biglietti, cosa che ritenevano più sicura.
L’avvocato Galluffo chiede del perchè volle sapere chi aveva commesso l’omicidio.
Di Carlo ribadisce che per uno di cosa nostra era normale informarsi e cercare di sapere cosa era accaduto a Trapani e che lui pur essendo detenuto era aggiornato sempre di tutto.

Avvocato Galluffo chiede ancora cosa aveva scritto nel biglettino e quale fu la risposta.
Di Carlo dice di avere chiesto con un qualcosa di simile a un ‘com’è la faccenda di Rostagno ? veramente questa gente l’ha fatto ?’ e la risposta sarebbe stata un qualcosa di simile a ‘No, no, siamo stato noi’ che significava siamo stati noi di cosa nostra.

L’avvocato Galluffo chiede se per gli omicidi si potevano utilizzare dei soldati esterni.
Di Carlo risponde che non sempre si utilizzava questo metodo, si usava se si doveva uccidere uno di cosa nostra, ad esempio a Trapani o Marsala, che essendo piccoli posti ci si conosce tutti tra appartenenti della famiglia, ed allora si utilizzavano persone di fuori.
Per un politico o altra persona al di fuori dell’organizzazione l’omicidio veniva eseguito da quelli del luogo.
Ogni famiglia ha il proprio arsenale.
Se si deve fare un omicidio a Trapani ad esempio, è la famiglia del luogo che mette a disposizione le armi.

Avvocato Vezzadini chiede dettagli della vita carceraria inglese, dei bigliettini e quando doveva chiamare un esponente di cosa nostra come facesse.
Di Carlo risponde narrando anche degli aneddoti e viene ripreso dal presidente, per il linguagio allusivo e poco trasparente, e che c’era una carta prepagata e si metteva in contatto con chi voleva, non sa se nel centralino registravano la chiamata e nell’ultimo periodo di detenzione parlava con il cugino Nino Gioè che si spacciava per suo avvocato.
L’avvocato Vezzadini chiede quindi quando conobbe Virga.
Di Carlo ricorda di averlo visto a fine anni 70′ ad un incontro con Nicola Buccellato di Castellammare che in quel periodo era capo-provincia di Trapani. In occasione di una riunione dopo la morte di Pippo Calderone. Poi ricorda in altre due o tre occasioni. Di Carlo allora organizzava questi incontri regionali e allora veniva Buccellato con Messina Denaro e Virga, e anche un certo Palmeri forse di Santa Ninfa.
L’avvocato Vezzadini chiede se sa che lavoro faceva Virga e se lo ricorda fisicamente.
Di Carlo risponde di non sapere cosa facesse il Virga, era robusto capelli lisci, castano chiaro, corpulento, non molto alto, quando l’ha conosciuto non portava occhiali.

L’avvocato Ingrassia chiede di quando ebbe notizia del caso Rostagno dal Cafrì e se è ancora vivo
Il Cafrì sarebbe stato ucciso nel 97′

L’avvocato Galluffo Senior chiede che grado aveva nella famiglia.
Di Carlo risponde che ha fatto tutti i passaggi di grado, da soldato semplice a capofamiglia.
L’avvocato Galluffo chiede i successivi gradi a soldato quando li ha avuto, prima o dopo il 7 febbraio 1998.
La risposta è prima.
Per questa domanda nasce una contestazione da parte della difesa, ma che trova giustificazione nella successiva domanda.
Avvocato Galluffo chiede se ci si può dimettere solo dal grado.
Di Carlo ribadisce che si, e che lui si è dimesso, ritornando quindi soldato perchè non ammetteva degli omicidi al suo paese.
Fu portato davanti a Bernardo Brusca e si dimise perchè non condividevo il loro operato.
Disse a Brusca di questo e fu affidato alla commissione.

L’avvocato Galluffo chiede se si è interessato nel 1988 ad altri omicidi eclatanti avvenuti a Trapani e se si è interessato dell’omicidio di un Giudice.
Di Carlo risponde che essere informnati era per lui una questione di sopravvivenza, che si è informato anche di altri fatti eclatanti.
L’avvocato Galluffo chiede se si è informato degli omicidi Lima e Moro.
Di Carlo conferma anche questo perchè Lima era suo amico e sa tutto. “Cosa nostra si voleva interessare per liberare Moro, ma non lo hanno voluto i politici a Roma”, lo ha detto anche Cossiga che si volevano rivolgere alla mafia.
Avvocato Galluffo chiede quale era il mezzo di apprendimento delle decisioni della Commissione.
Di Carlo dice che era sempre con Riina, Brusca e Provenzano e sapevo le cose direttamente da loro.
L’avvocato Galluffo chiede se in Italia ha riportato delle condanne.
In Italia non ha riportato nessuna condanna.

Il presidente Pellino chiede di chiarire il passaggio del suo arrivo qui in Italia e di esponenti governativi in visita quando era nel carcere inglese.
Di Carlo dice di avere conosciuto un uomo dei servizi in carcere in Inghilterra e l’ho messo in contatto con Nino Gioè, ma cosa hanno combinato non lo sa.
Poi Nino Gioè si impiccò o lo hanno impiccato.
Il presidente Pellino chiede quali procedimenti pendevano a suo carico in Italia.
Di Carlo dice per associazione mafiosa, e traffico di droga, e quando è rientrato in Ialia ha avuto la condanna, li ha scontati in Italia.
Ha maturato la decisione di collaborare vedendo quello che stava succedendo in Italia. Conosceva il bambino Di Matteo, l’ha tenuto in braccio, anche per questo mi sono pentito. Io ho fatto entrare in cosa nostra tantissima gente, Nino e Ignazio Salvo ad esempio.
Il presidente Pellino chiede se ha deciso di informarsi subito dopo la notizia o quando ha appreso che le indagini e i giornali parlavano di una pista interna.
Di Carlo risponde di si, quando ha visto quello che scrivevano i giornali, fu allora che iniziò a chiedere informazioni e ricevette informazioni dopo pochi mesi.

L’avvocato Ingrassia chiede quanto tempo dopo l’omicidio gli arrivò la telefonata chiarificatrice
Di Carlo risponde, “nel giro di mesi”.

Finite le domande per Di Carlo.

L’udienza è chiusa. Prossima udienza il 28 marzo, verranno sentiti i collaboratori del luogotenente Beniamino Cannas e Carla Rostagno.

La precedente udienza del 29/02/2012 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

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