Castellammare del Golfo – Le opere di Giovanni Bosco in mostra al PLAS

Fa piacere che in occasione di PLAS (Per le antiche scale), i curatori della manifestazione si siano ricordati di Giovanni Bosco e dei suoi lavori.
Credo che ciò dimostri sensibilità umana, e capacità di riconoscere valori e risorse sul territorio, oltre l’ovvio e gli obsoleti canoni del becero conformismo imperante.

Avere dedicato a Giovanni Bosco la MostraU VIPARICCHIU“, nella Via Marcantonio per tutti i giorni della manifestazione, ed una conferenza nella giornata di Venerdì alle ore 19,00 sempre nella via Marcantonio, su “Art Brut tra valorizzazione e riconoscimento” è pertanto a mio modesto avviso opera meritoria.

Nell’invitarvi a visitare la mostra e partecipare numerosi alla conferenza, ripropongo qui la recensione che pubblicai su “Castellammare Online Community”, e non più online, in occasione della mostra dei lavori di Giovanni Bosco tenutasi dal 22 al 28 luglio 2004 nella Sala Polivalente di Corso Bernardo Mattarella (ex chiesa di Maria SS. degli Agonizzanti) di Castellammare del Golfo.
In quella occasione furono esposte circa cento opere di piccolo formato, (per la gran parte pastelli su carta, ma anche oli su tela grezza).
 
A seguire poi un interessante saggio di Andrea Mazzoleni, “Riflessioni sull’arte Brut”.
 
Chi è Giovanni Bosco e perchè è interessante questa mostra ?
A mio parere Giovanni Bosco è da inquadrare come un “espressionista contemporaneo”.
E’ stato detto che l’espressionismo, una tendenza sorta agli inizi del secolo scorso, a cui parteciparono artisti di diversi paesi, è tuttavia una costante dell’arte, che si rivela sostanzialmente alla stessa maniera, nell’arte preistorica, tra gli Incas, nella Grecia arcaica, nell’arte medievale o in quella del XVII secolo.

Nelle sue opere Giovanni Bosco racconta le fantasie della propria vita interiore, parla dei suoi sogni, lascia fluttuare l’ immaginazione attraverso il piccolo limitato, ma tragico mondo conosciuto, in ciò che vede e ha visto.
Egli vede altre cose, e queste cose diverse da ciò che noi vediamo normalmente gli appaiono  sotto un aspetto fantastico, come un’altra realtà, una realtà che sostituisce la realtà e poco importa se tale realtà davvero esiste.

In Giovanni Bosco i pastelli e la carta divengono un mezzo di espressione, nessun tentativo di imitazione della natura.
Le forme acquisiscono un aspetto violento, totalmente libero, totalmente libero ed indipendente dalle costrizioni del mondo esterno e anche da qualsiasi problema di rappresentazione.
In lui scopriamo un colorista straordinario, i colori si distendono sulle superfici indipendentemente dagli oggetti che colorano, un colore senza sfumati, imprevisto e sorprendente.
Nell’insieme le sue opere si presentano quasi come reazione al nostro ordinario “ordine” di derivazione razionalista proprio del mondo occidentale, in una ricerca (cosciente ? e quanto ?) di restaurazione di un suo proprio “ordine” primigenio.

Quella di Giovanni Bosco non è arte popolare, non è “naifs” per intenderci, pur nella mancanza di conoscenza di regole artistiche o d’un tirocinio, pur essendo in alcune opere una visione semplice, immediata, poetica, della realtà in grado di compensare la mancanza di maturità intellettuale comunemente intesa, piuttosto potrebbe essere da qualcuno assimilata all’arte degli alienati mentali, così comune nei grandi artisti tra il XIX e il XX secolo, di coloro che guardano la realtà con spavento, di coloro per i quali la ragione sparisce e si spezzano i ponti dell’intendere, ma tuttavia in lui non appaiono dominanti lo strazio o l’angoscia, ne terribili rivelazioni, ma “normale” (?) visione schizoide della realta.

