Trapani: non c’è pace tra le tonache (10) – Trapani, diocesi di Gomorra !

Anche oggi due articoli su “La Stampa” di Torino dei due inviati venuti apposta a Trapani, per capire di più sul legame tra le vicende della Curia Trapanese e gli interessi che girano intorno alle dimissioni di Gotti Tedeschi dallo IOR.

E ci va giù pesante Giacomo Galeazzi, che come incipit del suo pezzo definisce, Trapani, “diocesi di Gomorra”.

Scandali sessuali e corruzione – La guerra dentro la diocesi
Lotta senza esclusione di colpi tra l’ex vescovo e l’economo

di GIACOMO GALEAZZI – INVIATO A TRAPANI

Trapani, diocesi di Gomorra. Violazione della clausura in un convento di suore, cinquanta immobili della Curia svenduti agli amici a un decimo del loro valore, ammanchi milionari nei bilanci, lettere di censura dei ministri vaticani dei religiosi e dei vescovi. Le carte segrete che hanno indotto la Santa Sede a rimuovere lo scorso mese il presule trapanese Francesco Micciché aggravano il quadro già inquietante delineato dall’inchiesta della procura.

Ogni documento apre squarci da far-west ecclesiastico tra procedure canoniche calpestate, abusi di potere, contabilità truccata. Per esempio, a fine novembre il cardinale Marc Ouellet, responsabile vaticano dei vescovi, chiede conto a Micciché (su segnalazione del dicastero per gli Istituti di vita consacrata) di una perquisizione al monastero benedettino dell’Angelo Custode ad Alcamo. Era accaduto, infatti, l’impensabile, in barba alla configurazione giuridica «sui iuris» del convento. Alle cinque di mattina, infatti, la guardia di finanza e il pm avevano bussato alla porta del convento, «alla presenza del vescovo che ne ha autorizzatol’accesso». Gli investigatori cercavano l’atto di cessione del complesso storico (valore due milioni di euro) all’economo diocesano don Ninni Treppiedi, sospeso dal ministero sacerdotale per le irregolarità amministrative. Le suore, però, fanno quadrato attorno al sacerdote già da tempo in lotta con il suo vescovo per la gestione finanziaria della diocesi e si barricano dentro. Per un’ora Micciché aveva cercato di mediare e, quando si presentarono i vigili del fuoco per fare irruzione in canonica, le religiose si piegarono alla perquisizione. A condizione che il vescovo si allontasse e che fosse nominato un bibliotecario come loro fiduciario. I finanzieri finalmente entrarono, ma non trovarono nel monastero i documenti (poi rintracciati nell’abitazione di un amico egiziano) con cui le suore avevano nominato amministratore ed erede universale don Treppiedi, che di Alcamo era anche l’arciprete.

I guai per Micciché sono appena iniziati. Finisce sotto accusa in Vaticano per aver permesso alle forze dell’ordine quell’invasione della clausura che ha «violato l’intimità delle monache e creato disagi alle consacrate». Inclusa la «gravissima ispezione da parte delle guardie all’interno del tabernacolo». Parte l’inchiesta della Santa Sede e l’incaricato papale, ex numero tre della Cei e presidente degli affari giuridici, vescovo Domenico Mogavero, lavora ad una relazione minuziosa da consegnare personalmente a Benedetto XVI. Nel vortice di accuse di scandali sessuali, malaffare e corruzione, Mogavero, da esperto giurista, lascia da parte le voci e si basa soltanto su atti incontrovertibili. E cioè, i documenti contraffatti o mancanti di operazioni immobilari insensate, portate a termine scavalcando controlli e passaggi obbligati della procedura canonica. In sei mesi l’indagine è un faldone di prove schiaccianti contro entrambi i contendenti. Poche settimane dopo aver ricevuto la relazione di Mogavero, la Santa Sede destituisce Micciché e conferma la sospensione di Treppiedi.

da “La Stampa.it

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E Guido Ruotolo, anche lui inviato a Trapani, non è più leggero e ci parla di “una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa”.

Nella lotta di potere tra l’ex vescovo e l’ex economo della diocesi di Trapani l’inchiesta sta evidenziando vicinanze con gli uomini di Cosa Nostra
Trapani, l’ombra di Cosa Nostra dietro lo scandalo

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

Questa è la storia di una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa e che ha avuto delle vittime: un vescovo destituito, un economo diocesano sospeso a divinis e indagato dalla magistratura italiana. L’uno e l’altro fino a ieri – e chissà se non ancora – con pesanti coperture, con cardinali e ministri che dalla Santa Sede hanno dispensato loro benedizioni. «Il Vescovo Miccichè per parte di madre ha stretti legami parentali con uomini d’onore di San Giuseppe Jato». Benvenuti a Trapani. Il narratore di questa storia è un prelato influente. Tanto che le precisazioni della Procura di Trapani di non nominare il nome di Matteo Messina Denaro invano, sono superate dalla «terribile preoccupazione» che non viene nascosta neppure tra i collaboratori più stretti del Santo Padre. E cioè che tra i soldi trapanesi transitati su conti Ior, «si nascondono soldi orribili». E il perché lo spiega il nostro prelato: «È emerso solo uno spruzzo di lava, sotto c’è una bomba a orologeria che è pronta a esplodere». E, dunque, colpisce che il vescovo defenestrato, Francesco Miccichè, che pure aveva avuto la proposta di dimettersi in cambio di un coperchio sullo scandalo, sia «accusato» di essere «vicino ad ambienti mafiosi».

Rimosso dal Pontefice

Il suo processo – con condanna – l’ha subito in tempi strettissimi. Il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, era stato inviato dal Papa a ispezionare e riferire direttamente a lui. L’istruttoria, da giugno a dicembre, si è conclusa con una «camera di consiglio» e al termine (a maggio), il Pontefice ha sostituito Micciché. Quali le colpe, i reati e i peccati di Miccichè? Purtroppo, nell’inchiesta della Procura di Trapani sugli imbrogli dell’ex economo della diocesi, don Ninni Treppiedi, il vescovo è parte lesa, è la vittima di una campagna diffamatoria e calunniatoria che don Ninni ha orchestrato con due giornalisti locali. Ma il sospetto è che i due abbiano «alienato beni della diocesi» che non potevano alienare perché sarebbe stato necessario il consenso del Vaticano, essendo di valore superiore al milione di euro. E le operazioni sono state prive di autorizzazioni interne come sarebbe stato necessario.

