La minaccia è la Cina ?

Non che l’articolo, che vi propongo, segnali un qualche avanzamento del dibattito su come reinterpretare l’economia italiana alla luce del fenomeno Cina nuovo protagonista dell’economia mondiale.
Piuttosto evidenzia l’inadeguatezza al ruolo da parte di alcuni dei protagonisti del dibattito e uno stato del dibattito fermo allo stesso grado di avanzamento in cui sarebbe stato accettabile, non ora ma cinque o sei anni fa.

Evocare da parte di Marchionne che “i sindacati debbono diventare parte della soluzione”, pur sapendo che il sindacato in Italia ha dato tutto ciò che poteva dare e anche di più, non depone affatto a favore dei capitani d’industria italiani, i quali hanno rinunciato, nei fatti, a farsi interpreti di un qualsiasi “nuovo rinascimento del paese”, e hanno vivacchiato sui contributi statali per anni, per arrivare infine alla delocalizzazione delle industrie e degli impianti.

In Italia, si può affermare con certezza che il ritardo, non solo economico, ma intelletuale e politico, è aggravato dalla non consapevolezza e dalla non accettazione delle sfide.
Ora il rischio è che più che alla Cina gli italiani debbano guardare in un prossimo futuro alla Grecia.

“Marchionne evoca lo spettro cinese, l’Ad Fiat: “Pechino una minaccia per il nostro prodotto interno lordo”

Ma sulle condizioni per competere battibecco con il leader Cgil – Occupazione, scontro con Epifani

PARMA – Lo spettro che incombe sulle economie occidentali arriva dall’Oriente. È grande un miliardo e rotti di persone. Cresce a un ritmo del 9,5% e per la fine dell’anno potrebbe diventare la seconoda economia planetaria, dietro solo agli Stati Uniti. Il fantasma si chiama Cina e si è materializzato al convegno di Confindustria “Libertà e benessere: l’Italia al Futuro” ospitato alle Fiere di Parma.

A evocare la paura del grande drago, nel primo giorno del meeting, è stato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, che ha parlato del gigante orientale con frasi che lasciano poco spazio ai dubbi e alle interpretazioni: “La Cina è una minaccia per le economie del mondo occidentale, il 10% di quello che producono è sufficiente a distruggere il nostro prodotto interno lordo“.

Marchionne è intervenuto alla tavola rotonda, moderata dal direttore del Corriere della Sera Ferrucio De Bortoli, che ha registrato anche gli interventi di Roberto Colaninno (presidente della Piaggio), Antonio Tajani (vice presidente della Commissione euoropea per l’industria) e Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, protagonista di un vivace battibecco con l’ad Fiat che ha richiamato, tra gli applausi della platea, le sigle sindacali a fare la loro parte: “‘L’industria ha l’obbligo di cercare tutte le condizioni per competere – afferma – ma i sindacati invece di ripetere le stesse cantilene – qui l’ovazione dei presenti – devono diventare parte della soluzione“.

La replica di Epifani non si è fatta attendere: “Se la Fiat resta l’unico produttore di auto, se il destino dell’auto in Italia è il destino di un’azienda la cosa non funziona”. La diatriba si è quindi spostata sulla Cina con il leader della Cgil che di fronte al suggerimento di Marchionne di guardare a Pechino, ha fatto notare, accompagnato comunque da applausi, la grave condizione dei lavoratori cinesi “che non hanno la libertà di formare un sindacato, la libertà è anche questa, altrimenti si importa un modello che comprime libertà e diritti”. “Mi fa piacere che si preoccupi della qualità della vita in Cina”, ha ironizzato Marchionne che ha ribadito l’importanza di puntare sulla competitività.

Epifani ha fatto presente la necessità di investire nel Paese se “si crede all’Italia”, suscitando ancora la replica dell’ad Fiat: “Su 8 miliardi di investimenti, 2 sono in Italia, di più non possiamo fare”. E non sembrano esserci spiragli sul futuro di Termini Imerese: “Il 31 dicembre 2011 sarà l’ultimo giorno di produzione, la gente di Termini Imerese deve essere messa in condizione di guardare al futuro dal giorno dopo”. A chiudere il match, suscitando le risate della sala, ha pensato Colannino, con una battuta sulle esportazioni: “In Cina dovremo esportare Epifani”.

Ma il gigante giallo suscita un sentimento misto di timore e curiosità. Lo dicono anche i numeri snocciolati da Li-Gang Liu, direttore economico di Anz Banking Group: “Quest’anno avremo una crescita del 9,5%, e la Cina dovrebbe sostituire il Giappone, diventando la seconda economia del mondo” ha spiegato alla platea. E il futuro parlerà mandarino: “L’economia della Cina dovrà trasformarsi, puntando più sulla domanda interna, ma il nostro Paese esporterà molti capitali, la riserva estera in dollari ammonta a 2,4 trillioni”. Nei piani dell’impero di mezzo sembra esserci anche l’Italia: “Nei prossimi anni aumenteremo gli investimenti”.

E Marchionne non sembra avere dubbi. A De Bortoli che gli domandava se non si fosse aspettato troppo ad andare in Cina, ha risposto: “Il problema non è andarci, è che arrivano loro“.”

di RAFFAELE CASTAGNO

da La Repubblica

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