Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (17)

Udienza del 12 ottobre 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani e l’ispettore Palumbo.

Giuseppe Linares ex dirigente della squadra Mobile di Trapani, dal settembre 1992 al gennaio 2011, è interrogato dal pm.Gaetano Paci.
La seconda attività della squadra mobile fu avviata nell’ottobre del 2007 dopo che nell’88 la squadra mobile di Trapani se ne era occupata nell’immediatezza del delitto.
Quel materiale era rimasto nella memoria collettiva dell’ufficio ma non si era mai presentata l’occasione di ripoporre alle procure l’utilizzo approfondito di queste indagini.
I nuovi accertamenti disposti nell’autunno del 2007 con nota del 16 ottobre 2007 scattarono da una riflessione dell’ufficio circa il vissuto investigativo sulla presenza della mafia nel trapanese e sulle connessioni.
Da una verifica degli atti del fascicolo M1 in possesso sul caso Rostagno ci accorgemmo che mai era stata effettuata una analisi tecnico balistica da parte della polizia scientifica della Polizia di Stato, così come si evinceva essere stato fatto dall’arma dei carabinieri nell’immediatezza del delitto.
L’idea era quella di acquisire i reperti originali e comparare i reperti disponibili sul delitto Rostagno con i reperti di altri delitti commessi dalla mafia trapanese peraltro la squadra mobile aveva notato che l’esecuzione del delitto Rostagno risultava analoga all’esecuzione di altri delitti, “avevano un modus operandi identico”.
Il “quid novi” era l’assenza della perizia balistica.
Aquisimmo i reperti e successivamente procedemmo ad una ricognizione dei processi in cui erano state impiegate modalità molto simili.
Linsares elenca questi delitti, tra i quali omicidi commessi per la faida di Partanna, Piazza Giuseppe e Sciacca Rosario (condannato il Vito Mazzara) , il delitto dell’agente di custodia Giuseppe Montalto (condannato il Vito Mazzara) soppresso da cosa nostra nel 1995, l’omicidio del pregiudicato Monteleone Antonio (condannato Vito Mazzara) dicembre 1995, per tutti questi casi a unire questi delitti c’è il comune denominatore della disponibilità esclusiva in capo ad uno degli imputati di un calibro 12, un fucile, fucile usato per questi delitti.
Altri delitti probabilmente riconducibili a Vito Mazzara sono quelli di Giovanni Riina a San Vito lo Capo e Gaetano Pizzardi anche se rimasti senza responsi giudiziari.
Linares ribadisce che in questi delitti è costante la presenza di un fucile calibro 12 che giudiziariamente è stato attribuito come possesso e uso per questi delitti a Vito Mazzara e che in qualche occasione avrebbe fatto parte di commandi omicidiari l’attuale latitante Matteo Messina Denaro.
Fatti di sangue che hanno avuto una certa serialità e che sono riconducibili alla stessa organizzazione mafiosa.
Oltreche l’uso del fucile calibro 12, i delitti elencati da Linares hanno presentato anche l’uso di una pistola calibro 38, e l’utilizzo sempre di una auto dello stesso tipo, una fiat Uno.
La Polizia scientifica accertò anche un’altra caratteristica, l’arma usata da Vito Mazzara veniva modificata di volta in volta per alterare le impronte della culatta, circostanza che i pentiti ci avevano riferito. Vito Mazzara ricorreva a questo espediente per rendere difficile una eventuale perizia balistica il tutto in particolare nei delitti Monteleone e Montalto
Nell’omicidio Montalto e Monteleone entrambi vennero uccisi con i killer che fuggirono con la medesima auto, una Fiat Uno, di colore blu, abbandonata dopo il delitto Montalto in contrada Palma sotto un cavalcavia.
Insomma un gruppo di fuoco abitudinario che usa lo stesso tipo di vettura e lo stesso tipo di armi.
Linares riferisce adesso sull’esito di una nuova perizia balistica chiesta al gabinetto di Polizia scientifica della Polizia, con comparazione tra i reperti di questi delitti eseguiti con analogo praticamente sovrapponibile modus operandi.
Linares ha fatto cenno anche al delitto del boss di Campobello Natale L’Ala che presenta similitudini con altri delitti commessi da Vito Mazzara.
Le indagini sul delitto L’Ala fecero parte degli atti del maxi processo Omega del 1995.
Natale L’Ala vecchio uomo d’onore di Campobello che si era messo contro i corleonesi, e stava dalla parte della vecchia mafia di Alcamo rappresentata dai fratelli Rimi e così entrò in contrasto con il boss di Campobello Nunzio Spezia.
A L’Ala vengono prima soppressi i nipoti e dopo essere tornato dall’Inghilterra sarà oggetto di ripetuti tentativi di soppressione. Al terzo tentativo viene soppresso.