Vista da Oltretevere, questa di Trapani è la storia di due soci in affari, il Vescovo e l’economo, che a un certo punto rompono il loro rapporto per questione di affari. In un’intervista a un mensile siciliano, don Ninni Treppiedi ha detto: «Credo che quando due persone dopo dieci anni che stanno insieme divorziano (il riferimento è alla rottura con il Vescovo Miccichè, ndr) quanto meno devono avere la buona creanza di lavare i propri panni, soprattutto se si tratta di cose molto delicate, in casa, in questo caso tra le stanze del Vaticano e non andarsi a sputtanare».

Forse possono infastidire certe parole, ma la sostanza è più grave: non portare fuori dalla Chiesa le beghe interne è un messaggio tipicamente mafioso. Secondo i testimoni di questa faida, in realtà, la rottura avviene quando il Vescovo promuove l’economo nominandolo arciprete di Alcamo. Don Ninni si «allarga», bypassando il vescovo nella promozione di affari immobiliari.

La rottura definitiva

La rottura tra i due avviene dunque per motivi di potere e denaro. Era stato don Ninni a introdurre il Vescovo nel mondo della politica locale, alla corte di Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno con delega a gestire i fondi dedicati al culto. Si cementa così un rapporto d’interesse intenso. Il sottosegretario è molto attento a soddisfare le richieste del vescovo per ristrutturare chiese, conventi, luoghi di culto. E don Ninni cresce grazie a certe frequentazioni.

Trapani è città di massonerie e logge coperte. Il senatore D’Alì, poiché il padre di Matteo Messina Denaro era campiere nelle terre di famiglia, conosceva bene il capo dei Corleonesi nel Trapanese. E il senatore, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ottenuto il rito abbreviato.

La storia di questa guerra tra due schieramenti interni alla Chiesa sembra la metafora di una guerra incruenta interna a Cosa nostra. In carcere tutti i «viddani» (da Riina a Provenzano), della vecchia guardia è libero solo Matteo Messina Denaro. È un reduce. Defenestrato il vescovo, don Ninni si pensa vincitore, anche se è stato sospeso a divinis. E presto la giustizia italiana farà il suo corso. Per don Ninni è questione di ore e poi dovrà vedersela in Tribunale.

da “La Stampa.it

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Trapani: non c’è pace tra le tonache (9) – Arrivano gli inviati !

Oggi ben due articoli su “La Stampa” di Torino dei due inviati venuti apposta ia Trapani nella giornata di ieri, per capire di più sul legame tra le vicende della Curia Trapanese e gli interessi che girano intorno alle dimissioni di Gotti Tedeschi dallo IOR.

La procura di Trapani prepara un’altra rogatoria sui conti sospetti. E anche Roma vuole chiarimenti

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

VATICANO, I MISTERI DELLA BANCA. L’INCHIESTA SICILIANA – Ior, nuovo affondo dei giudici

La Sala Stampa del Vaticano fa sapere che i magistrati della Santa Sede stanno analizzando la richiesta di Trapani. Non è un semaforo verde alla rogatoria inoltrata dalla Procura, è un tentativo di rompere l’accerchiamento, di alleggerire il carico, la pressione sul Vaticano.

Come se non bastassero i «corvi» e i «maggiordomi». E poi i guai dell’ex numero uno dello Ior, il professor Gotti Tedeschi, il 4 giugno, veicola un’email di cui è venuto in possesso e che lo riguarda. Un’email in cui è scritto: «Quello che puoi fare è creare un consenso perché si chieda a gran voce una commissione d’inchiesta (o un commissario) sul caso Gotti Tedeschi».

I veri titolari

Ecco, come se non bastasse tutto questo, come se già l’aria non fosse carica di complotti, ci voleva pure Trapani, con i suoi ammanchi di milioni di euro dalle casse della Curia. Senza parlare dei conti milionari aperti dai trapanesi allo Ior, con il fondato sospetto che i veri titolari siano uomini di Cosa nostra. Anche il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, che si occupa di riciclaggio alla banca vaticana, ha chiesto chiarimenti a Trapani, manifestando disponibilità a collaborare all’inchiesta siciliana (Trapani gli ha mandato la sua rogatoria). E potrebbe non essere l’unica. Le indagini trapanesi si stanno arricchendo di acquisizioni processuali tali che la Procura sta valutando in queste ore di procedere a un’ulteriore rogatoria da inoltrare alla Santa Sede.

Il conti di don Ninni

Afa da Ferragosto, e siamo solo a giugno. La tensione in città si taglia a fette. Perché qui, a Trapani, il clima non è diverso da quello che si vive nelle Sacre Stanze. Un vescovo defenestrato dopo un processo sommario non è da tutti i giorni. Soprattutto se è vero che l’indagato eccellente per la storia degli ammanchi nelle casse della Curia è un prete, don Ninni Treppiedi, di quelli che frequentano i salotti buoni della città. Un sacerdote molto legato a quell’ex sottosegretario berlusconiano, Antonio D’Alì, finito sotto processo per concorso esterno alla mafia. Un uomo della dinastia dei banchieri D’Alì che avevano terre dove ha prestato servizio come campiere anche Francesco Messina Denaro, padre del boss Matteo, l’ultimo degli Stati Maggiori stragisti di Cosa nostra, ancora latitante.

Terra di banche e di riciclaggio d’alta mafia, il Trapanese. Addirittura nella vicina Castellammare del Golfo, Giovanni Falcone si avvicinò alle raffinerie di «polvere bianca» di Cosa nostra. Ma terra anche di massoneria, con la sua loggia spuria, la Loggia Scontrino, dove mafiosi e borghesia andavano a braccetto.

La vicinanza a Cosa nostra

La Chiesa di Trapani, quando lo Stato reagì alle stragi di Falcone e Borsellino con il 41 bis, divenne punto di riferimento delle famiglie mafiose che protestavano contro il carcere disumano.

