Sicilia: dell’ assenza di un giudice a Berlino, ovvero di elezioni mafia e legalità

Prima notizia.

Non è stato accolto il ricorso della Sinistra Arcobaleno sulla validità delle elezioni regionali 2008 per “vizi di forma” dal Tribunale Amministrativo Regionale.

Motivazione deboluccia, ma si sa anche i magistrati del TAR sono uomini e nella prospettiva più che concreta di provocare, con la loro decisione conseguente all’accoglimento del ricorso, un terremoto politico per via giudiziaria, meglio rinviare il tutto ed allungare I tempi della decisione, che si sa il tempo porta consiglio.  

Il ricorso mirava da un lato ad invalidare le intere elezioni regionali, dall’altro all’esclusione delle liste Pdl e Lombardo Presidente in Provincia di Trapani.

In questo secondo caso si sarebbe avuto un terremoto politico di non poco conto e ben 5 parlamentari della sinistra sarebbero potuti entrare all’Ars, al posto di altrettanti parlamentari del centrodestra.

Così non è stato, il ricorso non è stato accolto, e pertanto i ricorrenti aspettano le motivazioni per vedere di ricorrere ulteriormente al secondo grado di giustizia amministrativa davanti al CGA.

Ma su cosa si basava il ricorso ?

Su una serie di irregolarità amministrative e legali che sarebbero state commesse per presentare le liste.

La legge prevede che devono essere raccolte delle firme in modalità ben precise, su una lista di candidati che deve rimanere quella … e invece come fu e come non fu la lista del Pdl e quella del Presidente Lombardo all’ultimo momento in Provincia di Trapani furono stravolte per i dispetti reciproci e le “imboscate” tra il senatore D’Alì e l’onorevole Adamo. Le liste furono stravolte la mattina stessa della presentazione e l’ex ministro Enza Bono Parrino candidata nella lista PDL, all’ultimo momento fu inserita nella lista del Presidente.

Escludendo anche soltanto la lista del Pdl in provincia di Trapani, la Sinistra Arcobaleno sarebbe oltre il 5%, e porterebbe alla Regione 5 deputati di sinistra, tra cui Rita Borsellino.

Seconda notizia.

Gaspare Corso, 43 anni, Silvana Lo Franco, 32 anni, Vito Potenzano, 58 anni e Francesco Paolo Teresi, 58 anni, sono stati arrestati dalla polizia con l’accusa di brogli elettorali, commessi in occasione delle scorse elezioni amministrative palermitane del maggio 2007.

Corso era candidato (non eletto) al Consiglio comunale con la lista di centrodestra “Azzurri per Palermo”.

Nel marzo scorso, vennero fermati due presidenti di seggi elettorali, sempre per le stesse amministrative. I due presidente sarebbero stati responsabili della falsificazione di schede a favore degli arrestati di oggi.

L’indagine della polizia era partita il 14 maggio 2007, in seguito ad alcuni episodi registrati in due sezioni elettorali. Nelle sezioni 19 e 460 erano state falsificate 450 schede, con contraffazione della parte relativa al voto di preferenza.

Terza notizia.

Nel corso dell’udienza del processo ‘Mafia e Appalti 2’, in corso di svolgimento a Trapani in questi giorni e che vede tra gli imputati il presunto capomafia di Trapani, Francesco Pace e l’ex assessore regionale al Territorio, Bartolo Pellegrino, fondatore del movimento Nuova Sicilia, è emerso che il deputato regionale siciliano del Mpa, Paolo Ruggirello, nel 2001, quand’era candidato al consiglio comunale di Erice con Nuova Sicilia, sarebbe stato sostenuto dalla mafia, che alle stesse elezioni avrebbe sostenuto anche la candidata dello stesso partito al consiglio comunale di Trapani, Francesca Simonte, cognata di Filippo Coppola “u prufissuri”, ritenuto dagli inquirenti personaggio di spicco della mafia di Paceco.

A rivelare lo scenario è stato il sostituto commissario della questura di Trapani, Leonardo De Martino, teste dell’accusa.

Nessuno dei due candidati, tuttavia, fu eletto.

