E il Casinò risarcì Vittorio De Sica,restaurato «Ladri di biciclette,da vent’anni era impossibile proiettarlo

Mauro Pizzigati, presidente di Ca’ Vendramin: «Prima mondiale del film a Venezia, poi successo a Los Angeles. E Sgarbi l’ha voluto a Salemi»

Da vent’anni non l’aveva più visto nessuno. «Ladri di biciclette», prima opera da regista di Vittorio De Sica. Subito capolavoro. Subito storia. È il 1948: l’Italia distrutta dalla Seconda Guerra mondiale. Affamata e povera. Poverissima. Altro che 600 Fiat, l’auto simbolo della rinascita economica. Altro che Vespa Piaggio.

Una bicicletta scassata era oro, mezzo per lavorare. E i ladri, appunto, alle biciclette miravano. Neorealismo. Persone comuni selezionate con attenzione, volto dopo volto, da De Sica tra il popolo affamato. La scommessa? Farne personaggi, attori. Scommessa vinta.
Così come Michelangelo scelse i personaggi della Cappella Sistina tra il popolo, nelle osterie. Immortalati per sempre.

Eppure il capolavoro di De Sica stava «morendo» nel disinteresse generale. Realizzato con materiali poveri (adeguati ai pochi soldi che circolavano nel-l’Italia del dopoguerra), già gravemente danneggiato vent’anni fa, stava disgregandosi mentre tutto il mondo ne parlava anche senza averlo mai visto. Non l’aveva mai visto il sindaco di Venezia Massimo Cacciari. Difficile per il filosofo nascondere le lacrime all’anteprima mondiale della «rinascita» durante l’ultima Mostra del cinema di Venezia. Il ritorno agli applausi del film firmato De Sica. «Una pellicola che sapeva d’aceto (il profumo del degrado dei materiali, ndr) », racconta l’uomo che ha voluto l’operazione restauro. L’avvocato Mauro Pizzigati, nato due anni prima di «Ladri di biciclette», presidente del Casinò di Venezia che ha la sede più importante nella quattrocentesca Ca’ Vendramin, gioiello rinascimentale della Serenissima. Un cinefilo? Nemmeno tanto, ma un interprete moderno del mecenatismo rinascimentale. Grazie a lui una macchina da soldi come il Casinò entra nella storia.

Promotrice di cultura. Prima i «Leoni di cristallo » a Laura Biagiotti, che ha regalato il sipario al teatro La Fenice risorto dalle ceneri, a Ennio Morricone, per il suo mitico concerto in piazza San Marco. E ora la rinascita di «Ladri di biciclette », opera dimenticata da governi e ministeri. «Centotrentacinquemila euro per renderla immortale, o quasi. Come merita. Un restauro con tecniche digitali », spiega Pizzigati. E l’impegno del Casinò — il cui logo, oro in campo rosso, appare all’inizio e dopo i titoli di coda — di realizzare proiezioni gratuite ovunque. A cominciare da Salemi, dove l’ha fortemente voluta il sindaco Vittorio Sgarbi. «Mi disse “questo non è un film è un capolavoro artistico e come tale va divulgato”», ricorda Pizzigati. E rammenta anche il plauso bipartisan del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi e di Massimo Cacciari all’anteprima del film «rigenerato», nella sala Perla, durante la Mostra del cinema. Al Lido: dove De Sica raccolse infiniti applausi, e dove coltivò la passione per il gioco d’azzardo. Ecco il legame con il Casinò di Venezia. «Questo investimento è una sorta di risarcimento al De Sica giocatore, che sui tavoli verdi ha lasciato molti soldi — dice Pizzigati —. Anche i figli, Christian e Manuel, quando li ho visti per parlare del restauro, mi hanno raccontato le vacanze con il padre. “Diceva: andiamo dove volete voi… Sanremo, Venezia, Montecarlo o Saint Vincent…”. Tutte località con il Casinò». Christian De Sica sorride: «Mario Puzo, l’autore del “Padrino”, definì papà uno dei tre più accaniti giocatori ai tavoli di Las Vegas, assieme a un cinese e un indiano. Sono certo che ora da lassù sarà contento di sapere che una casa da gioco ha pagato per salvare un suo film».

Dopo l’anteprima alla sessantacinquesima mostra di Venezia, la prima americana a Los Angeles. Molti giovani attori e registi hanno applaudito l’oggetto dei desideri. «Ladri di biciclette», manifesto sociale trasformato da De Sica in un monumento della storia dell’arte. Sullo schermo di Los Angeles è diventata realtà la citazione di Altman nel film «I protagonisti»: un produttore cerca uno sceneggiatore e lo trova in un cinema di Pasadena che guarda «Ladri di biciclette» in edizione originale. Il mito. Con scene ora veramente immortali: la ricerca fra le bici a Porta Portese, il pasto di padre e figlio in trattoria, la sequenza finale del bambino che tiene la mano del padre. In sintesi la trama. Antonio Ricci, il protagonista, festeggia con la famiglia il lavoro che ha ottenuto: attacchino di manifesti del cinema. Riscatta dal banco dei pegni la bici, senza non può lavorare. Gliela rubano mentre incolla il primo manifesto: Gilda. Inizia un’impossibile ricerca di ladro e bici con il figlio Bruno. Le tenta tutte, compresa la visita a una medium. Sempre più disperato, decide di rubare a sua volta una bicicletta. Ma non è un ladro: viene rincorso e preso dalla folla. Lo porterebbero in questura se non fosse per il piccolo Bruno, che commuove la gente e porta via il papà per mano. L’istantanea dell’Italia del dopoguerra. Misera, persino squallida. Eppure è mito e poesia per immagini. Al secondo posto nelle classifiche nobili del cinema, pari merito con la «Febbre dell’oro » e dietro l’incredibile «Potemkin».

Ma il mito stava morendo. «A inizio 2008 — ricorda Pizzigati — fu stilato un elenco dei 100 film cult mondiali da salvare: al quinto posto c’era l’opera di De Sica». Il restauro è avvenuto in collaborazione con l’associazione «Amici di Vittorio De Sica» il cui presidente è il figlio Manuel. L’amore per questo film ha anche un’altra radice: fu Maria Mercader a insistere perché Vittorio lo dirigesse. Dice Christian: «La mamma voleva che papà lasciasse il teatro, dove ogni sera si esibiva con la prima moglie. Era gelosa e per allontanarlo da quella donna lo convinse a dirigere il film. Fu una scelta difficile, mio padre si sentiva attore e amava il teatro. Le diceva: “Maria, tu mi rovini… io non sono un regista”». Forse aveva ragione perché «Ladri di biciclette » non è un semplice film.

Mario Pappagallo
04 marzo 2009

da Corriere.it