Ecco, i contrasti attuali nella Chiesa di Trapani nascono in questo contesto. Il vescovo Micciché è stato defenestrato per aver collaborato alle indagini della magistratura italiana? O perché don Ninni Treppiedi ha messo a verbale davanti a un pm che il vescovo aveva conti milionari (dollari) allo Ior?

Che storiaccia, l’inchiesta siciliana. Don Ninni si era specializzato in firme false, quella del vescovo Micciché gli riusciva benissimo, diventando per grazia ricevuta amministratore ed erede universale di beni ecclesiastici e complessi storici come il convento di Alcamo «Angelo Custodia».

Il «saccheggio»

Dalla lettura delle carte della Procura, questo è il giudizio che si trae su don Ninni e i suoi complici: «Il contesto nel quale operano è quello di un vero e proprio saccheggio di beni di titolarità della diocesi trapanese e delle varie parrocchie “frequentate” dal Treppiedi, da ultimo quelle alcamesi».

Il sospetto degli inquirenti è che il giro d’affari di don Treppiedi sia stato intorno a una decina di milioni di euro, che dovrebbero essere transitati su conti Ior. Il legale del sacerdote, l’avvocato Galluffo, però precisa che il suo assistito aveva un solo conto corrente alla banca vaticana, per un importo complessivo di 16.000 euro (il conto è stato chiuso), frutto degli stipendi per il lavoro svolto all’università «Lumsa». E nessun altro. Lasciando così intendere, l’avvocato di don Ninni, che conti milionari allo Ior ci sono e sono riconducibili ad altri.

da “La Stampa.it

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Gli strani affari del don “Ha fatto sparire un milione di euro” – L’economo nel mirino dei magistrati

di GIACOMO GALEAZZI INVIATO A TRAPANI

All’apparenza è un intrigo di potere locale, in realtà è uno scontro nel cuore del potere vaticano. Con tanto di maggiorenti Cei e cardinali di Curia schierati per l’una o per l’altra parte. Nella devastante faida di Trapani tra il vescovo defenestrato Micciché e l’economo ribelle don Treppiedi entrano in campo fazioni ecclesiastiche e santi in paradiso. Nel decreto in cui si stabilisce la «sospensione dal sacro ministero», il 20 febbraio, la Congregazione per il clero ritiene provata la responsabilità di don Antonino Treppiedi per il «mancato rendiconto» di gestione con «particolare riferimento a due assegni bancari di 97mila e 50mila euro». Per la Santa Sede «l’ostinata contumacia del reo» e la «speciale gravità della violazione» esige «l’urgente necessità di riparare lo scandalo dei fedeli».

Ma don Treppiedi non accetta la sanzione e così è lo stesso ministro del Clero, cardinale Mauro Piacenza a scrivere il 31 maggio al sostituto di Micciché, l’arcivescovo Plotti, per ribadirgli che «la censura della sospensione al sacerdote è immediatamente esecutiva ed efficace». Malgrado ciò l’avvocato di don Treppiedi sostiene ancora che il provvedimento sia congelato da un ricorso. Intanto le carte vaticane (dove si evidenzia un ammanco di oltre un milione di euro) e quelle dei magistrati di Trapani descrivono un vortice infernale di rogiti, mutui, operazioni finanziarie. Più che una diocesi, quella di Trapani sembra un’agenzia immobiliare. Una sequela di vendite, passaggi di mano, trasferimenti, come la cessione a prezzi stracciati della canonica della parrocchia del Rosario. Secondo la procura, Micciché era sempre all’oscuro di tutto, persino che don Treppiedi avesse svenduto la canonica a un suo fedelissimo. Tutto alle spalle del vescovo. Anche il convento di Alcamo affidato dalle suore al sacerdote. L’inchiesta della procura, che aveva prima innescato il 7 giugno 2011 l’invio del «visitatore apostolico» Mogavero e a metà maggio la rimozione del vescovo Micciché, riguarda ufficialmente un ammanco di denaro nella fase di incorporazione da parte della fondazione «Auxilium» di un’altra fondazione gestita dalla Curia, la «Campanile». Sullo sfondo come nella tradizione dei «pupari» siciliani si muovono, però, ingombranti padrini. Micciché deve molto della sua carriera al discusso arcivescovo Cassisa, sotto la cui guida la diocesi di Monreale divenne epicentro di veleni e bufere di mafia. Treppiedi da parte sua ha parentele e amicizie influenti tra porporati e politici. In Sicilia come a Roma è guerra di nervi e di calunnie. Malaffare, scandali sessuali, nepotismi, sodalizi con «uomini d’onore». Ogni arma è buona pur di danneggiarsi. Qui la Chiesa conta ancora tanto: nelle urne, nei cda delle banche, tra la gente che affolla il porto e i paesi barocchi. Non è un caso che per «pacificare» quest’angolo indocile della Sicilia la Santa Sede abbia speso l’influenza della Cei delegando l’ex vicepresidente (Plotti) e l’ex sottosegretario (Mogavero). Malgrado ciò, la guerra è tutt’altro che terminata.

da “La Stampa.it

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Trapani: non c’è pace tra le tonache (7) – Pecunia (mafiosa) non olet ?

Scrive oggi su “Il Foglio” Paolo Rodari

I conti cifrati allo Ior e lo scontro (cifrato) tra Gotti Tedeschi e gli americani

Un elenco con tanto di nomi e cognomi. Se le notizie che filtrano dalle procure sono vere, tra i tanti documenti, lettere, e mail, sequestrati dalla casa piacentina dell’ex presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior) Ettore Gotti Tedeschi ci sarebbe anche l’elenco degli intestatari dei cosiddetti “conti cifrati”. Conti anonimi, aperti negli anni presso lo Ior, e mai ispezionati, nonostante più volte sia stata annunciata dal Vaticano l’intenzione di chiuderli. In particolare, come scritto ieri dal Foglio, a suscitare l’allarme degli inquirenti ci sarebbe un conto aperto da una fondazione riconducibile alla curia di Trapani del già dimissionato (e si dice però estraneo ai fatti) vescovo Francesco Miccichè, attraverso il quale la procura di Trapani sospetta che siano stati riciclati proventi illeciti dell’ultimo padrino Matteo Messina Denaro che proprio nel territorio della diocesi sta trascorrendo la sua blindatissima latitanza. E si parla anche di una rogatoria che la procura di Trapani sarebbe pronta a inviare in Vaticano, nella speranza di fare luce.

