I Ligotti, Federico e Giuseppe Elio … per gli amici Pino

Il figlio Federico Ligotti si è laureato da poco, e mentre preparava la tesi ha trovato il tempo di sviluppare ed affinare una certa idea di romanzo che gli girava da tempo nella testa.
Così appena laureatosi ha dato alle stampe “Parola di Dio – Kalimat Allah” un testo in cui il giovanissimo autore rivela una gran bella vocazione letteraria.
La scrittura è intensa, significativa, caratterizzata da ritmi e da formule che efficacemente rendono atmosfera e cultura.
Ambientato nella striscia di Gaza, la grande capacità descrittiva dell’autore e il ricorso al protagonista come “Voce Narrante” arricchiscono di pathos molte pagine.
Il “gioco” sarcastico di Kamil, il protagonista, sul Testo Sacro suscita nel lettore notevole impatto, consentendogli di sperimentare una sofferenza spirituale che l’autore estende, nella condivisione, a tutti gli “uomini di buona volontà.
Il risultato è di reale emozione.

Il padre Giuseppe Elio Ligotti è uno che ha scritto cose così:

Mai paragone fu più falso e vano.
Cesare era un gigante
questo… è un nano

o così:

Castellammare del Golfo

Tu sola puoi salvarci dalla vita,
Castellammare, m
agma primigenio

dove al talento proprio il sole aveva
gli atomi fuso di ogni latitudine.
Mattanza di estri che al dolore cedono;
disarmonia mai sciolta di contrari.
Ecco cosa vuol dire: SICILIANI.
Ma adesso all’inquietudine si aggiunge
l’ostracismo del cielo in ogni dove.
Privi di latitudine e d’amore,
brogliati alle radici,
e in esilio,

niente condividiamo, e un po’ di tutto.
E con l’età nutriamo, accanto ai sogni
inesplosi, la morte: un paladino
che non conosce apolidi, ma figli.

Poi quando ritorniamo, alla canicola
sopravviviamo come aristocratici
nei caravanserragli
della plaja.

Uomini e vino quasi andati a male
diamo alla pena un volto dignitoso
e ossequio a un’apatia senza proverbi.

Dicono poi che all’ombra segestana
del castello, fra lische di salsedine,
al mare ripetiamo

come a un nume,
nelle notti firmate dalla luna,
che la vita dovremmo rifiltrare
l’anima distillando, come l’onda
risciacqua le sue pleiadi nel golfo
di Castellammare normanna e araba.

ma anche così:

Una notte, i migliori fra i centauri, sgroppando furiosamente si precipitarono giù dalla costa. Erano spudoratamente avvinazzati, e credendo di spiccare il volo in cielo s’immolarono a frotte in piena cala, una cala a ferro di cavallo in cui si rifletteva -vivido trapunto di criniera- la costellazione di Pegaso. Erano stravolti dal dolore quei centauri, e tutti i sileni e le baccanti che li seguirono: il loro signore, Ofonio Tigellino, s’era reciso la gola con un rasoio.

