Sull’attentato a Maurizio Belpietro una parola è poco e due son troppe

Questa è una nota di cronaca da “La Repubblica” dell’aprile 1995:

“Alle 9 del mattino del 14 aprile piove, e A. M., come ogni giorno, raggiunge su una Croma blindata con autista l’abitazione del magistrato, un portone che affaccia in una via stretta, per raggiungere il quale si percorrono a piedi 20 metri limitati da una cancellata che protegge il giardino di una scuola materna comunale.

Racconta A. M. a “Repubblica”: «Percorro da solo il vialetto, citofono al dottor D’Ambrosio e gli dico che siamo arrivati. Quindi, vedo un tizio con l’impermeabile nel cortile dell’asilo. Prima penso: “Ecco un altro fesso come me che sta qui a prendere l’acqua”. Poi mi dico, ma se l’asilo è chiuso per le vacanze di Pasqua, che ci sta a fare? Allora ho impugnato la pistola e mi sono detto: “Adesso vado a vedere chi è questo”. A quel punto, ho visto quell’uomo che si chinava per raccogliere un fucile. Non so quale tipo di fucile, ma certamente un fucile. Forse un sovrapposto, forse una carabina.

Gli ho gridato qualcosa del tipo “fermo polizia”. Lui si è messo a correre. Ha girato l’angolo dell’asilo e io a quel punto ho preso il giro largo per evitare che mi sparasse nella pancia. È la prima cosa che ci insegnano al corso. Se uno svolta, non metterci subito dietro la faccia, perché lì ci può essere una pistola che ti aspetta. Invece, quando è rientrato nel mio campo visivo era già oltre un cancello e stava saltando su una moto su cui lo attendeva un complice».”

A. M. verrà promosso per aver sventato l’attentato al giudice D’Ambrosio da agente semplice ad agente scelto.

da “La Repubblica

Aggressione e Belpietro, D’Ambrosio: “Il suo caposcorta «salvò» anche me”

L’ex procuratore e oggi senatore del Pd: “Una storia che si ripete”

MILANO

«Alessandro? Lo conoscevo bene, certo era anche il mio caposcorta e mi sono stupito quando ho letto che ha sventato un agguato al direttore di Libero, visto che nel 1995 fu protagonista di un episodio analogo, un presunto attentato contro di me che lui sventò. Insomma mi son detto due volte la stessa storia, e la storia si ripete». A notare le “analogie” con i due episodi, che hanno avuto il medesimo protagonista è Gerardo D’Ambrosio, senatore del Pd, ed ex procuratore di Milano.

Alessandro N., il poliziotto che due notti fa ha sparato per tre volte contro il presunto aggressore di Maurizio Belpietro, poi scappato dal palazzo di via Monte di Pietà a Milano, è stato per molti anni la “tutela” dell’ex capo del pool di Mani Pulite. E anche con D’Ambrosio («un poliziotto scrupoloso, un professionista attento», spiega l’ex magistrato), l’agente si rese protagonista di un intervento clamoroso, anche allora unico testimone e protagonista di un agguato che si stava per consumare nei confronti del magistrato. «Era un mattino piovosissimo di aprile, il 14 aprile del 1995 – ricorda il senatore D’Ambrosio – Ero a casa e aspettavo come solito l’auto per andare in ufficio, in procura a Milano. Ricordo che Alessandro citofonò e mi disse “Procuratore non scenda resti su a casa”: mi affacciai alla finestra del mio appartamento. Il mio palazzo affaccia su un pezzo di strada che dà su una asilo e vidi soltanto un uomo che parlava con una donna all’interno dell’asilo. Non vidi assolutamente nulla, non mi accorsi di nulla».

«Poi, una volta in strada Alessandro, bagnato fradicio e in stato di alterazione, mi spiegò che aveva inseguito una persona proprio dentro l’asilo – prosegue il racconto di D’Ambrosio -, un uomo armato di fucile che poi aveva saltato un muro ed era scappato su una moto guidata da un complice. Ma io non mi accorsi di nulla. So che l’indagine non approdò poi a nulla, credo che il fascicolo fu aperto dal collega Pomarici (lo stesso magistrato che ha il fascicolo sul presunto attentato a Belpietro, ndr) e se non sbaglio successivamente la vicenda finì a Brescia». «Quello che mi ha stupito – spiega D’Ambrosio – oltre alla coincidenza delle due vicende, è il fatto che Alessandro abbia sparato tre colpi di pistola e a meno che non abbia fatto fuoco a scopo intimidatorio, un professionista, con una calibro nove parabellum difficilmente non colpisce il bersaglio da quella distanza. Comunque aspettiamo l’esito delle indagini».

Nell’indagine sull’attentato a D’Ambrosio, ci finì poi anche quella persona che lo stesso magistrato vide dalla finestra della sua abitazione parlare con una donna nell’asilo. Una ipotesi investigativa e giornalistica lo descrisse come un complice che era sul luogo per distrarre eventuali testimoni. «Quella persona che avevo visto – racconta l’ex capo del pool di Mani pulite – mi avvicinò successivamente al supermercato, abitava nella mia zona. Era un signore distinto, gentile che con ironia lieve mi disse: “Permette che mi presenti dottor D’Ambrosio? Io sono la persona che secondo qualcuno avrebbe dovuto partecipare al suo omicidio…“».

da “La Stampa