…”

tutto l’articolo qui

il blog PalazzoApostolico di Paolo Rodari

*** – Update

Anche il Corriere.it in un pezzo di Fiorenza Sarzanini cita le vicende della Curia di Trapani

Il memoriale di Gotti Tedeschi:

«Chiesi dei conti dei politici, iniziò la guerra»
Il banchiere cita depositi riconducibili a faccendieri e prestanome di boss mafiosi. Tra i nemici Cipriani e Simeon

ROMA – Ha una precisa data di inizio la guerra interna allo Ior che si è conclusa con il licenziamento del presidente Ettore Gotti Tedeschi. Ed è lo stesso banchiere a fissarla nel memoriale che aveva affidato alla sua segretaria chiedendole di consegnarlo a tre persone «se dovesse succedermi qualcosa» e che voleva far avere anche al Papa. «Tutto è cominciato – scrive – quando ho chiesto di avere notizie sui conti che non erano intestati ai prelati». Depositi riconducibili a politici, faccendieri, costruttori, alti funzionari dello Stato. Ma anche a personaggi ritenuti prestanome dei boss della criminalità, come emerge da un’inchiesta avviata dalla procura di Trapani secondo cui all’Istituto per le Opere religiose potrebbero essere arrivati addirittura parte dei soldi del latitante Matteo Messina Denaro.

I soldi della mafia – Una storia simile a quella scoperta dalla Procura di Trapani che agli inizi di maggio aveva inviato una rogatoria alla Santa Sede per chiedere elementi su due conti correnti da don Ninni Treppiedi, ex gestore delle casse della Curia ed ex fedelissimo del vescovo Francesco Miccichè, indagato per una serie di ammanchi. Il prete è stato sospeso a divinis , mentre l’alto prelato è stato sollevato dall’incarico «per non aver vigilato sull’operato del suo sottoposto». In realtà aveva iniziato a collaborare con i pubblici ministeri e c’è chi ritiene che sia questo il vero motivo della rimozione. Nell’istanza trasmessa alle autorità vaticane vengono specificati i motivi di necessità per l’accesso alla movimentazione dei due depositi ma non è esplicitato il sospetto che ha preso corpo nelle ultime settimane secondo il quale quei soldi sarebbero serviti a riciclare anche denaro proveniente da Matteo Messina Denaro.
Oltre agli ammanchi della Curia, l’indagine si concentra su una serie di investimenti immobiliari e vendite di beni ecclesiastici che potrebbero nascondere il passaggio di soldi a prestanome e la necessità di «ripulirli» attraverso il transito su società e istituti di credito non accessibili ai controlli diretti, come appunto è lo Ior. Adesso bisognerà scoprire se davvero, come lui stesso avrebbe sostenuto, Gotti aveva manifestato la volontà di assecondare almeno in parte le richieste delle autorità italiane. Oltre ai conti finiti nell’inchiesta di Trapani ci sono infatti una decina di operazioni sospette segnalate alla procura di Roma e sulle quali sta già svolgendo accertamenti la Guardia di finanza. Movimentazioni che portano proprio ai conti Ior intestati a preti e suore.”

il precedente post sta qui

*** – Il grassetto è di Diarioelettorale

Libera Chiesa in libero Stato

Dopo 150 anni sarebbe anche ora.

Il vescovo Urso: “Lo Stato riconosca l’unione gay”
“Ma non è un matrimonio”: intervista al pastore di Ragusa

Il carismatico vescovo siciliano: “Sono convinto che la Chiesa debba essere una casa dalle porte aperte per tutti. Per gli immigrati, per le donne in fuga da mariti violenti, per chi è omosessuale e si sente escluso”

