Ricordando Enzo Tortora

da “L’Espresso” di questa settimana

“Chiedo scusa, profondamente scusa, ai familiari di Enzo Tortora. Mi rivolgo soprattutto alle figlie Gaia e Silvia, che hanno patito l’inferno per colpa mia. È difficile che accettino di perdonarmi, lo so, ma sento il dovere di contribuire con la massima onestà a questa storia. Voglio dichiarare una volta per tutte che il presentatore Tortora era innocente.

Che non c’entrava con la camorra, la droga o qualsiasi forma di malavita organizzata. Tortora è stato una vittima, e come tale va onorato. Lo ribadisco ora che sono uscito dal carcere e riassaporo la libertà: vorrei fosse vivo, Tortora, per inginocchiarmi davanti a lui. Una persona perbene, finita nel tritacarne delle menzogne».

A parlare è Gianni Melluso, negli anni Ottanta noto come Gianni il bello. L’ex mafioso uscito il 3 giugno 2009 dal carcere di Catania dopo avere scontato trent’anni per rapine e altri reati commessi anche durante la detenzione. Oggi, quest’uomo di 53 anni in perfetta forma, si rivolge da Sciacca (la cittadina siciliana dove vive) alla famiglia Tortora per offrire quella che definisce la sua «verità definitiva».

L’ennesimo capitolo di una storia partita la notte del 17 giugno 1983, quando Tortora viene arrestato con l’accusa di associazione camorristica finalizzata allo spaccio, lanciata dai boss Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Melluso entra in scena dopo, nel febbraio 1984, raccontando ai magistrati napoletani di avere fornito a Tortora cocaina da smerciare nel mondo dello spettacolo.

Una versione che modifica due volte. La prima nel 1995, scagionando il conduttore e accusando i magistrati a capo dell’indagine, rei a suo dire di aver assecondato apposta le falsità contro Tortora. Dopodiché, con una capriola, Melluso ammette di avere dichiarato il falso per screditare gli inquirenti.

«È una sequenza ingiustificabile», riconosce Melluso, «ma non voglio essere ricordato solo come un accusatore fasullo. Sento il bisogno di liberarmi la coscienza, e per farlo devo cominciare proprio dal febbraio 1984, quando Tortora era già in prigione per le accuse di Barra e Pandico.

In quel momento, mi trovavo nel carcere di Pianosa con i più spietati criminali del dopoguerra italiano: da Raffaele Cutolo e Leoluca Bagarella, miei compagni di cella, a Graziano Mesina e Renato Vallanzasca. Stavo scontando dal 1978 varie condanne, e non potevo immaginare cosa sarebbe successo». Una mattina, dice, «vennero a prelevarmi i carabinieri. Non capivo quale fosse il problema, ma poi mi hanno accusato di spacciare cocaina, per conto del boss Francis Turatello, agli artisti che frequentavo».

Tutto vero, riconosce Melluso: «In effetti vendevo droga, ed è innegabile che conoscessi i cosiddetti vip, come testimoniano le foto con dedica che mi furono sequestrate, dov’ero assieme a Walter Chiari, Amanda Lear e Barbara D’Urso («Non miei clienti», afferma, ma all’epoca accusò ingiustamente Chiari di comprare droga da lui e spacciarla, ndr.)».

Tortora invece non lo conosceva, assicura Melluso. Lo aveva seguito in televisione, come milioni di italiani. «È stato un mio ex amico, il boss Andrea Villa, a sostenere di avermi visto per locali con Tortora e belle donne. E sempre Villa ha accusato il presentatore di essere un pusher cocainomane legato a Turatello».

Calunnie, commenta oggi Melluso: «Uno schifo», ripete a voce bassa. Resta il fatto che nel 1984 la sua linea è diversa: anzi, diametralmente opposta. «Dichiarai ai magistrati di avere consegnato a Tortora droga in quattro occasioni. Confermai l’attività di spacciatore che Tortora avrebbe svolto nello showbiz».

Insomma: Melluso avalla la linea Pandico-Barra-Villa: «In parte perché speravo, grazie a queste menzogne, di uscire prima dal carcere. Ma anche per una ragione che non ho mai rivelato. In quel periodo, mi avvicinarono nella caserma Pastrengo di Napoli Barra e Pandico, che stavano collaborando con la giustizia. Mi dissero: “Caro Gianni, Tortora è già in galera. Lo abbiamo punito perché non ci ha trattato con rispetto (si parlò di una folle vendetta di Pandico, risentito perché Tortora non aveva mostrato nel programma Rai “Portobello” i centrini ricamati in carcere da un amico, ndr.). Segui la nostra versione, che ti conviene…”».

Il tutto con un tono che non prevedeva repliche. «Era un ordine», racconta Melluso: «Barra e Pandico rappresentavano i vertici della nuova camorra, ordinavano gli omicidi in carcere: dovevi obbedire. E così ho fatto, mi sono inventato episodi da propinare ai magistrati…».