L’emporio decadde. Poi vennero i barbari e cancellarono le ultime vestigia. Poi, i secoli.
Ai Bizantini seguirono gli Arabi, che chiamarono il posto ‘Al Madarig’, che significa ‘i gradini’, e costruirono il castello. Poi fu l’ora dei Normanni, direttamente dall’orizzonte; poi gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi. Infine i Borboni, i Garibaldini, i Sabaudi, i Mafiosi. Tutte razze estranee all’autoctonia locale, ma a questa perfettamente amalgamatesi. E nel segno d’una vera e propria caldaia genetica, dal primo nucleo di casette di pescatori all’ombra del castello, il paese s’è via via ingrandito uniformando quel crogiolo di razze e di occhi entro una struttura urbanistica quasi esattamente squadrata: strade intersecantisi ad angolo retto, lunghissime e diritte come una processione, strade che, dal basso, paiono aggrapparsi a un cielo di ulivi e di creste brulle; dall’alto, sprofondare nel mare. Il mare è sempre stato l’unica vera porta d’entrata e d’uscita del paese. Un paese praticamente isolato per secoli, rasentato appena dai grandi itinerari di terra. Questo, fino agli anni sessanta del ventesimo secolo. Quando avvenne l’ultima inondazione.
La fettuccia autostradale è l’esatto contrario del fregio per una campagna secolare di mandorli, di carrubbi, di vigne zampillate dalla terra rossa, per i viottoli persi nei campi da cui sbocca d’un tratto, sopra un’agave, il frontone d’un tempio dorico, unico vero fregio sopravvissuto. L’autostrada: come se il sole fosse calcinato, e l’ombra negata dalla pece.
Il territorio di Castellammare del Golfo, d’una opulenza da sempre teocritea, fu attraversato dai nuovi invasori.
Il Castello e la plaja, assediati da teorie di altissima cilindrata; le strade, veri rettilinei, aggredite dal rombo di nuovi centauri; la stessa Cala Ma
rina, allagata e incatramata da un reticolo di panfili, di gommoni, di barchette a motore. Le vasche della regina furono spianate per concedere transito e giravolte agli autocarri. Ce n’era, ce n’è, di che soffocare.

Ma l’aria è costantemente ventilata. E qualcosa di inattaccabile resiste.
Resiste la natura mista, misterica degli abitanti, l’indole essendo istintiva e, non di meno, riflessiva; prodigale e spietata.
L’ospitalità è sacra, al limite della sevizia, pari, almeno, alla suscettibilità del carattere.
Suscettibilità rima con teatralità.
La gestualità go
de d’un palcoscenico, unico, di mare.

Alcuni Castellammaresi camminano sulle acque. Altri hanno la coda. I più, non dormono dalla nascita, votati all’elucubrazione notturna, al senso dell’esattezza, della soddisfazione. Massima. Ignorano il sonno, benché conoscano il rasoio del sogno: la disarmonia del sangue contro l’armonia del cielo; il passo addomesticato dell’insonne; l’occhio circospetto, come d’un pegaso, assorbito dall’azzurro.
L’azzurro, l’anarchia, la sovversione, in un innesto di bontà feroce.

e se per Federico il romanzo “Parola di Dio – Kalimat Allah” è l’opera prima, per il padre il romanzo “I numeri del fuoco” (da cui è tratto il brano precedente) è solo l’ultima delle sue fatiche, dopo eserci cimentato in precedenza nella stesura di libri per la scuola e nell’impegnativa opera in versi “Una mezza commedia”, un poderoso romanzo in versi, onirico e picaresco, costituito da cinquantuno canti in terza rima, di ben 447 pagine che, già dal titolo, alludono con ironia all’archetipo dantesco.

Ne “I numeri del Fuoco”, la narrazione prende l’avvio da una telefonata dall’aldilà che salva l’archeologo Leon Gil da un disastro aereo. Leon sta pubblicando un libro sull’incendio di Roma del 64 d.C. Per dimostrare che l’incendiario non fu Nerone, come si crede, ma il prefetto del pretorio Tigellino. Intanto, strani incendi vengono appiccati per il centro di Roma, mentre le misteriose telefonate dall’aldilà continuano.
Leon si ritrova al centro di un incubo, tanto da sospettare l’assurdo: il ritorno di Tigellino e dei suoi pretoriani.

Fra inseguimenti, flashback, sparatorie, schermaglie dialettiche, interventi di vecchie e nuove mafie fra Roma e la costa del trapanese, si arriva al colpo di scena finale, anzi ai colpi di scena, che non vi rivelo per non togliervi il gusto della lettura.

Entrambi i romanzi è possibile acquistarli a Castellammare del Golfo presso la Libreria d’Angelo di Corso Garibaldi, oppure online cliccando questi link:
Parola di Dio
I numeri del fuoco