Ragusa, 11 gennaio 2012 – Se il paradiso si conquistasse costruendo chiese, i ragusani l’avrebbero già in tasca. Solo scendendo fino alla punta estrema della Penisola, si può ascoltare la sinfonia barocca della più sontuosa orchestra di luoghi sacri in Italia. La strada per arrivarci è lunga, ma ne vale la pena. Non solo chiese, non solo muri. A Ragusa è l’Estetica che trasuda dalla storia e si spande lungo il reticolato di viuzze accavallate sulla roccia di Ibla. La città antica, con le sue case brune, gialle, rosa, a picco su un’impervia distesa di ulivi, in un’arlecchinata di colori.
La Ragusa della fede ha il nome di Santa Maria delle Grazie, della Madonna dell’Idria, della Chiesa del Purgatorio. Il cuore, invece, riposa in piazza Duomo. Qui il passo si fa pendenza, gli occhi alzano il tiro e l’aria si frantuma davanti alla vertigine di San Giorgio. Il prospetto a tre ordini, tempestato di colonne, conferisce al duomo slancio e armonia. In certi casi la bellezza è un foglio bianco, non si descrive. Si ammira, in silenzio. Per secoli la città ha convissuto con la dialettica, anche aspra, tra i fedeli di San Giorgio e quelli di San Giovanni, la cui cattedrale impreziosisce la parte nuova del capoluogo. Dietro il campanilismo religioso ardevano i contrasti tra i nobili iblei e i massari sangiovannari. Da una parte, i ragusani storici, dall’altra, i cosentini, approdati a Ragusa nell’XI secolo al seguito dei normanni. Oggi quella diatriba va stemperandosi per farsi memoria condivisa, come sottolinea il vescovo Paolo Urso: “Ogni anno, il 29 agosto, giorno del martirio di San Giovanni Battista, la statua del patrono percorre le vie di Ragusa. Sangiovannari e sangiorgesi sono insieme, senza rivalità, animati da una fede sana che non cede al folklore né al devozionismo”.
Originario di Acireale, classe 1940, monsignor Urso è un uomo semplice, dai tratti garbati. Alla sera è facile incrociarlo per strada, chiuso nel suo pastrano nero. I ragusani raccontano che per tutti ha una parola di saluto e l’orecchio pronto all’ascolto. Lontano anni luce dalla figurina del vescovo ieratico, tutto incenso e anello pastorale, Urso é riuscito a entrare nelle simpatie anche di chi non crede. Sarà perché è un pastore intraprendente, sempre attento a cogliere le esigenze della gente per provare a seminare segni concreti della presenza cristiana a fianco degli ultimi.
Sono convinto – dice – che la Chiesa debba essere una casa dalle porte aperte per tutti. Per gli immigrati, che sbarcano sulle coste di Pozzallo, per le donne in fuga da mariti violenti, per chi è omosessuale e si sente escluso“.
Monsignor Urso, lei disegna una Chiesa dalle braccia larghe. Ma a Ragusa si respira ancora una religiosità diffusa o sono rimasti solo i templi?
“La fede dei ragusani è convinta e affonda le sue radici in una formazione seria delle coscienze. In diocesi abbiamo due chiese, dove è possibile partecipare all’adorazione eucaristica perpetua, trecentosessantacinque giorni all’anno. Ad ogni ora c’è sempre qualche fedele in preghiera. È il segno di un bisogno corale di trovarsi in silenzio davanti a Gesù eucarestia”.
Una delle due chiese è quella di San Vito, nel centro di Ragusa città, che lei ha riaperto per permettere la contemplazione del Santissimo. Perché dà così importanza all’adorazione eucaristica?
“Quest’anno abbiamo intitolato il piano pastorale Educhiamoci alla libertà. Introducendo il tema, ho citato una frase di papa Benedetto XVI: ‘Se adoriamo Gesù e ci inginocchiamo davanti a lui, non dobbiamo adorare e inginocchiarci davanti a nessun potere’. L’adorazione educa l’uomo al riconoscimento dell’unico primato, quello di Dio, e spinge il fedele alla donazione di sé agli altri, come Cristo eucarestia che non ha esitato a offrire la sua vita per la salvezza di tutti, anche di chi l’ha ammazzato”.
Non crede che l’adorazione eucaristica rischi di scivolare nel devozionismo?
“È un pericolo vero, per scongiurarlo occorre unire alla contemplazione un’attenta opera di evangelizzazione. Ovvero bisogna aiutare la gente a capire come l’adorazione del Santissimo implichi una ricaduta nella vita di tutti i giorni. Il Cristo, che adoriamo nell’eucarestia, ci esorta a testimoniare nei fatti, in special modo nella carità, il Vangelo. Altrimenti i nostri sono solo sterili riti”.
Quando lei è entrato in diocesi ha subito potenziato l’attività della Caritas diocesana. State raccogliendo qualche soddisfazione?
“La nostra Caritas è una realtà molto bella e vivace. Pensa e opera per cercare di colmare i bisogni della gente. È chiaro, come Chiesa non siamo in grado – non è neanche il nostro compito – di risolvere i problemi sociali del territorio. Possiamo offrire solo dei segni di speranza“.
Come opera la struttura?
“Fondamentali sono i centri di ascolto e le parrocchie che ci permettono di toccare con mano le difficoltà delle persone. Per esempio, in questi anni siamo entrati a contatto con donne in fuga dalle famiglie, perché vittime di violenze perpetrate dai mariti o dai conviventi“.
Come siete intervenuti?
“Una parrocchia ha messo a disposizione dei locali e così é nato un centro di accoglienza per mogli o, più in generale, donne, con bambini e non, che hanno bisogno di un momento di pausa e tranquillità nella loro vita. Qui trovano quella pace smarrita in famiglia“.
Proprio a Ibla cinquant’anni fa si girò il film Divorzio all’italiana. Che cosa resta di quella Sicilia, con le mogli sottomesse ai mariti?
“L’emancipazione femminile è arrivata un po’ dovunque, anche dalle nostre parti. C’è da chiedersi, però, che tipo di emancipazione, che tipo di inserimento è reso possibile oggi alle donne. Ho l’impressione che talvolta enfatizziamo troppo le dichiarazioni di principio, mentre le scelte concrete vanno in tutta altra direzione”.
A che cosa si riferisce?
“Nella nostra società affermiamo il valore della donna in alcuni ruoli. Tuttavia, non si riesce ancora a metterle nelle condizioni di provvedere, una volta tornate a casa dal lavoro, anche alle faccende domestiche. Nel nostro tempo la donna non solo assume determinati incarichi nella vita civile, ma deve assolvere pure i compiti che già prima le erano attributi. Su di lei si caricano pesi aggiuntivi“.
Meglio rimettere indietro le lancette della storia?
Non si tratta di negare l’eguaglianza della donna in linea di principio. Tutt’altro. Il problema è come tradurre questo valore nella vita di tutti i giorni“.
Facile a dirsi, difficile a farsi.
“Eppure il rapporto tra l’uomo e la donna, se vuole avere un futuro, deve fondarsi sulla parità. Molti drammi nascono proprio perché concretamente non si è riusciti ancora a stabilire un’eguaglianza”.
E nella Chiesa c’è parità tra Adamo ed Eva?
“Provocatoriamente direi che nessuno ha difeso la donna come la Chiesa. Basti pensare al modo in cui Gesù ha valorizzato il ruolo della donna. È a Maria Maddalena, non a Pietro, che viene dato il primo annuncio della Resurrezione. Che poi nella storia ecclesiale ci siano state pagine di arretramento sul versante dell’eguaglianza ciò fa il palo con quanto è accaduto in altre comunità”.
Si può discutere di accesso delle donne al diaconato e al sacerdozio?
