La scoperta del petrolio (e della secessione) di Raffaele Lombardo, alleato di Silvio Berlusconi

In Sicilia tutto ciò ha un nome “opera di pupi“, che sarebbe per i non siculi lo spettacolo offerto dalle marionette del ciclo di Orlando, Rinaldo ecc. in salsa sicula, quale ancora si rappresenta nei rarissimi teatrini ad essi dedicati.

Ora sembra che uno dei “mastri pupari” dell’isola, Raffaele Lombardo, si sia fatto possedere dallo spirito di uno dei personaggi, l’Orlando de “La pazzia di Orlando” di cui lui stesso è stato animatore in quel “teatrino dell’opera dei pupi” che è la politica siciliana ed i suoi personaggi.

E così accade che da una intervista a “Il Giornale” apprendiamo che dopo decenni di attività politica il presidente della Regione Siciliana ha scoperto che tra le risorse che sono state sottratte al popolo siciliano vi sono le royalties sul petrolio

Lombardo: “Ora è la Sicilia che fa la secessione”

di Stefano Lorenzetto

Il presidente della Regione Siciliana: “Bossi ci mandi pure al diavolo. Con i 10 miliardi di tasse della raffinazione del petrolio ci arrangiamo da soli”. E sui vizi del Sud: “Senza una pistola puntata alla tempia non saremo mai virtuosi. Il federalismo non nascerà com’è pensato. E allora che ciascuno vada per la sua strada”

«Ma quale Padania! Ma quale Lega! Sono io, il presiden te della Regione Siciliana, che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi. La Trinacria se ne va, è prontis sima ad arrangiarsi da sola». Da un medico nato a Catania ma che di cognome fa Lombar do forse prima o poi bisognava aspettarselo.

Quando un mese fa il mio editore, Marsilio, mi propose per la presentazione di Cuor di veneto una specie di sfida all’O.K. Cor ral con Terroni , il best seller di Pino Aprile, non avrei mai im maginato, accettandola, di met tere seriamente in pericolo l’Unità d’Italia proprio allavigi lia dei festeggiamenti per i suoi 150 anni. E questo nonostante fossimo stati invitati a nomina re due «padrini» che amano parlar chiaro: Raffaele Lom bardo, gover n atore della Si cilia, per i terro ni; il sindaco della mia città, Flavio Tosi, per i polentoni. Certo, l’ora non deponeva a favore, le 17, e neppure l’ubicazione, Verona, per cui apren do le ostilità m’era venuto facile ironizza re su sangue e Arena.

E precisa mente questo, il sangue, s’aspettava di veder scorrere «a las cinco de la tar de » il folto pubblico. Invece ne è nata un’inaspettata Santa Alle anza fra Lombardo e Tosi, che si sono trovati d’accordo pratica mente su tutto, a cominciare dal federalismo. Ma senza esclu dere ( anzi)l’opzione secessioni stica. Col primo che ricordava il suo viaggio di nozze a Venezia, magnificava i libri di Alvise Zor zi sulla Serenissima, proponeva al sindaco leghista il «partito de gli onesti» ed elevava peana «a Roberto Maroni,il ministro del l’Interno che contro i mafiosi sta facendo benissimo». E col se condo che riscriveva la storia del Regno delle Due Sicilie «de predato dai Savoia, tanto da far ipotizzare che il principale obiettivo dell’Unità d’Italia stia stato quello di fregare al Sud le ricchezze e soprattutto il Banco di Napoli, il più florido d’Euro pa », riconosceva al leader del Movimento per le autono mie il merito d’aver finalmente messo sotto controllo le spese paz ze della sanità siciliana e infine di chiarava, infischiandosene delle logiche di schieramento, che «ne gli ultimi sette anni il centrodestra ha governato Palermo da cani e Ca tania forse peggio».

Pino Aprile ce l’ha messa tutta per tirare dalla sua parte la platea, brandendo il meglio dell’arma­mentario storico-ideologico che Terroni squaderna fin dalla pagina 8 : «Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Koso vo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sul le colline e colonne di decine di mi gliaia di profughi in marcia. Non vo levo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Eu ropa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi mori re gli italiani del Sud, a migliaia, for se decine di migliaia ( non si sa, per ché li squagliavano nella calce), co me nell’Unione Sovietica di Stalin. Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni “ una landa desolata”,fra Patago nia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annien tarli lontano da occhi indiscreti. E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera ».

