Maria Antonietta Aula, gia in D’Alì vs. Sandra Amurri e tante voci dal sen fuggite

L’antefatto (troppo facile l’incipit) è questo, il fatto (arridaie) è questo, una intervista della ex moglie del senatore trapanese Antonio D’Alì alla giornalista Sandra Amurri, per “Il Fatto quotidiano” e diventato un articolo dal titolo “La politica nella terra di Cosa nostra, parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì“.

Le affermazioni della signora Aula (già D’Alì), così come riferite dalla Amurri non sono di poco conto e chiamano in causa frequentazioni del senatore D’Alì, seppure antiche, con boss di spicco quali: Francesco Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, trovato morto nel ‘98 durante la latitanza e padfre di quel Francesco Messina Denaro, ritenuto a capo della mafia siciliana, o ancora Franco Virga, figlio di Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, arrestato dopo anni di latitanza.

La signora dopo avere approvato al telefono il contenuto dell’intervista, prima che il pezzo fosse pubblicato ha inviato alla giornalista una email chiedendo che il tutto non si pubblicasse.

La giornalista ha ritenuto suo dovere pubblicare comunque l’intervista.

Se la signora Aula oltre che fare delle affermazioni ha fornito anche un minimo di prove di quanto affermato, qui non si può che essere d’accordo con la giornalista.

Ma che c’è in questa intervista ?

Tanto, tanto, ma qui riporto solo una frase: “Certo, avrei potuto chiedere un accertamento patrimoniale per sapere dove fossero finiti i 7 miliardi incassati dalla vendita della Banca Sicula, di cui possedevo azioni, avrei potuto chiedere spiegazioni sui conti a Montecarlo e se ricordo bene in Lichtenstein, ma non l’ho fatto anche per rispetto di mio figlio. Ma da quel giorno è come se fossi diventata trasparente. Il vescovo, che conoscevo bene essendo presidente dell’Unitalsi, andava a cena con lui e con quella che allora era la sua amante”. E la città guardava. “Ora che, invece, è la moglie – racconta la signora Picci – ci va a Lourdes con il cardinale Ruini a bordo dell’aereo del Vaticano”.

Vi basta ?

Se ritornano le “lavanderie Magdalene”

Accade di tanto in tanto sull’onda dell’attualità di soffermarci sul ruolo e sulla idea che si ha della donna in paesi con culture da noi parecchio distanti (non solo in senso geografico), quali i paesi di religione e tradizione islamica ad esempio l’Iran, il Sudan, la Somalia o l’Afghanistan, paesi tutti che hanno seguito percorsi politici, culturali, religiosi diversi dai nostri e con i quali ci troviamo spesso a dissentire sui modi di vivere, i valori ed appunto sulle discriminazioni legate al sesso cui sono soggetti i loro abitanti.

Tuttavia è utile ricordare che nella nostra realtà occidentale culla del cristianesimo, ma anche delle guerre di religione, della riforma e della controriforma, dell’illuminismo, e degli assolutismi del secolo breve esistevano, esistono e una certa corrente di pensiero tende a restaurare e consolidare, per restare all’attualità dei nostri giorni, concezioni della donna e del suo ruolo, non dissimili da quelle di quei paesi, da quelle culture.

Qualche anno fa, era il 2002, il regista Peter Mullan, con “The Magdalene Sisters“, Palma dOro al Festival del cinema di Venezia dello stesso anno,
ha puntato i riflettori su una realta fino ad allora in qualche modo nascosta, scomoda, terribile, che fino a pochi anni prima (il 1996) ancora esisteva nella cattolicissima Irlanda.

Siamo alla fine degli anni sessanta ed in Irlanda le case “Magdalene”, dedicate a Maria Maddalena, sono piuttosto diffuse.
All’interno delle suore “tengono in riga” delle donne che hanno perso di vista la “luce di Dio”, per riportarle sulla retta via.

Queste giovani, e spesso non più tali, vengono tenute rinchiuse, segregate lontano da qualsiasi contatto umano, in una atmosfera simile ad un lager.

Le loro colpe sono state quelle di avere avuto una relazione prima del matrimonio, un bambino o semplicemnete essere state giudicate eccessivamente provocanti.

Come espiare tali colpe ?

Dieci ore di lavoro duro (in una lavanderia) per sette giorni alla settimana, senza alcuna retribuzione, con vitto scadente, con l’obbligo del silenzio, e con tanta preghiera!

Bernardette è un’orfana che, secondo la sua direttrice, ha il destino dell’ammaliatrice e per questo deve essere “raddrizzata”,  Rose ha avuto un bambino senza però avere un marito,  infine Margaret, che è stata violentata da un cugino,  sarà anche lei destinata alla “correzione”.

Le ragazze vengono spogliate di ogni identità, a cominciare dai nomi, e costrette ad una serie di soprusi fisici e psicologici in grado di piegare anche le volontà più forti.

Sotto la sadica e rapace guida della Sorella Bridget le ragazze percorreranno tutti gli abissi della disperazione e dello sconforto, incapaci di reagire in alcun modo, e plagiate dalla volontà delle suore.

Di contro l’opulenza della vita di queste dedite all’accumulo di denaro alle spalle delle loro “protette”.

Risulta chiaro che l’unico modo di uscire da questa prigione di una vita senza speranza può essere solo la morte o,  peggio ancora,  la presa dei voti che trasformerà le ragazze da vittime in carnefici.

Ben diretto e ben girato, senza gli artifici di effetti particolari il film colpiva lo spettatore lasciandolo attonito, un film ricchissimo di primi piani, che non solo mostrano l’orrore dei conventi-prigione, ma soprattutto cercano di farlo vivere.

Valga come esempio la splendida sequenza iniziale, nella quale, solamente attraverso i volti e gli sguardi dei personaggi, Mullan racconta la condanna di Margaret, svelando con precisione i rigidi rapporti di potere presenti all’ interno della sua famiglia.

Infatti Magdalene non solo denunciava chi ha aperto e sfruttato tali conventi, ma cercava di mostrare l’integralismo e la rigidezza della società irlandese che ne aveva permesso l’esistenza.

Non è solo il convento il luogo dove si decide il destino delle ragazze, ma la famiglia di ciascuna. Sono i padri, i tutori o i fratelli che hanno il potere di fare ciò che vogliono con le proprie figlie, hanno il potere di giudicarle e di condannarle a vivere come schiave.

Attuale non vi sembra ?

Questo il trailer del film

e questo il trailer del documentario “The forgotten Maggies” su quattro donne irlandesi accomunate dal destino dall’essere state in quei lager chiamati “Magdalene laundry”