“Sul sacerdozio credo che il dibattito, anche alla luce della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), sia chiuso. Tuttavia, personalmente preferisco che la questione dei ministeri sia affrontata teologicamente e sotto il profilo storico. Chiediamo ai teologi e agli storici della Chiesa che cosa ne pensano”.
Altra emergenza, quella migratoria. Pozzallo, dopo Lampedusa e Mazara del Vallo, è il terzo polo di sbarco per gli immigrati in Sicilia: in che modo la Chiesa iblea è vicina agli immigrati che giungono sulla costa?
“A Vittoria abbiamo un centro di accoglienza per i migranti. In più, la Fondazione San Giovanni, la Caritas diocesana e alcune cooperative hanno attivato tutta una serie di progetti per offrire soluzioni di lavoro e alloggio a chi decide di fermarsi in Sicilia”.
Avete mai avuto problemi di ordine pubblico?
“No, non ci sono mai stati episodi apprezzabili, solo qualche caso isolato”.
Quali segni dei tempi si celano dietro il fenomeno migratorio?
“Innanzitutto, emerge la necessità di mettere ogni popolo nelle condizioni di poter vivere in un contesto di serenità, libertà e rispetto. I migranti sono fratelli e sorelle, che per lo più scappano dai loro Paesi, non possiamo dimenticarlo. Alla logica dei respingimenti bisogna lasciare spazio ai valori dell’accoglienza e del rispetto”.
Rispetto di chi riceve i migranti, ma anche rispetto di chi arriva in una terra straniera.
“L’azione educativa va indirizzata pure nei confronti degli immigrati. In quanto vittime di violenza, spesso queste persone non riescono a relazionarsi con gli altri se non in un’ottica di prepotenza”.
Che cosa ne pensa del reato di immigrazione clandestina, voluto dal ministro degli Interni, Roberto Maroni?
“Il reato comporta una situazione molto diversa da quella di chi è in fuga dal proprio Paese. Mettere sullo stesso piano il criminale e il clandestino è un errore sotto il profilo intellettuale, culturale e giuridico“.
Nel 2005, in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, lei dichiarò al Corriere della Sera che sarebbe andato a votare, lasciando libertà di coscienza ai fedeli. Eppure l’allora presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, era stato molto chiaro nel richiamare la Chiesa all’astensione. Rifarebbe quella scelta?
“Senza dubbio la rifarei. Sono stato educato alla laicità dello Stato e al rispetto delle leggi civili. Quando il cittadino è chiamato a compiere delle scelte concrete, il compito della Chiesa è quello di offrire ai fedeli degli strumenti per decidere in autonomia e consapevolezza. Per questo ho detto alla mia gente: ‘Informatevi, documentatevi, vedete se questo tipo di soluzioni sono giuste e giudicate voi’”.
Quella di Ruini fu una mossa politica?
È stata un’azione di strategia politica. Ma io credo che i vescovi con la politica e le sue logiche non debbano avere nulla a che fare“.
Sei anni fa il dibattito era sulla fecondazione assistita. Oggi tiene banco, specie tra i giovani, quello delle convivenze. Quale è la sua opinione?
Il tema è molto complesso, anche perché potrebbe essere il segno di una paura di assumersi delle responsabilità. Allo stesso tempo potrebbe testimoniare una disistima nei confronti del matrimonio. In ogni caso la convivenza mi sembra un elemento di poca sicurezza”.
Davanti al quale che atteggiamento deve tenersi?
Se il problema è la scarsa considerazione del matrimonio, come Chiesa avremo il dovere di sottolineare la bellezza e l’importanza delle nozze; se, invece, alla base c’è una paura, occorrerà spingere i giovani ad avere coraggio. Scrive Louis Sepulveda: ‘Vola solo chi osa farlo’”.
Per gli omosessuali la convivenza civile è l’unica soluzione possibile per poter vivere stabilmente una relazione. Non crede che l’Italia abbia bisogno di un riconoscimento normativo per queste situazioni?
Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo“.
Siamo in ritardo sulla tabella di marcia?
Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri”.
Per Il Catechismo cattolico l’omosessualità resta ‘oggettivamente disordinata’.
La Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore“.
Proprio nel solco di un impegno al rispetto e alla valorizzazione di tutte le componenti ecclesiali può leggersi la sua scelta di collocare al vertice di molteplici uffici della Curia di Ragusa dei laici. Che cosa l’ha spinta a questa scelta, abbastanza inedita nella Chiesa italiana?
“Ci sono ambiti nei quali i laici acquisiscono delle competenze particolari che possono essere d’aiuto all’azione della diocesi. Per questo ho affidato ai laici la responsabilità della Pastorale giovanile, delle Comunicazioni sociali, della Caritas, della Pastorale sociale del lavoro e della Consulta delle Aggregazioni laicali”.
Implicitamente il suo è anche un modo per fronteggiare l’emergenza lavoro nella provincia. Secondo gli ultimi dati della Cisl, l’occupazione a Ragusa, tra i ragazzi di età compresa fra i 15 e i 24 anni, è scesa nel 2009 al 17,7% (nel 2007 era al 31%), Che segni offre la diocesi sul versante dell’avviamento al lavoro delle nuove generazioni?
“Stiamo pensando di realizzare a Ibla, in un antico convento, un centro enogastronomico del Mediterraneo. Sostanzialmente si tratta di una scuola di alta cucina, con annesso un ristorante. Abbiamo già restaurato i locali per gli alloggi. In questo centro i ragazzi potranno avere una formazione enogastronomica di livello, restando nella loro terra e guadagnandosi il pane lavorando. Dobbiamo capire che, quando un ragazzo va via di casa, il territorio si impoverisce”.
Uno dei volani per l’economia ragusana potrebbe essere l’aeroporto civile di Comiso. Inaugurato nel 2007 dall’allora ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, non è mai entrato in funzione.
“Spero che possa finalmente decollare nel vero senso della parola. E nel più breve tempo possibile. È sotto gli occhi di tutti l’urgenza di un aeroporto nella nostra provincia. La popolazione ci spera, così come si augura che possa essere costruito un raccordo stradale migliore tra Ragusa e Catania”.
Vent’anni fa la base missilistica di Comiso fu al centro di forti contestazioni pacifiste. Che ricordo ha di quel periodo, segnato da scontri e incomprensioni tra la Curia e quei giovani – anche cattolici – soprattutto quando il suo predecessore, monsignor Angelo Rizzo, impartì la benedizione alla cappella della struttura militare?
“Allora non ero nel Ragusano, ma non mi trovavo neanche troppo lontano. Ricordo quel periodo come un momento particolarmente doloroso per la diocesi in quanto si crearono all’interno del mondo ecclesiale posizioni diversificate. Per sanare la ferita, nel 2005, ho chiesto ed ottenuto, da Pax Christi e dalla Conferenza episcopale italiana, di far partire proprio dalla base di Comiso la marcia nazionale per la pace”.
Che cosa voleva indicare?
“Il nostro intento era quello di far vedere come fosse possibile trasformare strumenti e luoghi di morte in strumenti e luoghi di pace e crescita civile”.
Missione compiuta?
“A distanza di anni ho ancora amici di Bolzano che mi telefonano per ringraziarmi di quella marcia. Posso dire che è stata un’occasione molto bella: noi siciliani siamo di nostro accoglienti e anche in quel frangente riuscimmo ad imbastire uno straordinario evento di condivisione per chiedere al Signore il dono della pace”.

