Castellammare del Golfo – Le opere di Giovanni Bosco in mostra al PLAS

Fa piacere che in occasione di PLAS (Per le antiche scale), i curatori della manifestazione si siano ricordati di Giovanni Bosco e dei suoi lavori.
Credo che ciò dimostri sensibilità umana, e capacità di riconoscere valori e risorse sul territorio, oltre l’ovvio e gli obsoleti canoni del becero conformismo imperante.

Avere dedicato a Giovanni Bosco la MostraU VIPARICCHIU“, nella Via Marcantonio per tutti i giorni della manifestazione, ed una conferenza nella giornata di Venerdì alle ore 19,00 sempre nella via Marcantonio, su “Art Brut tra valorizzazione e riconoscimento” è pertanto a mio modesto avviso opera meritoria.

Nell’invitarvi a visitare la mostra e partecipare numerosi alla conferenza, ripropongo qui la recensione che pubblicai su “Castellammare Online Community”, e non più online, in occasione della mostra dei lavori di Giovanni Bosco tenutasi dal 22 al 28 luglio 2004 nella Sala Polivalente di Corso Bernardo Mattarella (ex chiesa di Maria SS. degli Agonizzanti) di Castellammare del Golfo.
In quella occasione furono esposte circa cento opere di piccolo formato, (per la gran parte pastelli su carta, ma anche oli su tela grezza).
 
A seguire poi un interessante saggio di Andrea Mazzoleni, “Riflessioni sull’arte Brut”.
 
Chi è Giovanni Bosco e perchè è interessante questa mostra ?
A mio parere Giovanni Bosco è da inquadrare come un “espressionista contemporaneo”.
E’ stato detto che l’espressionismo, una tendenza sorta agli inizi del secolo scorso, a cui parteciparono artisti di diversi paesi, è tuttavia una costante dell’arte, che si rivela sostanzialmente alla stessa maniera, nell’arte preistorica, tra gli Incas, nella Grecia arcaica, nell’arte medievale o in quella del XVII secolo.

Nelle sue opere Giovanni Bosco racconta le fantasie della propria vita interiore, parla dei suoi sogni, lascia fluttuare l’ immaginazione attraverso il piccolo limitato, ma tragico mondo conosciuto, in ciò che vede e ha visto.
Egli vede altre cose, e queste cose diverse da ciò che noi vediamo normalmente gli appaiono  sotto un aspetto fantastico, come un’altra realtà, una realtà che sostituisce la realtà e poco importa se tale realtà davvero esiste.

In Giovanni Bosco i pastelli e la carta divengono un mezzo di espressione, nessun tentativo di imitazione della natura.
Le forme acquisiscono un aspetto violento, totalmente libero, totalmente libero ed indipendente dalle costrizioni del mondo esterno e anche da qualsiasi problema di rappresentazione.
In lui scopriamo un colorista straordinario, i colori si distendono sulle superfici indipendentemente dagli oggetti che colorano, un colore senza sfumati, imprevisto e sorprendente.
Nell’insieme le sue opere si presentano quasi come reazione al nostro ordinario “ordine” di derivazione razionalista proprio del mondo occidentale, in una ricerca (cosciente ? e quanto ?) di restaurazione di un suo proprio “ordine” primigenio.

Quella di Giovanni Bosco non è arte popolare, non è “naifs” per intenderci, pur nella mancanza di conoscenza di regole artistiche o d’un tirocinio, pur essendo in alcune opere una visione semplice, immediata, poetica, della realtà in grado di compensare la mancanza di maturità intellettuale comunemente intesa, piuttosto potrebbe essere da qualcuno assimilata all’arte degli alienati mentali, così comune nei grandi artisti tra il XIX e il XX secolo, di coloro che guardano la realtà con spavento, di coloro per i quali la ragione sparisce e si spezzano i ponti dell’intendere, ma tuttavia in lui non appaiono dominanti lo strazio o l’angoscia, ne terribili rivelazioni, ma “normale” (?) visione schizoide della realta.