Credo che per Giovanni Bosco si può senz’altro dire con Henri Matisse (1869 – 1954) “Non è necessario che il pittore si occupi di particolari insignificanti; per questo c’è la fotografia, che lo fa molto meglio e più rapidamente. Non è più funzione della pittura il rappresentare fatti storici; s’ incontrano nei libri. Noi abbiamo un’opinione più alta della pittura: essa serve all’artista a esprimere le sue visioni interiori.”, ma per Giovanni Bosco vale anche quanto detto da Emil H. Nolde (1867 – 1955) “Le grida d’angoscia e di terrore degli animali perseguitavano l’ udito del pittore, e molto presto si realizzavano in colori, in un giallo stridulo il grido, in scuri toni  violetti l’ ululare dei gufi. I colori sono vibrazioni  come di campane d’argento e suoni di bronzo; annunciano  felicità, passione e amore, anima, sangue e morte.

 

Riflessioni sull’Art Brut

di Andrea Mazzoleni

Art Brut è un concetto introdotto dal pittore Jean Dubuffet alla fine della Seconda Guerra mondiale per identificare le opere d’arte create senza intenzione artistica o estetica, ma obbedendo piuttosto a un bisogno, a una pulsione creatrice o espressiva. Il pittore ideatore di questa corrente collezionò i disegni e i graffiti di bambini e di malati di mente e questa collezione oggi fa parte del museo dell’Art brut a Losanna, Svizzera.

L’art brut è piena di emozioni e racconta storie di vita, sempre forti e talvolta sconvolgenti: storie di dolore ed isolamento, dove l’arte è un’attività necessaria e quotidiana, e spesso una chiave di sopravvivenza alla reclusione e all’emarginazione. Come scrive Vojislav Jakic, a margine delle sue tele enormi «questo non è un disegno o una pittura: è una sedimentazione del dolore». Le biografie proposte dall’art brut sono inquietanti perché racconti in presa diretta dalle istituzioni totali, quelle che sequestrano le persone contro la loro volontà per una depressione o un accesso mistico, perché silenziose o troppo agitate.

Spesso e volentieri le mostre di Art Brut rappresentano la testimonianza diretta di persone che hanno attraversato il deserto della sofferenza umana e della solitudine sociale. Il processo creativo è anche però “situazione” che si basa sulla possibilità che ciascuno ha, in particolari condizioni ambientali “interne” ed “esterne”, di lasciare emergere contenuti ed immagini, di dare forma a materiale indefinito. Le osservazioni di E. Kris, la riflessione di J. Chasseguet-Smirgel sulla finalità riparatrice dell’attività creativa e, soprattutto, in un’ottica relazionale, il pensiero di D. Winnicott, con le nozioni di “oggetto transizionale” e di “spazio intermedio”, rappresentano utili punti di vista sul costituirsi del processo creativo e sulla potenzialità terapeutica dell’arte.

Tra le varie possibilità di utilizzo degli oggetti mediatori quelli rappresentati dalle attività artistiche espressive hanno senza dubbio un’importanza centrale tanto che da più parti viene sottolineato come l’arte, nelle sue varie espressioni, stimola la relazione, crea un clima positivo, favorisce la ricerca personale. Attraverso il processo di mediazione rappresentato dall’attività espressiva si definisce infatti uno spazio personale per l’espressione di contenuti emotivi. Questo itinerario, unito alla riacquisizione di abilità che rappresentano un contatto con la realtà, all’inserimento nella realtà sociale e all’importante momento di risocializzazione tramite il gruppo, fa sì che l’uso di tecniche espressive in ambito psichiatrico rappresenti oggi un’insostituibile supporto per la presa a carico della relativa utenza.

L’utilizzo di attività quali il disegno, la pittura, la ceramica ecc. in psichiatria, dopo un primo periodo in cui venivano considerate divertimento ed evasione, si e sviluppato in modo strutturato con valenze terapeutiche a partire dagli anni ’40.

Numerosi studi ed osservazioni hanno permesso di identificare una serie di processi favoriti dall’utilizzazione di queste tecniche che possiamo raggruppare nel seguente elenco:

* lotta contro l’apragmatismo offrendo un’occupazione; * apporto di soddisfazioni narcisistiche che possono permettere di scoprire eventuali vocazioni artistiche; * sviluppo di modalità supplementari di espressione e comunicazione; * espressione di conflitti difficili da verbalizzare; * sviluppo di attitudini sociali mediate dal lavoro di gruppo; * realizzazione di alleanze terapeutiche; * accesso a simbolizzazioni attraverso i processi creativi.