di Giovanni Panettiere

da Quotidiano.Net

*** – Il grassetto è di Diarioelettorale

Trapani: non c’è pace tra le tonache (3)

Dopo la publicazione dell’articolo di ieri sull’Unità di cui si è detto qui è ora il turno delle dichiarazioni:

quella del Vescovo di Trapani Monsignor Francesco Miccichè

Il Vescovo di Trapani Francesco Miccichè esprime la propria gratitudine alla magistratura trapanese e alle forze dell’ordine per il tenace e imparziale impegno al servizio della verità grazie al quale, senza tema di smentita, oggi può dichiarare che non solo non è indagato e non lo è mai stato, ma è persona lesa in un procedimento giudiziario ancora in corso che purtroppo, comunque, infligge una ferita alla Chiesa trapanese a causa di alcune delle persone coinvolte.

Senza entrare nel merito delle questioni su cui deve ancora pronunciarsi la magistratura, il vescovo e la diocesi di Trapani ritengono doveroso rendere note queste notizie per il bene dei fedeli da tempo ormai in balìa di notizie false create ad arte che, alcune volte, nel tentativo di creare il “caso mediatico”, hanno persino sfiorato il grottesco.

Da mesi la Chiesa trapanese è al centro di una violenza mediatica senza pari, con la reiterata pubblicazione di notizie prive di fondamento purtroppo ripresa anche da testate giornalistiche prestigiose senza la verifica delle fonti; di attacchi personali, non solo al vescovo ma anche ad alcuni sacerdoti di una volgarità inaudità, di numerosi tentativi di creare panico e confusione tra i fedeli con falsi allarmismi, decine di anonimi e falsi che hanno oltraggiato non solo la persona del vescovo Miccichè ma l’intera comunità ecclesiale trapanese.

Una barbarie: una vera e propria strategia i cui manovratori speriamo non rimangano occulti. Nonostante gli attacchi, la Chiesa trapanese ha continuato e continuerà – con il vescovo, i suoi presbiteri e diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i laici – nel suo impegno al servizio dell’annuncio del Vangelo e del bene comune: nelle parrocchie, nelle associazioni, nelle attività culturali, in tutti i campi della vita sociale certa che, nei limiti e nelle fragilità umane, il Signore, anche nella prova, la chiama ad una rinnovata adesione alla Sua missione nel mondo. La prova dolorosa può diventare, infatti, una felice occasione di rinnovamento e conversione prechè la Chiesa possa essere, come ha indicato recentemente Benedetto XVI, sempre più libera dai lacci materiali e politici ed essere sempre più trasparenza i Dio.

Nell’esprimere serenità e disponibilità al dialogo, con il cuore gonfio della carità cristiana verso tutti gli attori di questa triste vicenda, il vescvo ritiene comunque doveroso dare mandato ai suoi legali, in quanto parte lesa, per il perseguimento della giustizia e della verità.

Il ricavato sarà devoluto all’istituzione di un premio giornalistico per incoraggiare il giornalismo coraggioso che con serietà, rifuggendo il sensazionalismo, persegue la ricerca della verità nel rispetto della dignità umana.

quella del senatore del Pdl Antonio D’Alì:

Con rifermento alle notizie di stampa,non essendo a alcun titolo componente del clero, né Monsignore, né chierichetto, sono assolutamente estraneo a vicende che riguardano, o hanno riguardato la Curia trapanese. Sono sinceramente sorpreso delle considerazioni svolte nell’articolo e ormai molto stanco di essere tirato in ballo ogni qualvolta si verifica una indagine su Trapani. Ora pure per una questione tutta interna alla amministrazione ecclesiastica. Mi attendo che alla prossima lite di condominio in un qualsiasi palazzo di Trapani io sia indicato come complottista dell’accaduto.

quella di Gianfranco Criscenti corrispondente ANSA (dalla sua bacheca Facebook):

Apprendo da ”L’Unità” di essere indagato, nell’ambito della querelle tra il vescovo di Trapani Francesco Miccichè e don Ninni Treppiedi. L’accusa è di diffamazione. Nell’articolo si omette (dimenticanza?) che c’e’ una visita apostolica disposta dal Vaticano e mi si accosta a dei complottisti, con sullo sfondo la regia di potenti come il senatore D’Ali’. Per rispetto della magistratura mi astengo da ogni commento sulla vicenda fino a quando non sarà del tutto chiarita.

Trapani: non c’è pace tra le tonache (2)

Colpo di scena nell’inchiesta sulla curia trapanese di cui ci eravamo occupati qui e qui.
Ne riferisce il giornalista Nicola Biondo in un articolo apparso nell’edizione di oggi de L’Unità dal titolo:

Trapani, complotto contro vescovo – Lo accusa un prete vicino a Pdl

“Un prete disinvolto con il pallino degli affari e amicizie altolocate. Assegni per 172 mila euro sottratti a due parrocchie di paese, Alcamo e Calatafimi. Una campagna di stampa orchestrata per colpire gli avversari interni alla Chiesa. Indizi di una truffa milionaria ancora da scoprire È un sistema quello che emerge dalle indagini della Procura di Trapani che ha indagato 13 persone per reati che vanno dal furto alla ricettazione alla frode informatica. Un sistema – questo il suo tratto più caratteristico – che oscurava le proprie mosse addossando ad altri, in particolare al vescovo di Trapani Francesco Micciché, pesanti responsabilità nella gestione dei fondi della Curia utilizzando alcuni cronisti locali, indagati per diffamazione e calunnia, per propalare notizie false. Le indagini ancora in corso disegnano un complotto all’interno della Chiesa con l’ausilio di ambienti esterni alla Curia trapanese. Sono due fino ad oggi i filoni d’inchiesta: il principale riguarda gli autori materiali delle malversazioni, il secondo si riferisce ad episodi di diffamazione. Una connection che secondo indiscrezioni non si fermerebbe agli attuali indagati ma potrebbe risalire ad altri e più clamorosi episodi di furto e ricettazione dei beni ecclesiastici, le cui tracce in almeno un caso porterebbero fino in Vaticano.