Credo che per Giovanni Bosco si può senz’altro dire con Henri Matisse (1869 – 1954) “Non è necessario che il pittore si occupi di particolari insignificanti; per questo c’è la fotografia, che lo fa molto meglio e più rapidamente. Non è più funzione della pittura il rappresentare fatti storici; s’ incontrano nei libri. Noi abbiamo un’opinione più alta della pittura: essa serve all’artista a esprimere le sue visioni interiori.”, ma per Giovanni Bosco vale anche quanto detto da Emil H. Nolde (1867 – 1955) “Le grida d’angoscia e di terrore degli animali perseguitavano l’ udito del pittore, e molto presto si realizzavano in colori, in un giallo stridulo il grido, in scuri toni  violetti l’ ululare dei gufi. I colori sono vibrazioni  come di campane d’argento e suoni di bronzo; annunciano  felicità, passione e amore, anima, sangue e morte.

 

Riflessioni sull’Art Brut

di Andrea Mazzoleni

Art Brut è un concetto introdotto dal pittore Jean Dubuffet alla fine della Seconda Guerra mondiale per identificare le opere d’arte create senza intenzione artistica o estetica, ma obbedendo piuttosto a un bisogno, a una pulsione creatrice o espressiva. Il pittore ideatore di questa corrente collezionò i disegni e i graffiti di bambini e di malati di mente e questa collezione oggi fa parte del museo dell’Art brut a Losanna, Svizzera.

L’art brut è piena di emozioni e racconta storie di vita, sempre forti e talvolta sconvolgenti: storie di dolore ed isolamento, dove l’arte è un’attività necessaria e quotidiana, e spesso una chiave di sopravvivenza alla reclusione e all’emarginazione. Come scrive Vojislav Jakic, a margine delle sue tele enormi «questo non è un disegno o una pittura: è una sedimentazione del dolore». Le biografie proposte dall’art brut sono inquietanti perché racconti in presa diretta dalle istituzioni totali, quelle che sequestrano le persone contro la loro volontà per una depressione o un accesso mistico, perché silenziose o troppo agitate.

Spesso e volentieri le mostre di Art Brut rappresentano la testimonianza diretta di persone che hanno attraversato il deserto della sofferenza umana e della solitudine sociale. Il processo creativo è anche però “situazione” che si basa sulla possibilità che ciascuno ha, in particolari condizioni ambientali “interne” ed “esterne”, di lasciare emergere contenuti ed immagini, di dare forma a materiale indefinito. Le osservazioni di E. Kris, la riflessione di J. Chasseguet-Smirgel sulla finalità riparatrice dell’attività creativa e, soprattutto, in un’ottica relazionale, il pensiero di D. Winnicott, con le nozioni di “oggetto transizionale” e di “spazio intermedio”, rappresentano utili punti di vista sul costituirsi del processo creativo e sulla potenzialità terapeutica dell’arte.

Tra le varie possibilità di utilizzo degli oggetti mediatori quelli rappresentati dalle attività artistiche espressive hanno senza dubbio un’importanza centrale tanto che da più parti viene sottolineato come l’arte, nelle sue varie espressioni, stimola la relazione, crea un clima positivo, favorisce la ricerca personale. Attraverso il processo di mediazione rappresentato dall’attività espressiva si definisce infatti uno spazio personale per l’espressione di contenuti emotivi. Questo itinerario, unito alla riacquisizione di abilità che rappresentano un contatto con la realtà, all’inserimento nella realtà sociale e all’importante momento di risocializzazione tramite il gruppo, fa sì che l’uso di tecniche espressive in ambito psichiatrico rappresenti oggi un’insostituibile supporto per la presa a carico della relativa utenza.

L’utilizzo di attività quali il disegno, la pittura, la ceramica ecc. in psichiatria, dopo un primo periodo in cui venivano considerate divertimento ed evasione, si e sviluppato in modo strutturato con valenze terapeutiche a partire dagli anni ’40.

Numerosi studi ed osservazioni hanno permesso di identificare una serie di processi favoriti dall’utilizzazione di queste tecniche che possiamo raggruppare nel seguente elenco:

* lotta contro l’apragmatismo offrendo un’occupazione; * apporto di soddisfazioni narcisistiche che possono permettere di scoprire eventuali vocazioni artistiche; * sviluppo di modalità supplementari di espressione e comunicazione; * espressione di conflitti difficili da verbalizzare; * sviluppo di attitudini sociali mediate dal lavoro di gruppo; * realizzazione di alleanze terapeutiche; * accesso a simbolizzazioni attraverso i processi creativi.

