Bilancio sociale, chi lo fà e chi lo promette

Questo paese non finisce mai di stupire.

Qui, le parole, i concetti, le azioni, che servono in tutta Italia a designare qualcosa di preciso, definito, circoscrito, misurabile, finiscono spesso per assumere tutt’altro significato, spesso neanche lontanamente avvicinabile al senso comune del termine, quando addirittura non si arriva ad usare le medesime parole per negarle.

Prendiamo il caso di “Bilancio Sociale“.

Il termine come capirete facilmente con una rapida ricerca su Google, definisce nell’ambito della comunicazione tra Pubblica Amministrazione e cittadini (ma anche tra imprese e consumatori, per esempio) un modello di rendicontazione sulle quantità e sulle qualità di relazione tra l’ente ed i gruppi di riferimento rappresentativi dell’intera collettività, mirante a delineare un quadro omogeneo, puntuale, completo e trasparente della complessa interdipendenza tra fattori economici e fattori socio-politici connaturati e conseguenti alle scelte fatte.

Per la pubblica amministrazione l’autorità competente ha individuato delle linee guida e dei modelli di rendicontazione a cui le amministrazioni che intendono cimentarsi nella redazione di tale bilancio è opportuno che si adeguino, al fine di diffondere la cultura della trasparenza amministrativa e favorire la costruzione di un dialogo permanente tra istituzioni e cittadini.

Lo scopo della redazione, pubblicazione e diffusione di un tale documento è quindi di  dar conto del complesso delle attività dell’amministrazione e a rappresentare in un quadro unitario il rapporto tra visione politica, obiettivi, risorse e risultati.

Più delle parole sono forse gli esempi che possono chiarire di cosa stiamo parlando:
in questa pagina il Bilancio sociale del Comune di Livorno Ferraris in Provincia di Vercelli (circa 4.500 abitanti), in verità non particolarmente brillante per chiarezza;
in questa pagina invece il link al “Bilancio sociale” del Comune di Trivero (circa 6.500 abitanti) in Provincia di Biella, realizzato con una chiarezza di espozizione encomiabile che dimostra la piena comprensione dello spirito dello strumento.

Come si vede realizzare simili strumenti di informazione, comunicazione, trasparenza è possibile anche in comuni di piccola dimensione e se si ha rispetto per la lingua e per l’intelligenza dei cittadini amministrati, perchè le parole sono importanti.

 

Ragazzi questa è arte (2)

Marina Abramovic

È nata a Belgrado, ex Repubblica di Jugoslavia, il 30 novembre del 1946 ed ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Belgrado. Nel 1976 inizia la relazione e la collaborazione con l’artista Ulay.

Dopo dodici anni di relazione artistica e personale, decisero di interrompere il rapporto con una performance lungo la Grande Muraglia Cinese.
Ulay ha iniziato dal deserto di Gobi, Marina dal Mar Giallo e dopo una camminata di duemila e cinquecento chilometri si sono incontrati e si sono detti addio: “È stato un momento molto doloroso della mia vita. Dopo il quale ho avuto una crisi molto forte sia come artista sia come donna. Ma un artista lavora sempre con le sue tragedie, la sua pena. In un certo senso, abbiamo bisogno della drammaticità per fare progetti”.

L’arte, per la Abramovic, non è bellezza, ma interrogazione, richiesta di attenzione.

Dal 1980 al 1983 viaggia in Australia e nei deserti di Thar e del Gobi, nel 1988 è in Cina.

“Aborigeni e abitanti del Togo e di altri luoghi in Africa, le cosiddette “culture primitive” hanno rituali che tendono a spostare in avanti i propri limiti. Perché si fanno questi tagli sulla propria pelle, che richiedono una grande sofferenza? Perché gli aborigeni vanno nel deserto a sperimentare quella cosa chiamata “morte clinica” e ritornano indietro?
Perché solo quando realmente ti confronti con queste sofferenze, la paura di morire, i tuoi limiti fisici, puoi davvero liberarti da loro. Così i rituali di queste culture sono una specie di cornice nella quale noi performer possiamo stare, guardare, partecipare, recitare una parte, al fine di arrivare con un salto mentale a un altro stato della realtà”.

Dal 1990 è visiting professor all’Accademia di Belle Arti di Parigi, alla Hochschule für Bildende Künste di Berlino e Amburgo.

Dal 1992 tiene workshop, conferenze e mostre personali e collettive in tutto il mondo.

Tra le sue installazioni più note ricordiamo Bed from Mineral Room del 1994 e Cleaning that Mirror del 1995.

Nel 1997 ha vinto la Biennale di Venezia con una delle sue performance più note, Balcan Baroque, nel corso della quale lavava scheletri seduta su una pila di ossa animali.

Dal ‘91 insegna Arte della Performance presso la Hochschule für Bildende Künste di Braunschweig, Germania; il suo corso è considerato la più prestigiosa fucina della nuova generazione di performers a livello internazionale.

Le sue performance e le sue video installazioni mirano a investigare le potenzialità ed i limiti della sopportazione: il corpo è l’oggetto e il soggetto della sua ricerca, usato come strumento per veicolare un messaggio al pubblico, per comunicare ed assorbire energia.  Il corpo dell’artista dunque come metafora e simbolo di realtà e valori diverse.

Pur avendo preso posizione ferma contro la guerra e il terrorismo, esprimendo al contempo critiche appuntite all’attuale amministrazione americana per la sua politica giudicata aggressiva, Marina Abramovic non è e non si sente un artista engagée: l’artista “non deve reagire alle notizie quotidiane come un giornale. Se lo fa, le notizie diventano subito vecchie e lui è fuori.

Agli allievi chiede di rispettare giorni di astinenza da cibo, sesso, parole, televisione e ogni sorta di comunicazione.

Vive ad Amsterdam.