Sennonché il cahier de doléan ces dei veneti, terroni del Nord perseguitati da mille pregiudizi, è risultato speculare a quello di Pi no Aprile: la più longeva repubbli ca mai apparsa sulla faccia della Terra, quella durata 1100 anni e che già nel Duecento possedeva la metà dell’oro di tutta la cristiani tà, umiliata e saccheggiata da Na poleone; 40 milioni di lire oro ru bate dai forzieri della Serenissi ma, 1.033 miliardi di euro di oggi, pari al 56%dell’attuale debito pub blico italiano; i superstiti venezia ni, che prima vantavano un teno re di vita quattro volte superiore alla media europea, costretti a vendere per fame le figlie mino renni a Lord Byron e a Jean Jac ques Rousseau; un plebiscito-truf fa, imbastito nel giro d’una decina di giorni dai Savoia, che il 20 otto bre 1866 consentì l’annessione forzata del Veneto all’Italia con 641.758 sì e appena 69 no e con quasi 2 milioni di cittadini che nemmeno votarono, anche per ché le schede per il sì erano bian che e quelle per il no nere.

La corrispondenza d’amorosi sensi fra terroni e polentoni è con­tinuata durante la cena al ristoran te 12 Apostoli, che ha visto Lom­bardo uniformarsi alla sacralità del luogo con un segno di croce al momento di portare alla bocca la prima cucchiaiata di pasta e fasoi , tradizione quasi scomparsa (il se gno di croce, non la pasta e fagioli) fra le genti venete un tempo devo tissime, e il patron Giorgio Gioco, 86 anni, recitargli a memoria in un impeccabile siciliano la più fa mosa poesia di Ignazio Buttitta: «Un populu / diventa poviru e ser vu / quannu ci arrubbanu a lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri». Un popolo diventa pove ro e servo quando gli rubano la lin gua ricevuta dai padri: è perso per sempre. Lì è nata l’intervista che segue.

La Sicilia che si separa dall’Italia mentre il governo Berlusconi vuole costruirvi il ponte sul lo Stretto. Cos’è? Una provoca zione?
«No, dico sul serio. In fin dei conti già nel 1943 la Sicilia vagheggiava di diventare una nazione autono ma e federata degli Stati Uniti d’America. Chiederò al ministro per il Federalismo, Umberto Bossi, che questa secessione la faccia ve ramente una volta per tutte. Ma in Sicilia. Ci mandi pure al diavolo. Sono sicuro che, da indipendenti, ce la caveremo meglio che restan do sotto la tutela di Roma. Voglio no invece costituire le macroregio ni o i cantoni, come li chiamava il professor Gianfranco Miglio, ideo logo della Lega? Affare fatto. A me sta benissimo ugualmente: Pada nia, Centro, Sud. A patto che siano abolite tutte le sperequazioni. Se un milanese può raggiungere Ro ma col pendolino in tre ore, non ve do perché io per recarmi in treno da Catania a Paler mo debba impiegar ci 5 ore a percorrere appena 180 chilo metri ».

Occhio, che poi si ritrova Nichi Ven dola presidente del Sud. «Questo Vendola a me non piace per nulla. Un affabulatore che maschera con gli accenti lirici la debolezza delle sue proposte dema­gogiche. Da mode rato, preferisco di gran lunga un Mas simo D’Alema, o un Pier Luigi Ber sani, o un Walter Veltroni».

I quattrini per l’autonomia do ve andate a prenderli?
«Le sole entrate fiscali derivanti dalla raffinazione del petrolio negli impianti di Gela, Milazzo, Au­gusta, Ragusa, Priolo e Melilli ci bastano e avanzano per essere au tosufficienti insieme con altre regioni. Sa quanto incassa di accise lo Stato italiano sulla nostra pelle? Dieci miliardi di euro. Ci lascino quello che è dei siciliani e noi sia mo a posto».