In questa ottica occorre un atteggiamento degli operatori che sappia porsi come mediazione fra gli stimoli dell’ambiente e le realizzazioni tecnico-espressive, e d’altro lato sia in grado di creare i presupposti e stimolare l’interesse per un’attività con cui spesso i nostri utenti non hanno l’abitudine del quotidiano.

L’evoluzione dell’assistenza socio-psichiatrica e, in particolare, l’utilizzazione di strutture intermedie ha portato alla realizzazione di relazioni meno stereotipate con ruoli formali più “giocati” che “agiti” fra operatori ed utenti.

Per realizzare questa tipologia d’intervento è fondamentale per gli operatori agire, oltre che nell’attivazione delle abilità dell’utente, anche sulla variabile società individuando gli strumenti e gli itinerari più adatti a renderla il più possibile accogliente. Infatti e abbastanza facile, lavorando nel territorio, imbattersi nel rischio che, pur rimanendo all’interno del suo gruppo di appartenenza, non più materialmente espulso, il paziente psichiatrico rimanga ancora una volta isolato dal vivo dei rapporti interpersonali.

Importante diventa quindi utilizzare tutte le attività che, a partire dal contesto psichiatrico, tendono a favorire le relazioni e le comunicazioni con chi sta intorno e con la società, che, in generale, possono essere considerate come appartenenti al campo d’azione della socioterapia. La tecnica specifica ad ogni singola attività diviene così l’oggetto mediatore della relazione superando in questo modo le barriere create dal disagio psichico e dalle “regole istituzionali”.

Concludendo va però sottolineato che le tecniche socioterapeutiche sono però anche realizzate a partire dalle piccole cose quotidiane ed iniziano proprio da queste, stare vicino ad un paziente, aiutarlo nella cura di se, nelle attività di ogni giorno, e portarlo un poco alla volta verso competenze sempre più mature e socializzanti per rendergli il senso di persona viva e partecipe sono i migliori metodi operativi per la trasformazione del disagio relazionale espresso dagli utenti.

da AGORA VOX

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17 thoughts on “Castellammare del Golfo – Le opere di Giovanni Bosco in mostra al PLAS

  1. Castellammare del Golfo Le opere di Giovanni Bosco in mostra al PLAS | arte

  2. Omaggio a Giovanni Bosco « Diarioelettorale Weblog

  3. Cari amici,
    conoscendo bene il pesonaggio di cui si parla mi sorprendo di molte cose. Mi sorprendo come si possano imbastire dei commenti con parole tanto ovvie cercando di interpretare l’operato di un soggetto di cui non si conosce nulla al di fuori di quello che hanno raccontato. Mi sorprende che si possa dire che l’artista in questione non usi “sfumature”. L’uso dei mezzi in suo possesso e la tipologia di pittura in quanto “brut” è tale per quello che è: Giovanni Bosco non sa nè disegnare nè dipingere, come poteva mai pesare alle sfumature? Le forme acqusiscono un aspetto totalmente libero e violento: cosa potrebbe dipingere uno schizofrenico se non questo? E’ una prassi che riguarda ogni schizofrenico, non Giovanni Bosco in particolare! Egli dipinge il suo mondo interiore? E cosa si voleva che dipingesse se non quello? In altre parole a mio parere si sono fino ad ora prese in prestito parole che escono fuori da un qualunque testo d’arte e che possono benissimo essere adoperate anche per commentare l’operato di un altro presunto artista. Qui non si parla di Giovanni Bosco, ma di un individuo qualunque conosciuto per caso.

  4. @ caludia – ti ringrazio del commento che è stato per me motivo di riflessione ed allarme.

    Allarme nel senso che ho dovuto ritenere per lunghi interminabili minuti di essermi reso anche io colpevole, nello scrivere brevemente dei lavori di Giovanni Bosco, del reato di “ovvietà”.

    Tuttavia una attenta rilettura del post ed una ricerca dei termini da te citati nel corpo del testo mi ha portato con sollievo ad escludere un qualsiasi tuo riferimento a quanto da me scritto.

    Il tuo incipit, “Cari amici” mi ha fatto pensare che forse ti riferissi a quanto scritto dai curatori della mostra, attualmente in corso, nel catalogo della mostra. Ma anche qui una rilettura dei testi non mi ha fatto riscontrare nessuna delle ovvietà da te rilevate.

    Non sarai caduta per caso nell’ovvio proprio tu, negando che un malato di mente possa essere anche un artista ?