Ancora adesso, racconta Melluso, ripensa ai suoi confronti con Tortora davanti agli inquirenti. «Si difendeva a denti stretti, con gli occhi disperati, come soltanto gli innocenti riescono a fare. Mi urlava in faccia: “Chi ti conosce, Melluso?”. E io, per tutta risposta, lo chiamavo Enzino coprendolo di fango. Anche se molti non ci crederanno, l’ho distrutto a malincuore, ma era l’unica soluzione per accontentare i boss e salvarmi la pelle».

Il tutto, va aggiunto, mentre la vicenda del presentatore assume toni tragici. Accusato anche da altri pentiti, attirati dalla pubblicità che il caso garantisce, Tortora resta sette mesi in carcere. Poi gli vengono concessi gli arresti domiciliari. Poi ancora, nel settembre 1985, viene condannato a dieci anni per associazione di stampo camorristico e spaccio. «Come da copione», afferma Melluso. Soltanto l’anno seguente la Corte d’appello lo riconosce innocente, e lo stesso fa la Cassazione nel 1987.

Ma è una soddisfazione tanto grande quanto breve, perché il 18 maggio 1988 il presentatore muore per tumore. «Un finale che non mi sono mai scrollato di dosso», dice Melluso: «Nel 1994, il tribunale di sorveglianza di Perugia mi ha fatto uscire dal carcere affidandomi ai servizi sociali. Avrei dovuto essere felice, ma ho continuato a provare rimorso per il male fatto a Tortora». Tantopiù «che Barra e Pandico mi ripetevano quant’ero stato leale con loro. Complimenti che da un lato mi tranquillizzavano, dall’altro mi facevano sentire un vile».

Da qui, dice, decolla definitivamente la volontà di denunciare il complotto contro Enzo Tortora: «Dalla nausea che provavo verso me stesso e l’ambiente che frequentavo». Tornato a fine ’94 in carcere, per una rapina in provincia di Perugia, Melluso parla con i magistrati: «Dissi che avevo mentito, che i boss volevano vendicarsi con Tortora per un presunto sgarro».

Decisione non facile, sostiene l’ex mafioso, perché in cella gli arrivano le pesanti ambasciate di Barra e Pandico: «Mi mandavano a dire che volevano uccidermi. E anche i giudici napoletani ce l’avevano con me, perché avevo sostenuto che si erano mossi in cattiva fede».

L’unica colpa di quei magistrati, afferma oggi Melluso, è «essere caduti nella trappola di Barra e Pandico». E per rinforzare il concetto, racconta dell’incontro avvenuto tra lui e Barra a inizio anni Duemila, quando s’incrociano dentro al carcere di Palermo: «Ci siamo parlati durante l’ora d’aria. Ricordo quanto il boss fosse furibondo con me. “Ma che sei andato a dire ai giudici?”, mi urlò. “Perché insisti a cacciarti nei guai per difendere Tortora? Che te ne frega, Gianni? Pensa alla tua pelle, prima che a lui…”».

Spiega, Melluso, di avere provato a rispondergli calmo. «Ho detto a Barra che non volevo passare alla storia come il principale accusatore di Tortora. Ma visto che non mi ascoltava, ho urlato anch’io come un pazzo: “Avete sparato troppe cazzate, tu, Pandico e i cretini che vi hanno seguito… Non voglio rimetterci per colpe vostre!”. Al che Barra mi ha sorriso: “Saranno pure cazzate, ma i magistrati se le sono bevute per un pezzo. Diciamo che quattro guai seri li abbiamo fatti passare, a Tortora…”».

Quello che esaltava Barra, a sentire Melluso, «è essere riuscito a rovinare fino all’ultimo la vita del presentatore». E anche questo ricordo, dice, lo spinge a chiedere perdono: «A volte», spiega accendendo l’ennesima sigaretta, «ripenso alla pazienza con cui i magistrati mi hanno interrogato per mesi, mentre io cercavo di depistarli. Rivedo anche la grinta di Tortora nel cercare di liberarsi dalle mie falsità…». E tutto questo dolore, questo inganno che ha provocato danni irreparabili, «mi fa sentire in dovere di esibire la mia vergogna in pubblico».

Gianni Melluso non ha accusato soltanto Enzo Tortora e Walter Chiari di essere spacciatori di droga. Ha puntato il dito anche contro il cantautore Franco Califano, condannato negli anni Ottanta a quattro anni e mezzo di carcere, e poi assolto in via definitiva.

«Devo chiedergli perdono», dichiara oggi Melluso, «perché oltre a essere innocente, è stato al mio fianco in serate indimenticabili alle quali partecipava il boss Francis Turatello. Califano è padrino di battesimo di suo figlio». Il cantante, conclude Melluso, «consumava cocaina, amava fare la bella vita e si circondava di donne, ma non è mai stato uno spacciatore: soltanto un grande artista che la camorra mi aveva chiesto di screditare».

Riccardo Bocca per “l’Espresso

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