Castellammare del Golfo ospiterà il Campionato mondiale Offshore di Class 1 ?

Dicono che saremmo in competizione con Trapani per ospitare una tappa del Campionato mondiale Offshore di Class 1 tra il 9 ed 12 agosto prossimi.

Trapani e Castellamare del Golfo, derby per la coppa del mondo di Offshore

Sarà Trapani o Castellamare del Golfo la città siciliana che ospiterà la tappa del Campionato mondiale Offshore di Class 1 che si celebrerà tra il 9 e il 12 agosto? La gara nella gara si concluderà alla fine di febbraio quando la H2o Racing Powerboat Promotion e Class1 Pzr Promotion, promoter esclusivo di Class1, decideranno la futura location che ospiterà la sfida tra le barche più veloci del mondo appartenenti agli uomini più ricchi del pianeta.

In ogni caso sarà il mare cristallino della Sicilia, e per la prima volta in assoluto la provincia di Trapani, a fare da sfondo al Gran Premio di Class 1, World Powerboat Championship, denominato Gran Prix of Sicily, evento d’elite promosso dalla società B.Plan Sport & Events srl che ha sede in Milano in collaborazione con The Player International club e finanziato dalla Regione Siciliana, tra i Grandi eventi dell’assessorato al Turismo.

Performance estreme, in puro stile italiano, che rendono la manifestazione un richiamo turistico potente, attirando una gremita folla di fan di sport motoristici, in grado di dare lustro e notevole indotto economico al territorio in cui si svolge, con presenze facoltose ed eventi collaterali.
Un mix di adrenalina e competizione a cui prendono parte barche costruite con le meccaniche dei motori più avanzati e sofisticati, per una velocità massima di 250 km/h, da 0 a 160 km/h in meno di 4 secondi, guidate da team provenienti da Italia, USA, Svezia, Portogallo, Australia, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Cina, Russia, che attrae annualmente oltre 1 milione di spettatori in tutto il mondo e 250 milioni di contatti televisivi.“.

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“La Stampa” dice che non ci sono più i mafiosi di una volta

New York, mafia in crisi: il padrino s’è estinto

Gli ultimi arresti e la partecipazione ai reality hanno ridicolizzato le famiglie italo-americane

PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

Dalla saga poetica del «Padrino», alla prosa sguaiata dei reality show, passando attraverso la crisi psicoanalitica del serial televisivo sui «Sopranos». La parabola della mafia italiana nello show business americano somiglia sempre di più a quella della sua vita reale, al punto che un’inchiesta del quotidiano «New York Post» arriva a giudicarla in via di estinzione.

L’elemento di partenza viene dalla cronaca. Il 27 gennaio scorso la Dea e l’Fbi hanno decapitato la famiglia Bonanno, arrestando il boss Vincent Badalamenti, i due capitani Nicholas Santora e Vito Balsamo, e il soldato Anthony Calabrese. Nell’ambito della stessa inchiesta hanno nuovamente incriminato il consigliere Anthony Graziano, appena uscito di prigione.
Nel corso degli anni sono avvenuti tanti arresti di alto profilo dei boss mafiosi, basti pensare al lungo processo a cui era stato sottoposto John Gotti, capo indiscusso della famiglia Gambino.

Quindi sarebbe azzardato prevedere il declino delle famiglie newyorchesi, solo sulla base di una retata ben riuscita. Il problema, però, è come sono arrivati gli arresti, perché l’intera storia descrive un declino «morale» della Cosa Nostra americana, che potrebbe esporla a una crisi fatale.

All’origine dell’operazione del 27 gennaio ci sono le rivelazioni del pentito Hector Pagan, che aveva un ruolo di spicco nell’organizzazione perché era il marito di Renee Graziano, figlia del consigliere Anthony. Per salvare se stesso, Pagan si è consegnato alla Dea e all’Fbi, registrando le informazioni che hanno incastrato Badalamenti. Nello stesso tempo la sua ex moglie, Renee, copriva di ridicolo la famiglia Bonanno, comparendo come protagonista nel reality show della televisione VH1 intitolato «Mob Wives». Davanti alle telecamere, la figlia del consigliere spiegava come intende ricostruirsi la vita attraverso un intervento di chirurgia plastica sull’intero corpo; in tribunale, piangendo, descriveva ai giudici come l’ex marito era passato dalla parte della giustizia, rovinando suo padre.