Il teste ha poi riferito che alle regionali del 2006, Bice Ruggirello – sorella di Paolo, e ex membro del CdA della Banca industriale di Trapani – candidata all’Ars per il Ccd avrebbe chiesto un sostegno elettorale a Giuseppe Messina, commercialista del boss trapanese Vincenzo Virga, condannato per mafia.

Anche la Ruggirello non fu eletta.

Considerazione finale.

Non sarà il caso di riflettere sul fatto che in Sicilia più che i brogli e la mafia ad inquinare la vita politica isolana è l’assenza di una giustizia amministrativa certa ed efficiente ?

Annunci

Sgarbi, Gheddafi e l’annesione della Sicilia: interpretazione autentica

Su “IL GIORNALE” di oggi un lunghissimo articolo di Vittorio Sgarbi, ricostruisce l’antefatto e fa la cronaca dell’incontro avuto dallo stesso Vittorio Sgarbi a Tripoli, in occasione della consegna della grande onorificenza del Grande El-Fatah, con il dittatore libico colonnello Gheddafi.

Discordante la versioni sul come e sui perchè e come realmente andarono le cose in occasione della incursione a Tripoli del 1998 da quella che conoscevamo. I più curiosi la diversa versione dei fatti la trovano qui.

La mia richiesta a Gheddafi: la Libia si annetta la Sicilia

di Vittorio Sgarbi

Tutto comincia (o ricomincia) una decina di giorni fa. Il mio compagno di avventura e attuale assessore alla Cultura e all’Agricoltura del Comune di Salemi, Peter Glidewell, quasi distrattamente, mi trasmette un invito. Viene dall’ufficio popolare della Gran Jamahiria araba libica popolare socialista. Leggo: «Illustrissimo onorevole Vittorio Sgarbi, è con grande gioia e onore che mi pregio di allegare alla presente l’invito a lei rivolto da parte del segretariato del congresso generale del popolo a partecipare alla festa del “Giorno della lealtà” che sarà celebrato il prossimo 7 ottobre e in occasione della quale lei verrà insignito della grande onorificenza del Grande El-Fatah…». La lettera è firmata Hafed Gaddur, l’ambasciatore libico in Italia. Dagli allegati leggo che nella giornata della lealtà si onorano – ovunque si trovino – i pionieri, gli ideatori, gli amanti della libertà, nonché i sostenitori dei diritti dell’uomo.

Gaddur è un vecchio amico, e so bene perché mi è destinata questa onorificenza. Dieci anni fa, riunendoci a casa mia a Roma come carbonari, decidemmo un’impresa che ha del temerario e, per il popolo libico, dell’eroico. La seconda categoria oggidì assai rara è, nella mia intenzione, conseguenza di uno spirito libertario: la violazione dell’embargo imposto dall’Onu, su richiesta degli americani, alla Libia. L’embargo, sanzione applicata a Paesi che abbiano avuto intelligenza con il terrorismo e con l’eversione (con la Libia, l’Irak di Saddam Hussein e Cuba), è una misura odiosa che reca disagio e danno ai cittadini e non ai governi che si intendono punire. Di più, nella mia considerazione di viaggiatore, che pur con i privilegi del protocollo, via terra impiegò quindici ore per arrivare a Tripoli, e di lì alle mirabili città antiche di Leptis Magna e di Sabratha, l’interdizione al mondo di siti sublimi di interesse universale e appartenenti alla memoria dell’umanità, come anche la greca Cirene, è un vero crimine e una sottrazione inaccettabile.

Con quest’animo dunque partii da Lampedusa su due piccoli aerei con l’editore Grauso, con il regista Filippo Martinez, con il già ricordato Peter Glidewell e con il giornalista Francesco Battistini. Fu un’avventura straordinaria: e, all’arrivo a Tripoli, accolti da membri del governo e cittadini festanti, andammo in corteo alla sede del Congresso generale per essere ringraziati di un gesto che la guida della rivoluzione (così egli vuol essere chiamato) Gheddafi ricordò essere particolarmente ammirevole, oltre che insolito, perché compiuto da cristiani e non da fratelli musulmani in nome della libertà e dei diritti umani. Dopo dieci anni il riconoscimento mi sembrava un segno di civiltà e di immutata riconoscenza.