In questa ottica occorre un atteggiamento degli operatori che sappia porsi come mediazione fra gli stimoli dell’ambiente e le realizzazioni tecnico-espressive, e d’altro lato sia in grado di creare i presupposti e stimolare l’interesse per un’attività con cui spesso i nostri utenti non hanno l’abitudine del quotidiano.

L’evoluzione dell’assistenza socio-psichiatrica e, in particolare, l’utilizzazione di strutture intermedie ha portato alla realizzazione di relazioni meno stereotipate con ruoli formali più “giocati” che “agiti” fra operatori ed utenti.

Per realizzare questa tipologia d’intervento è fondamentale per gli operatori agire, oltre che nell’attivazione delle abilità dell’utente, anche sulla variabile società individuando gli strumenti e gli itinerari più adatti a renderla il più possibile accogliente. Infatti e abbastanza facile, lavorando nel territorio, imbattersi nel rischio che, pur rimanendo all’interno del suo gruppo di appartenenza, non più materialmente espulso, il paziente psichiatrico rimanga ancora una volta isolato dal vivo dei rapporti interpersonali.

Importante diventa quindi utilizzare tutte le attività che, a partire dal contesto psichiatrico, tendono a favorire le relazioni e le comunicazioni con chi sta intorno e con la società, che, in generale, possono essere considerate come appartenenti al campo d’azione della socioterapia. La tecnica specifica ad ogni singola attività diviene così l’oggetto mediatore della relazione superando in questo modo le barriere create dal disagio psichico e dalle “regole istituzionali”.

Concludendo va però sottolineato che le tecniche socioterapeutiche sono però anche realizzate a partire dalle piccole cose quotidiane ed iniziano proprio da queste, stare vicino ad un paziente, aiutarlo nella cura di se, nelle attività di ogni giorno, e portarlo un poco alla volta verso competenze sempre più mature e socializzanti per rendergli il senso di persona viva e partecipe sono i migliori metodi operativi per la trasformazione del disagio relazionale espresso dagli utenti.

da AGORA VOX

Castellammare una città a misura di bambino ?

Se provate a digitare come chiave di ricerca su Google “a misura di bambino“, il “motorone”, sciorinerà molto di ciò che si produce e si immagina in Italia e nel mondo sia “a misura di bambino”.

L’ambiente, gli spazi, la spiaggia, il museo, la città, il mondo, sono tutti termini associati a quel “a misura di bambino”.

Così se l’Austria è “a misura di bambino” e Copenaghen lo è in qualità di città europea,  in Italia Torino si aggiudica il primato su Ravenna in base all’ultimo Rapporto “Ecosistema bambino 2008”.

Sempre secondo tale rapporto la maglia nera va a Lecco, Enna, Agrigento e Crotone, posizionate agli ultimi quattro posti dei 61 centri urbani che hanno risposto al questionario.

Il rapporto è stato stilato infatti a partire da un questionario inviato alle amministrazioni su 6 indicatori ambientali di ecosistema urbano:
– mezzi di trasporto;
– tasso di motorizzazione;
– piste ciclabili;
– isole pedonali;
– aree verdi fruibili;
– zone a traffico limitato.

I parametri presi in esame da Ecosistema Bambino 2008 andavano dagli strumenti di coinvolgimento messi in campo dalle Amministrazioni (consulte giovanili, consigli comunali dei ragazzi, incontri e occasioni di confronto con le istituzioni), alle forme di partecipazione (azioni di adozione del territorio, progettazione partecipata), alla presenza e al funzionamento di strutture e uffici dedicati ai giovani, alla quantità e qualità dell’offerta culturale (musei, aree riservate, eventi, teatri, ludoteche, biblioteche), alle iniziative di promozione culturale e sociale ad hoc per i cittadini più piccoli (pubblicazioni e riviste per ragazzi, manuali educativi, feste, rassegne cinematografiche, soggiorni in città e fuori città, corsi, laboratori, ecc…).

Detto questo che c’entra Castellammare del Golfo con tutto ciò ?

Assolutamente nulla, e sopratutto continuerà a non entrarci nulla, vista la sensibilità dimostrata, nel recente Consiglio Comunale dell’8 settembre, dai “nuovi” consiglieri comunali di questo comune, di fronte al ventilato trasferimento dei bambini del “Plesso Buccellato“.

Ne prendiamo atto.