Protagonista della vicenda un giovane sacerdote Ninni Treppiedi, 36 anni, ex direttore amministrativo della Curia e in strettissimi rapporti con l’attuale numero uno del Pdl a Trapani, il senatore Antonio D’Alì. Indagato per ricettazione, furto, calunnia, frode informatica e falso ideologico, Treppiedi è accusato di aver trasferito dal 2008 ai suoi familiari e complici, tutti indagati, 172 mila euro dalle casse delle parrocchie che gestiva tra Calatafimi e Alcamo. Tra le accuse anche quella di stalking nei confronti del Vescovo, atti compiuti da uomini del giovane parroco con missive anonime e minacce di vario tipo. Al religioso, sospeso a divinis da quasi un anno, gli inquirenti hanno sequestrato un Pc e svariati documenti. Ma nell’inchiesta non ci sono solo assegni.

La Finanza ha operato perquisizioni in un convento e in alcuni studi notarili trapanesi alla ricerca di atti di compravendita di immobili avvenuti quando Treppiedi gestiva l’ufficio amministrativo, prima di essere estromesso dal Vescovo. Sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori sono finiti così almeno una ventina di rogiti di beni della Curia venduti su cui risulta la firma del Vescovo Micciché. Vendite di cui l’alto prelato afferma di non sapere nulla. E, secondo alcune perizie, quelle firme sono tutte uguali, troppo uguali, come se fossero messe lì con un gioco di copia e incolla fatto al computer. Gli investigatori sospettano che il sistema-Treppiedi abbia in realtà gestito anche altre operazioni fraudolente, avvalendosi di notai, avvocati e funzionari di banca. E su questo le indagini continuano. Un prete ambizioso e dalle mille facce: oltre a D’Alì, sono noti i rapporti di Padre Ninni con il cardinale Franc Rodé a cui avrebbe regalato una potente auto. Il giovane religioso millantava anche una cattedra alla Lumsa, partecipava a riunioni politiche e più di una volta si è scagliato contro alcune trasmissioni (come Anno Zero) colpevoli di dare un’immagine negativa della provincia trapanese, da sempre terra di mafia e massoneria.

E si arriva così alla seconda tranche dell’inchiesta, quella che vede indagati lo stesso Treppiedi e due cronisti trapanesi, il corrispondente trapanese dell’Ansa e un collaboratore del Fatto, per i reati di diffamazione e calunnia. L’inchiesta odierna ribalta una verità che sui mass media, grazie ai due cronisti imbeccati dal Treppiedi, aveva conquistato le prime pagine. Una verità che voleva il Vescovo indagato per aver fatto sparire oltre un milione dalle casse della Curia, che lo accusava di aver acquistato per se e un familiare due prestigiose ville e di avere come autista un personaggio dal «robusto pedigree mafioso». Accuse false secondo i documenti oggi in possesso della Procura. Accuse – dice l’inchiesta – dettate alla stampa proprio da quel Treppiedi silurato dal Vescovo e oggi accusato di furto e ricettazione.

All’apparenza una storia di provincia. Ma tra gli investigatori c’è il sospetto che dietro i singoli reati non vi sia solo il denaro o l’ambizione di un prete disinvolto ma una precisa regia, i cui protagonisti, non ancora pienamente emersi dalle indagini in corso, appaiono gli stessi che da anni si scagliano contro i protagonisti più esposti della lotta antimafia a Trapani.”

19 ottobre 2011

da L’Unità online

NB - il grassetto è di Diarioelettorale

Ad Alcamo sono conservatori

E si, così per non perdere memoria delle antiche tradizioni locali vi è chi in forma anonima e senza ostentazione del proprio amore per la tradizione si dedica alla mai dimenticata nobile (si fa per dire) arte del tagliare le gomme delle auto.

Ultima vittima l’Alfa 166 utilizzata dal sindaco di Alcamo, Giacomo Scala, come auto di rappresentanza.
L’episodio è stato denunciato nei giorni scorsi dallo stesso primo cittadino ai carabinieri, che hanno avviato indagini.

Ma il sindaco nella disavventura è in buona ed autorevole compagnia. In precedenza (alcuni mesi fa) infatti, sempre ad Alcamo, gli “amanti della tradizione” avevano riservato il medesimo trattamento all’auto del Vescovo di Trapani, Monsignor Francesco Miccichè, in visita pastorale alla cittadina del bianco D.O.C..

Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo !

Diciamoci la verità Massimo Gramellini è uno che si legge con piacere, e questa volta parafrasando papa Pio VII, “non potevo, non volevo e non dovevo” esimermi dal riproporvi il suo, “Cosche dell’altro mondo”, su La Stampa di oggi.

Cosche dell’altro mondo

Da giorni sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero. Che non è vero che domenica scorsa, a Torre Annunziata, la processione del santo patrono si sia fermata davanti alla casa di un noto camorrista della zona per rendergli pubblico omaggio. Che non è vero che l’arcivescovo di Castellammare, monsignor Felice Cece, abbia minimizzato la sottomissione della sua comunità al signorotto feudale, affermando che la sosta non intendeva omaggiare il camorrista, oh no, ma la chiesa di Santa Fara. Che non è vero che l’arcivescovo abbia continuato ad arrampicarsi sui muri, nonostante il sindaco Luigi Bobbio gli avesse prontamente replicato che la chiesa di Santa Fara si trova dieci metri prima della casa del camorrista e che rimane chiusa quasi tutto l’anno. Ma soprattutto sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero, non può essere vero, che la conferenza dei vescovi italiani (Cei) – dotata di riflessi felini quando tratta di intervenire su coppie di fatto, fine vita o fecondazione artificiale, all’alba del quinto giorno dagli incredibili avvenimenti di Castellammare non abbia ancora sentito il bisogno di far sentire pubblicamente la sua voce. Anche solo per ricordare che Gesù non è morto in croce per andare a inginocchiarsi duemila anni dopo davanti alla porta di un camorrista.

Per favore, qualcuno mi dica che tutto questo non è vero. Che siamo in un Paese evoluto abitato da cittadini e da arcivescovi evoluti. Vero?