Decidendo dunque di partire, per quest’occasione meno pericolosa, dopo i recenti accordi bilaterali con l’Italia, Gaddur mi informa che saranno con noi Andreotti, Dini, Pisanu, Latorre e altri italiani che hanno dimostrato amicizia nei confronti del popolo libico. Per parte mia informo il Tg5 e, inevitabilmente, un giornalista del Corriere, che è quel Battistini che fu con noi nella storica occasione. Arrivati a Ciampino all’1.58 del 7 ottobre vedo il comodo aereo della Blue Lines inviato dal governo libico e osservo che fra ospiti e amici ci sono anche numerosi esponenti della stampa. Trovo il deputato filo-arabo Folloni, l’ex direttore del manifesto Valentino Parlato, nato a Tripoli da genitori siciliani, il figlio di Rino Nicolosi già presidente della Regione Sicilia, Maria Cuffaro del Tg3, Guido Ruotolo della Stampa, Vincenzo Nigro de La Repubblica, Piero Cascio del Giornale di Sicilia. La comitiva è allegra e incuriosita e lungo il viaggio si ricordano storie, incontri, occasioni.

Arrivati a Tripoli i giornalisti vengono separati, senza motivate ragioni, dai premiati e dagli ospiti e si attende, come consuetudine in Libia, che la cerimonia abbia inizio. Come sempre è amabile la conversazione con Andreotti e fra gli altri si distingue, per avere pubblicato gli atti del processo di Al-Mukhtar, l’eroe della resistenza condannato a morte dagli italiani (ci sono anche i parenti dell’avvocato italiano che coraggiosamente lo difese), Romain Rainero, professore alla facoltà di Scienze politiche di Milano.

Finalmente si arriva alla premiazione. Molti discorsi (in arabo), uno in serbo dell’ex presidente della Jugoslavia; infine uno (in italiano) poco seguito dell’ex ministro Dini. A questo punto i giornalisti sono sconcertati. Non c’è molto da raccontare; e, fatte alcune interviste televisive, gli inviati della stampa si appartano a scrivere. Peccato, perché quando il bello comincia, usciti dal Palazzo del Congresso con un carosello di automobili che si fanno largo nelle strade di Tripoli per arrivare all’accampamento nel deserto con le tende del colonnello Gheddafi, loro non ci sono.

Sono infatti le nove e mezza quando siamo ammessi alla tenda principale dove ci attende un Gheddafi allegro e spiritoso. Si accomodano Andreotti, Dini e Pisanu, scambiando convenevoli che commemorano gli antichi rapporti personali di amicizia e plaudono all’attuale posizione del governo Berlusconi, anche dopo le apertura di D’Alema e di Prodi. I tre antichi colleghi sembrano intimiditi, preoccupati di disturbare. I giornalisti sono lontani.

A quel punto, forte del mio credito di «eroe libico», comincio una conversazione con Gheddafi fuori dalle righe che qui, a memoria, riporto: «Credo che sarebbe una buona cosa che lei venisse in Sicilia, e non soltanto a Salemi, ma anche a Gibellina, di cui è presente lo storico sindaco Ludovico Corrao che nel corso degli anni ha coltivato rapporti e costituito un museo con testimonianze arabe e libiche significative. Dalla Sicilia è venuto anche il figlio di un presidente della Regione con cui lei ha avuto rapporti». Gheddafi, in arabo, sentita la traduzione, risponde con manifestazioni di simpatia e di affetto, che non ci vengono tradotte, nei confronti di Corrao; abbraccia e sorride al giovane Nicolosi. Io lo incalzo: «La Sicilia aspira all’autonomia dall’Italia. Potrebbe approfittarne per annetterla alla Libia» (sorrisi di compiacimento, i colleghi italiani visibilmente imbarazzati). Aggiungo: «Proprio la città di Salemi, di cui sono sindaco, ha tre quartieri importanti: uno cristiano, uno ebraico e uno arabo, detto “Rabato”. Potrebbe essere l’occasione per una conferenza, un incontro, un dialogo fra le religioni». Gheddafi conviene e conferma che verrà in Sicilia. Accetta l’invito a Salemi e Gibellina. Insisto, nel crescente sconcerto di Andreotti, Dini e Pisanu: «L’onorificenza che ci avete dato come tutti i vessilli e i simboli della Jamahiria libica sono verdi, lo stesso colore prediletto da Bossi cui lei vagamente assomiglia». Folloni, vagamente imbarazzato, sottolinea che si tratta di due verdi diversi.