Il federalismo non le basta più?
«Fui il primo presidente di una re gione del Sud a rompere il fronte del “no al federalismo”,quando an cora la Campania, la Calabria e la Sardegna erano governate dal cen trosinistra. Dissi di sì subito. Per ché, vede, senza una pistola punta ta alla tempia che ci costringa a es sere virtuosi, noi i conti della sani tà, del personale, dello smaltimen to dei rifiuti non li metteremo mai a posto. Però io temo che il federali smo non si realizzerà affatto com’è stato pensato. E allora meglio che ciascuno vada per la propria stra da. Si spaccherà il mio movimento su questa scelta? Pazienza. Scappe­ranno coloro che trovano più con veniente tirare a campare, lasciare che le cose restino come sono».

Secondo me lei non dura.
«Poco male. Sto per compiere 60 anni. Potevo gover nare la Sicilia da un attico di Roma. Oppure fare il ministro, come mi era stato offerto. Ho preso sul serio que sto lavoro. Per me essere il presidente della mia Regione rappresenta il top. Entrare nel gover no nazionale sareb be stata una retro cessione. Non ho davvero altro da chiedere alla politi ca ».

Riceve molte mi nacce di morte?
«Tutti i giorni. Lettere minatorie con proiettili, messaggi trasversa li, telefonate. Non ho paura. Non so quanto potrà durare questa esperienza, ma non posso accetta re compromessi. La maggior parte degli assessori della Giunta tecni ca che ho varato è indifferente al bipolarismo. Forse il più a sinistra è il prefetto Giosuè Marino, che era stato nominato commissario anti racket dal ministro Maroni. È un governo formato solo da esperti che cominciano a farmi capire co me stanno le cose in materia finan ziaria. Il primo macigno che mi so no trovato sul tavolo è stato il pia no di rientro del sistema sanitario. Potevo traccheggiare, invocare sconti, piangere il morto affinché Roma chiudesse un occhio. Ho pre f erito invece affidarmi a un assesso re, Massimo Russo, ex magistrato antimafia, che non credo abbia vo tato per me, anzi non so neppure se sia andato a votare. Le aziende sanitarie sono scese da 29 a 17. Ave vamo 1.700 strutture sanitarie pri vate, fra cliniche, laboratori di ana lisi, studi radiologici. Uno scanda lo. È ovvio che se una casa di cura prima costava al sistema sanitario 45 milioni di euro l’anno e oggi ne costa 12-13, questo significa ridur re i margini di profitto per il racket. Abbiamo risparmiato 400 milioni di euro facendo una gara unica per l’approvvigiona mento dei medici nali nelle farmacie ospedaliere e met tendo ordine nelle assicurazioni, che costavano un’enor­mità. Ho una mani f estazione al giorno sotto le mie finestre perché intendo ridi mensionare gli ospedali di Avola e Noto, con 250 posti letto ciascuno e ser vizi raddoppiati. Eb bene, presto avran no una sola cardio logia, una sola oste tricia, un solo pronto soccorso».

Confortante. Ma la Regione Sici liana ha un dipendente ogni 348 abitanti, contro un dipen­dente ogni 1.671 della Regione Veneto.
«Debbo correggerla. È molto peg gio. Non abbiamo un dipendente ogni 348 abitanti: ne abbiamo tre».

In Veneto sono 2.811, in Sicilia 14.395: il 412% in più. «Anche qui debbo correggerla. Di­pendenti ne abbiamo circa 100.000, compresi 28.000 forestali, 22.500 precari pagati da noi nei Co­muni e 10.000 formatori. Ci vorran no 10- 15 anni prima che vadano in pensione. Non li posso licenziare».

Non parliamo dei dirigenti: 225 nella mia regione, 2.150 nella sua. L’855% in più.
«Ho bloccato tutte le assunzioni fin dal maggio 2008».

E i forestali? Uno ogni 7.000 etta ri in Friuli, uno ogni 12 in Sici­lia.
«Guardi, è meglio che non tocchi questo tasto. Di recente sono anda to a trovare a Roma l’ex governato re della sua regione, Giancarlo Ga lan, oggi ministro dell’Agricoltura. Abbiamo fatto insieme quattro conti. Il suo dicastero ha un ente chiamato Agea, Agenzia per le ero gazioni in agricoltura, che ha costi tuito una società a maggioranza pubblica e minoranza privata per organizzare i controlli sul territo rio. I quali controlli sono poi demanda ti a un’altra società, sempre a maggio ra nza pubblica e mi noranza privata, che a sua volta li de lega agli agrotecni ci, nel nostro caso al l’Ordine degli agro nomi di Palermo. Ebbene, allo Stato questi controlli co stano 100 però gli agronomi percepi scono solo 25. Il grosso, 75, finisce nelle tasche dei pri vati che, senza far nulla, detengono il 49% delle socie tà intermedie. A proposito dei gua sti del centralismo…».