  5. Caro amico,
    un artista è uno che produce cose di cui le persone non hanno bisogno, ma che egli, per qualche ragione, PENSA sia una buona idea dal loro.
    Ti pare che questo si possa riferire a Giovanni Bosco?
    Questa frase non l’ho detta io, ma Andy Warhol.

  6. @ caludia – L’arte è espressione e comunicazione.
    La comunicazione è al minimo, trasmissione e ricezione di un qualsiasi messaggio, in qualche forma espressa.
    In campo artistico la comunicazione, sempre al minimo, fà capo ad almeno due soggetti, l’uno dei quali assume il ruolo di soggetto trasmittente e l’altro di soggetto ricevente.
    Se uno dei due soggetti non riesce e/o non vuole assolvere alla sua funzione, è inevitabile che non si stabilisca nessuna comunicazione.

  7. Trovo davvero ardito da parte tua commentare la frase di un artista e te ne rendo merito ma penso che l’arte non è semplicemente espressione e comunicazione, tanto più che questo è quello che sinteticamente si trova scritto in tutti i testi scolastici di arte visiva. Il concetto è molto più complesso. L’espressione è una dote comune di tutti gli uomini che la comunicano attraverso diverse forme di linguaggio. Io posso esprimere tramite i gesti, le parole, la scrittura, la danza, il disegno, la pittura e così via. Ma non per questo sono un’artista. Posso essere brava, ma non artista. L’artista antepone all’espressione un’altra cosa che è fondamentale: il PENSIERO e la CREAZIONE. Tu allora mi dirai: tutti pensiamo. Quindi perchè l’artista si distingue dall’uomo comune? Perchè esso ha in sè il germe della creazione originale. Questa creatura vera e propria prende forma tramite l’espressione di cui tu parli e che l’artista, in quanto tale, riesce magistralmente a trasmettere a quel soggetto ricevente, da te citato, nella forma INTATTA con cui è stato concepito nel suo pensiero originale. Questa forma magnifica di comunicazione a cui tutti noi, SOGGETTI RICEVENTI, partecipiamo, ci porta nel meraviglioso mondo della riflessione e del pensiero attivo da cui nasce l’EMOZIONE. Quindi, hai ragione quando affermi che l’arte predispone sempre il coinvolgimento di due soggetti di cui l’uno è il trasmittente e l’altro è il ricevente, MA NON BISOGNA CAPOVOLGERE I RUOLI!
    Io non attribuisco nè tanto meno voglio negare doti artistiche a nessuno e mi guardo bene dal peccare di questa presunzione perchè se lo facessi, diventerei IO il soggetto creativo sostituendo la figura di colui a cui voglio a tutti i costi attribuire virtù artistiche. Se un uomo con problemi mentali dipinge ( e molti lo fanno), esprime certamente le sue emozioni e le sue visioni comunicandole agli altri e si potrebbe dire che egli sia un genio quando involontariamente riesce a scoprire verità e intuizioni di cui egli in realtà non è partecipe attivo poichè sarà sempre lo studioso a estrapolare il significato FITTIZIO dell’opera tramutandosi da soggetto ricevente a individuo trasmittente: il che non è ammissibile. La pittura di uno schizofrenico è per forza di cose basata su emozioni personali ma queste ultime non possono avere un riscontro diretto con chi le ha create. Quindi chi osserva l’opera da ricevente o spettatore qual si voglia chiamarlo, si potrà infine porre questa domanda: chi è il vero artista? Il pittore o chi ne ha creato artificialmente il pensiero?
    Concludo, infine, dicendo che non esiste un soggetto ricevente che non riesce o non vuole assolvere alla sua funzione davanti a un’opera d’arte quando essa lo è realmente. Poichè, sia che piaccia o no, essa provoca sempre un’emozione e l’emozione è comunicazione.

  8. @ caludia – Pensavo fosse ovvio che non avevo nessuna intenzione di dare una esaustiva definizione di “arte”, quanto piuttosto sottolineare che se non ci sono le condizioni minime per comunicare (nel caso, è questa la mia tesi, per non disponibilità del ricevente) ogni tentativo di comunicazione non può che risultare vano.

    In conclusione del tuo ragionamento tu dici che: “non esiste un soggetto ricevente che non riesce o non vuole assolvere alla sua funzione davanti a un’opera d’arte”.

