Riforme, riforme, riforme !

Da Roma a Palermo, da destra a sinistra, da Nord A Sud (isole comprese) è tutto un proclamare volontà di riforme. E non da ora. Chiunque in questi anni della “transizione al peggio”, sia arrivato al governo del paese non ci ha risparmiato la sua gran bella dose di proclami riformatori.
In verità, e sono già ben quindici anni dalle prime elezioni post “prima repubblica”, non è che di riforme questo paese ne abbia visto tante, ne che quelle poche o molte realizzate abbiano dato segni tangibili di cambiamenti in positivo di questo paese.

Le numerose riforme elettorali (trascurando i parziali benefici effetti in ambito locale) ci hanno consegnato un sistema semi-feudale di nomina dei deputati da parte dei capipartito, che è quanto di peggio sia stato mai prodotto nelle moderne democrazie occidentali per la selezione della classe dirigente.

Naturalmente la riforma è stata realizzata a maggioranza, ma con un non tanto sotterraneo accordo bipartisan con il principale partito di opposizione.

Le numerose riforme del mercato del lavoro (leggasi precarizzazione del lavoro), realizzate in principio dai governi di centrosinistra all’insegna dell’incremento della produttività ma proseguite con ancor più convinzione dai governi di centrodestra hanno generato ad oggi il massimo della disoccupazione in termini assoluti ed in tutte le aree del paese e azzerato le speranze di un lavoro vero e retribuito per generazioni di giovani condannati dalle mille forme assunte dal lavoro precario.

Le numerose riforme tese alla semplificazione delle procedure amministrative ed ad un moderno funzionamento della macchina burocratica dello Stato, delle regioni e degli enti locali, ad onta dei proclami del Bersani (liberalizzazioni) o del Brunetta (produttività della pubblica amministrazione) di turno, hanno continuato a dare esiti insignificanti per il cittadino comune e spesso hanno creato ulteriori complicazioni e vessazioni.

E l’elenco potrebbe continuare con Ricerca, Università, Scuola o Sanità per limitarci ai settori chiave per la vita e lo sviluppo.

“Riforme” solo un altro caso di “banalizzazione del termine”.

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