Gheddafi ride. Ma fra me e lui s’è stabilita un’intesa. Fin dal saluto, avendogli Hafed ricordato la violazione dell’embargo, mi aveva sollevato la mano in segno di intesa e di vittoria. Gli chiedo, ancora: «È mai stato in Italia?». Gheddafi risponde «no, ma adesso non ci sono più difficoltà per venire. Verrò». Insisto sulla Sicilia e a quel punto Dini precisa: «Ma in Italia ci sono anche Roma, Firenze, Milano». Conveniamo sull’opportunità di questo viaggio in Italia. Andreotti, sulle uova, conclude: «Si è fatto tardi. Forse è bene che togliamo il disturbo». Come a una visita di parenti a un funerale. Non mi do per vinto. Faccio alcune osservazioni sull’Italia di oggi accostando Gheddafi a Bossi e a Berlusconi. Gheddafi sorride. Si arriva ai congedi. Arrivano, troppo tardi, i giornalisti per alcune fotografie di rito e io, salutando Gheddafi che mi alza di nuovo la mano in segno di intesa e di vittoria, gli dico: «Potrebbe venire a candidarsi in Italia, alle prossime elezioni, naturalmente contro Berlusconi. Sarebbe un buon confronto». Gheddafi sorride ancora. Non credo che si sia imbarazzato. Certamente si è divertito a sentire un italiano che non si è perduto in convenevoli. Alla fine sembra in realtà dispiaciuto che noi ce ne andiamo. E mentre veniamo giornalisti e ospiti, respinti e sospinti verso l’uscita, rimane in piedi, solo, al centro della tenda ammantato nella sua tunica marrone (djellabah), senza scorta e senza amici. Incito la giornalista del Tg5 e Maria Cuffaro a intervistarlo, ma non sanno in che lingua parlargli. E nessuno si offre di tradurre in e dall’arabo. Si allontanano sconsolate mentre Hafed promette un altro incontro per ricche interviste. Intanto le uniche parole di simpatia e di apertura verso il popolo italiano che egli ha pronunciato le ho registrate io. E, da premiato, mi son fatto cronista. Tripoli, deserto, 7 ottobre 2008, ore 21,43.”

fin qui l’articolo su “IL GIORNALE

Nel frattempo sempre oggi un barcone con alcune centinaia di migranti è stato intercettato tre miglia a sud ovest di Lampedusa dalla guardia costiera.

L’imbarcazione, lunga circa 15 metri, ha il motore in avaria  e sul posto stanno operano tre motovedette della guardia costiera.

Ieri erano sbarcati a Lampedusa oltre 400 migranti; altri 81, a causa delle condizioni del mare che non rendevano possibile il trasferimento a terra, erano rimasti a bordo della nave Sirio della marina militare il cui arrivo è previsto per oggi nella base di Augusta.

Da dove partono questi poveri cristi ?

Dai porti della Libia.

Partono di nascosto dal governo libico ?

E’ da presumere di no essendo notoriamente il governo libico una dittatura, ed in quanto tale fornito, per ovvii motivi di autoconservazione, di un apparato poliziesco a cui l’organizzazione di quotidiani e plurimi imbarchi non potrebbe essere nascosta.

Naturalmente ne Vittorio Sgarbi ne gli altri “amanti della libertà” e “sostenitori dei diritti dell’uomo” si sono sentiti in dovere di chiedere alcunchè su questo aspetto dell’ “amicizia italo-libica“.