Anche queste degenerazioni ridicole del drammatico mestiere mafioso si erano già viste, per esempio nel programma della televisione A&E «Growing up Gotti», di cui erano protagonisti la figlia dell’ex boss, Victoria, e i suoi tre figli Carmine, John e Frank. Il problema è che si stanno ripetendo troppo spesso, mentre le defezioni colpiscono le famiglie sempre più in alto, e la concorrenza russa minaccia il monopolio del malaffare.

I Bonanno erano un’istituzione della criminalità newyorchese. Affondavano le radici nella Sicilia di fine Ottocento, in particolare dalla città di Castellammare del Golfo, da dove gli uomini d’onore erano partiti alla volta di Brooklyn, quartiere di Williamsburg. Joe «Bananas» Bonanno aveva approfittato delle disgrazie di Salvatore Maranzano, eliminato nel 1931 dal concorrente Charles «Lucky» Luciano perché aveva sognato di diventare il «boss dei boss». Così, a soli 26 anni, Joe si era ritrovato a capo di una delle cinque famiglie di New York, che in questo modo erano diventate Bonanno, Colombo, Genovese, Lucchese e Gambino.

Joe aveva costruito un impero, basato sulla regola aurea dell’omertà e della fedeltà assoluta. Un risultato che aveva raggiunto puntando molto anche sulle origini siciliane dei collaboratori più stretti, che in pratica venivano tutti da Castellammare del Golfo. Si era allargato in Arizona, California e Canada, dove in breve i Bonanno erano diventati la famiglia dominante. Aveva puntato sui business tradizionali del crimine organizzato, ma anche su molte attività legittime, che gli avevano permesso di acquistare più soldi, potere e rispettabilità. La sua figura era così leggendaria, da aver contribuito all’ispirazione del personaggio di Vito Corleone nel «Padrino», libro e film.

I guai erano cominciati negli anni Sessanta, quando, mettendosi d’accordo con i suoi alleati della famiglia Colombo, aveva cercato di far fuori i capi dei Gambino e dei Lucchese. Il complotto era fallito e ne era scaturita una guerra passata alla storia come la «Banana split». I Bonanno erano stati cacciati dalla Commissione, la cupola che guidava gli affari delle famiglie di New York, e Joe si era dovuto nascondere e poi ritirarsi a Tucson, in Arizona.

I capi che avevano preso il suo posto, prima Carmine Galante e poi Philip Rastelli, erano nulla al confronto. Al punto che consentirono lo smacco forse più imbarazzante nella storia della mafia americana: l’infiltrazione per sei anni da parte dell’agente dell’Fbi Joe Pistone. Si era presentato come Donnie Brasco, era arrivato nel cuore dell’organizzazione, e l’aveva distrutta. Nuovo soggetto da film, stavolta meno onorevole del «Padrino», e nuova espulsione della famiglia dalla cupola.

Le cose per i Bonanno si erano riaggiustate solo nel 1991, con l’arrivo del nuovo boss «Big Joe» Massino, che alleandosi con Gotti aveva riportato la famiglia nella Commissione. Era l’epoca in cui il killer Thomas Pitera riservava alle sue vittime il trattamento «Samsonite»: le faceva a pezzi sotto la doccia e le chiudeva in una valigia.

Eppure proprio Massino, nel 2004, ha tradito. Incastrato dagli inquirenti, ha deciso che invece di salvare la famiglia mafiosa di adozione, preferiva salvare sua moglie. È diventato il primo boss attivo a collaborare con la giustizia e denunciare i compagni. Tra di loro anche il violento capo Vincent «Vinny Gorgeous» Basciano, che Massino ha quasi spedito alla pena di morte, registrando di nascosto le loro conversazioni in carcere. Nel frattempo i Bonanno hanno perso pure il controllo dei loro affari in Canada, perché a novembre il boss Salvatore «Sal the Iron Worker» Montagna è stato ammazzato dai killer dei rivali, mentre scappava nuotando in un fiume ghiacciato.

Ora la storia si è ripetuta, con il tradimento del genero del consigliere Anthony Graziano, e la famiglia è rimasta senza testa. Non ci sono eredi di sangue pronti a prenderne il controllo, e questo spinge gli inquirenti ad azzardare l’ipotesi che i Bonanno potrebbero essere in via d’estinzione. È presto per dirlo, e comunque restano in piedi le altre famiglie. Il cambiamento della mentalità e della cultura, però, è quello che potrebbe davvero condannare al ridicolo questo terribile pezzo della storia americana.

da La Stampa.it