    Pensi davvero che, ancora oggi, tutti, siano disposti a riconoscere il valore artistico, una volta posti davanti ad un’opera iperrealista, un Pollock o ad alcune espressioni della pop art ?

  9. L’affermare che “non esiste un soggetto ricevente che non riesce o non vuole assolvere alla sua funzione davanti a un’opera d’arte” è un concetto ben diverso dall’ammettere che “non tutti sono disposti a riconoscere il valore artistico di un’opera d’arte”. Come dicevo, l’opera d’arte, indipendentemente dal fatto che possa piacere o no (come spesso accade con l’arte contemporanea che tu hai citato) suscita comunque un’emozione inconscia in chi l’osserva e, ripeto, INCONSCIA. Molto spesso, (se vogliamo intendere il concetto negativamente per come lo sottolinei tu nella domanda finale che mi hai proposta), il soggetto ricevente può avere una reazione di sdegno o di inquietudine ma mai di indifferenza. Non c’entra il fatto di attribuire valore artistico. L’opera d’arte, come dicevo, suscita EMOZIONE, negativa o positiva che sia ma non ti lascia mai indifferente anche se a te non piace. Se a un individuo non piace Pollok ciò non toglie che questi abbia suscitato in lui una sensazione forte tanto che, se non fosse stato così, questo spettatore non avrebbe espresso il suo giudizio personale.
    Ma tutti sappiamo che Pollok è un’artista in quanto la sua opera, come tu sai, può essere tutto all’infuori della banalità. Personalmente a me non interessa se la mia vicina di casa o il fruttivendolo pensano che la Pop Art sia fatta da un’accozzaglia di stupidaggini (ammesso che la conoscano); ma ache se al bottegaio non piace la Pop Art, ciò non toglie che essa abbia suscitato in lui un sentimento quantomeno di inquietudine: e non pensi che era proprio quello che voleva l’artista in origine?

  10. @ caludia – Dici bene “ciò non toglie che essa abbia suscitato in lui un sentimento quantomeno di inquietudine”.
    Ora ciò che sostengo per parte mia è proprio questo: che è l’allarme che in noi suscita quell’inquietudine a portarci a negare il valore di alcune produzioni artistiche.

    Non è quindi assenza di emozioni, ma presenza nell’opera d’arte di emozioni spiazzanti rispetto al nostro ordine interiore, che può spingerci a negarne la validità.
    La negazione come censura, la censura come difesa di noi stessi, del nostro essere così come siamo, di fronte a ciò che avvertiamo come un potenziale pericolo.
    Negazione dell’arte, per la conservazione.

    L’arte è per sua natura “eversiva”, nel senso che tende quando è tale a far riconsiderare e a rimettere in discussione i canoni e le regole, non solo formali, che l’hanno preceduta, o che continuano a persistere pur nelle mutate condizioni dell’intorno, e non tutti sono disposti ad essere oggetto di eversione.
    Ciò vale a maggior ragione ove la figura stessa dell’artista trasmetta inquietudine, per “ragioni altre” da quelle propriamente riferibili alle sue produzioni.

  11. Perdonami ma mi sembra che tu fraintenda quello che voglio dire o quantomeno lo intepreti secondo le tue convinzioni. Quello che percepisco dalle tue parole è molta confusione: l’allarme che in noi suscita l’inquietudine ci porta a negare il valore di alcune produzioni? Non è il mio caso.
    Negazione dell’arte per la conservazione? Non è il mio caso.
    L’arte per sua natura è eversiva e quindi non tutti sono disposti ad essere oggetto di eversione?
    Ma,perdonami, chi ha detto che l’arte è per tutti?
    L’arte non è un prodotto commerciale, non si trova al supermercato! Non mi è mai capitato di sentire alcuno interessato all’arte che ha solo potuto supporre un pensiero del genere!
    Perdonami ancora, ma solo i bigotti possono pensare a supposizioni di questo genere e, per non essere fraintesa ancora una volta, tengo a precisare che non è una frase riferita a nessuno in particolare.
    Penso comunque che questa discussione stia ristagnando in argomenti devianti e sbagliati. Ancora una volta dai una definizione affrettata dell’arte: eversiva. Non credo che si possa attribuire un aggettivo così semplicistico all’arte. Tu tendi sempre a risolvere tutto con pochi termini ma non è così semplice! Non tutta l’arte è eversiva così come non tutti quelli che tengono un pennello in mano sono artisti.
    Perchè non provi a non affrettare una conclusione e a riflettere di più su quello che vuoi esprimere?