Sì, però avete oltre un terzo di tutti i funzionari nazionali, si rende conto? Mediamente in Si cilia c’è un capo, strapagato, ogni 7 dipendenti. Non è una pianta organica: è una selva amazzonica.
«Ringrazi lo Stato unitario. Nel Sud è successo semplicemente questo: un patto scellerato fra classi diri genti locali e partiti romani, un’alle anza fondata sull’assistenziali smo, sul clientelismo, sulle assun zioni facili. Qualcuno delle classi dirigenti del Sud è mai stato caccia to per aver consentito queste ab normità? Nessuno. C’è da sempre piena sintonia fra Palermo e Ro ma. E allora di che ci accusate? Per aver fatto questi discorsi nell’Udc sono stato costretto ad andarmene e a fondare un mio movimento. Al la struttura centralistica dello Sta to fa molto comodo che la mia azienda agricola produca arance a 20 centesimi e che quattro anni su cinque sia costretto a venderle a 15, tanto che se non ci fossero le in dennità avrei già dovuto chiuder la; fa molto comodo che le classi di rigenti meridionali spianino la stra da alla grande distribuzione orga­nizzata che importa gli agrumi dal la Tunisia e i carciofi dall’Egitto. Ma se questa colonizzazione fini­sce una volta per tutte, se lo Stato, invece di ripianarci i debiti, se ne va e ci lascia soli, ciascuno di noi dovrà mettersi a fare il proprio com pito, visto che c’è di mezzo il porta foglio di ciascuno. E chi non lo fa sarà preso a calci nel sedere».

Lei non si limita a rivedere i conti: riscrive anche la storia del R sorgimento, come i leghisti.
«L’Unità d’Italia è stata un affare o no per la Sicilia e per il Sud in generale? Prima dell’avvento dello Stato unitario da noi non esisteva l’emigrazione. Quindi no, l’unificazione non è stata un affare né per i veneti né per i siciliani né per nessuno. Certo, voi siete molto bravi, avete raggiunto la ricchezza grazie al sudore della fronte,coltivate l’etica del lavo ro, tenete sempre ben presente la passata povertà, tanto che Luciano Benetton, come ho letto nel suo libro, le ha confidato che ancor oggi sceglie la pasta alla crema più grossa invece di quella più buona, perché è rimasto fermo ai tempi in cui badava a riempirsi la pancia. Noi siciliani ci sentiamo il sale della terra, ma in effetti siamo un po’ fessacchiotti. Queste benedette diversità devono restare. Finiamola di dipendere gli uni dagli altri. Mettiamoci invece a sudare tutti, questo sì».

Insomma, fra qualche mese non la vedremo con lo scapolare tricolore a celebrare il cento cinquantesimo dell’Unità.

«A Grammichele,la cittadina d’origine della mia famiglia, vicino a Caltagirone,c’è una strada intitolata al generale Enrico Cialdini. Per oltre un secolo abbiamo celebrato i genocidi di questo ufficiale savo iardo, poi senatore del Regno d’Italia, responsabile dei massacri di Pontelandolfo e Casalduni com piuti nel 1861. I “liberatori” non lasciarono che pietra su pietra, come ordinato da Cialdini: fucilarono uomini, donne, vecchi, preti e bambi ni. La sedicenne Concettina Biondi fu legata a un palo da dieci bersa glieri che la violentarono a turno sotto gli occhi del padre contadino. Dopo un’ora svenne.Il soldato piemontese che la stava stuprando, indispettito, la uccise. Il papà, che cercava di liberarsi per soccorrere la figlia, fu ammazzato anche lui dai bersaglieri. È questo che dovrei celebrare? Quando sarà riscritta la storia d’Italia, si vedrà che una mano al successo della mafia l’hanno data i garibaldini. Lei mi chiederà: e perché i picciotti avrebbero dovuto aiutare i Mille? Semplice: perché Garibaldi portava in Sicilia un regno la cui capitale era molto lontana. La criminalità organizzata ha bisogno di questo: più distante è il sovrano o il presidente, meglio campa».

da Il Giornale