    • @ caludia – Cara caludia la tua ultima replca è per me motivo di una ulteriore amara riflessione sulla difficoltà che, nel tempo e nel luogo che viviamo, sempre più si incontra nel volere condurre una discussione con pacatezza e nei binari del vivere civile.

      “Mia giovane amica” (mi piace immaginarti realmente giovane e donna), avrebbero detto un tempo, non puoi da una mia argomentazione astratta (rileggi attentamente il mio post precedente)e con esposizione di concetti assolutamente non riferiti ne riferibili alla tua persona, ritenerti autorizzata ad indirizzare anche solo minimamente insulti e giudizi sul tuo interlocutore.

      Non è ammissibile che, nel corso di questa discussione riferendoti a me, tu possa usare espressioni come “quello che percepisco dalle tue parole è molta confusione”, e tralasciando il resto, “Perchè non provi a non affrettare una conclusione e a riflettere di più su quello che vuoi esprimere ?”.

      A questo punto la tentazione, forte, sarebbe di risponderti a tono, non lo faccio e non lo farò per quel tanto di rispetto che nutro per me stesso, per te e per chi legge.

      Ciao

  12. Caro amico, sono veramente stupita da quello che affermi perchè, se rileggi ciò che ti ho scritto non mi pare di averti offeso in alcuno modo! Per tale motivo, sono andata a rileggere quanto ti dissi e ritengo che l’invito alla riflessione (cioè a non arrivare a conclusioni affrettate) e alla chiarezza (il percepire confusione nell’interlocutore e invitarlo a essere chiaro), non è mai stato motivo di insulto per nessuno.Il concetto, poi, dell’essere bigotti non era riferito (come dissi) a nessuno in particolare e infine, sempre esaminando quanto scritto, vorrei ribadirti che ho specificato spesso e volentieri di non essere fraintesa. Sinceramente continuo a non vedere l’offesa ma, alla luce di quanto ho potuto leggere ultimamente, devo amaramente riaffermare che sei arrivato ancora una volta a una conclusione affrettata. Piuttosto penso che se tu riteni di essere una persona capace di rispettare i canoni dell’essere civile, e di volerli mantenere, mi permetto di farti affettuosamente notare che non è gentile riferirti a una persona che non conosci con le parole che hai adoperato in questo tuo ultimo messaggio. Sarò più chiara: invitare alla riflessione, a non dare conclusioni affrettate, e far notare che un discorso è stato poco chiaro è un conto, ma dire a qualcuno, che per di più non si conosce, che è una persona immatura, è un’altro! Te lo dico semplicemente perchè se ti ricapitasse di esprimerti in questo modo, con un’altra persona che non sono io, credo che ciò comporterebbe la chiusura del tuo blog. Perchè ciò è inammissibile da parte tua! Tralasciando con molta superiorità il fatto che questa tua affermazione (che invito chiunque fosse interessato al blog a leggere di persona) che pretendi di incorniciare assurdamente con parole civili, sia poco rispettosa, per non dire offensiva, ritengo che se non altro questa “giovane e forse donna” interlocutrice, come tu la definisci, che sta avendo la compiacenza di risponderti anche se il messaggio non lo meriterebbe (perchè mi sarebbe piaciuto interloquire con una persona che non arriva a pensare male di chi gli sta parlando con franchezza, che non tenta di esibire la sua potenziale volgarità che tiene repressa affermando una presunta civiltà, e che può pensare che magari qualcun altro può avere ragione o pensarla diversamente da lui), ha avuto fin dall’inizio il rispetto di siglare le sue affermazioni col suo nome mentre tu, caro amico, che ti ritieni figlio della civiltà, non hai mai avuto in tutto questo tempo l’educazione di presentarti e di firmarti.
    Con amicizia.
    Claudia

  13. ciao, io comprai 3 anni fa alcune opere di GIOVANNI BOSCO per fare una mostra a Roma, sono piaciute tantissimo presto organizzerò un nuovo evento per il maestro GIOVANNI BOSCO.

  14. Ricordando Giovanni Bosco « Diarioelettorale Weblog

  15. 51 opere di Giovanni Bosco in esposizione a Parigi nella Galleria di Berst Christian « Diarioelettorale Weblog

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