Adesso a fare le domande è il pm Francesco Del Bene.
Linares fa la lunga e ricca storia giudiziaria che inizia quando viene arrestato nell’ambito dell’operazione Omega, dell’imputato Vito Mazzara.
Linares prosegue descrivendo come fosse nota investigativamente l’abilità di Mazzara ad usare le auto, come fosse campione di tiro a volo, e particolarmente abile a modificare le stesse armi usate.
Particolare abilità di tiro fu dimostrata quando fu ucciso l’agente Montalto che era in auto con la moglie, il killer sparò con certezza che la rosata di pallini avrebbe colpito la sola vittima e non la moglie.
Di Virga ne indica la propensione a gestire imprese in nome della mafia ma anche la violenza del soggetto nell’imporre voleri ed estorsioni in questo spalleggiato dai figli Franco e Pietro come il padre anche loro condannati per associazione mafiosa, estorsioni ed altro.
Vincenzo Virga è stato anche condannato per delitti tra i quali il delitto dell’agente Montalto, e per i quali sconta ergastoli.
Linares ricorda come premessa che all’epoca del delitto Rostagno sono quasi tutti liberi gli uomini più influenti della mafia trapanese, ed anche i killer.
Linares cita l’indagine cosidetta Rino dove è rivelata la commistione tra mafia, politica e impresa nel trapanese e che in gran parte come realtà descritta è retrodatabile al 1988.
Lungo l’elenco di politici indagati (Canino, Spina), parlamentari, consiglieri comunali, provinciali, fatti spesso che li vedevano chiamati in causa erano di natura edilizia, speculazioni, gestione di aziende.
Rostagno trattava le vicende politiche trapanesi mentre di mafia a Trapani si parlava poco, tentava di risvegliare una città dove pochi anni prima un sindaco (Erasmo Garuccio) si era permesso di dire che la mafia non esisteva.
Questa sua vis non era raccolta da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari.
Rostagno di questo processo parlava abbondamente e per quello che abbiamo tratto noi questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra.
La mafia non poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro Rostagno era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato.
Questa è stata la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso.
Nel rapporto della Mobile del 1988 vengono citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania peraltro interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani.
Natale L’Ala nel 1988 era libero.

E’ il turno ora della parte civile avvocato Miceli.
Chiede sui riscontri relativi all’uso dello stesso modello di auto per i delitti dei quali è ritenuto colpevole con sentenze passate in giudicato l’imputato Vito Mazzara. Quasi sempre le auto furono bruciate tranne in qualche occasione quale quella di Monteleone e Montalto di cui fu comunque tentata la distruzione con il fuoco.

Parola alla difesa avvocato Vito Galluffo.
Il legale, difensore di Vito Mazzara, pone domande sulle modalità di delitti, poi chiede al teste se è a conoscenza del fatto che l’imputato per le sue abilità di tiro fece parte della nazionale azzurra di tiro a volo.
Continua a fare domande sulla esecuzione di delitti commessi nella provincia di Trapani a proposito dell’uso della Fiat Uno (che era comune e veniva usata anche per rapine) nei delitti di mafia e delle armi usate delitto per delitto.
Negli omicidi per i quali è stato condannato il Mazzara portava sia il fucile calibro 12 ed il revolver 38, ma non sempre furono usate entrambe. In particolare il fucile calibro 12 era sempre il medesimo o no ?
I fucili negli altri casi non furono ritrovati tranne quello del delitto Rostagno. Per gli altri è stato accertato essere il medesimo fucile in virtù dell’impronta di culatta.
L’avv. Galluffo chiede se furono fatte indagini sull’eventuale esistenza di una cassetta di sicurezza nella disponibilità di Rostagno presso un ufficio postale.
Linares risponde che la chiave trovata agli atti, analoga a quelle in uso per aprire cassetta di sicurezza, risultò essere la chiave di una cassaforte presente dentro Saman.
Adesso la domanda è relativa agli editoriale di Rostagno che lasciò nulla di inattaccato.
Linares conferma che gli editoriali più pesanti erano relativi al processo per il delitto Lipari dove erano imputati mafiosi di Mazara e Catania, come Agate e Santapaola.
Quante armi sono state usate? Linares ricorda due fucili di cui uno è quello esploso ed un revolver 38 di cui sono stati trovati reperti.
Quale arma sparò per prima ? Il pm si oppone dicendo che sono domande che vanno fatte all’esperto balistico citato per le prossime udienze.
L’avvocato Vito Galluffo chiede spiegazione sull’affermazione “serialità” usata dal teste Linares.
Il teste ripete la ragione per l’analogia tra diversi delitti emersa dalla lettura di atti giudiziariamente definiti.

L’avvocato Salvatore Galluffo (junior) chiede quindi se era stato preparato un album fotografico per una eventuale ricognizione fotografica relativa all’imputato Vito Mazzara.
Il teste Linares nega la circostanza perché non vi era questa necessità, conferma che di Vito Mazzara sicuramente esistono agli atti foto da foto segnalamento a seguito del suo arresto.
Gli album fotografici si predispongono quando c’è una delega della magistratura che dispone il tentatvo di riconoscimento fotografico, in questo caso non abbiamo avuto alcun teste che poteva riconoscere autori del delitto Rostagno.
L’avv. Salvatore Galluffo introduce il nome delle teste Fonte che sentite a suo dire possono avere avuto sottoposto un album fotografico.
Nessun album fotografico è stato predisposto risponde Linares anche perché le Fonte esordirono dicendo di non ricordare alcun volto e quindi non avevamo ragione di fare riconoscimenti fotografici.
Adesso dopo la querelle, al solito, sulle fotografie, alcune domande sul fucile. L’avvocato Galluffo chiede di sapere se il fucile calibro 12 è un fucile di tipo comune e di cui se ne vendono o se ne rubano molti. Linares risponde affermativamente.
Reperti di fucile esploso furono trovati solo sulla scena del delitto Rostagno, due frammenti, per gli altri delitti solo bossoli.
Sulla scena del delitto Rostagno furono trovati per terra bossoli inesplosi caduti forse nel momento in cui l’arma si scompone i colpi inesplosi vengono fuori.

Sull’album fotografico torna l’avv. Vito Galluffo (senior), che riferisce di precedenti testimonianze di altri ispettori di Polizia che invece dissero che al momento di sentire le sorelle Fonte sul tavolo c’era un album contenente la foto dell’imputato Mazzara.
Quell’album precisa Linares non fa parte del procedimento Rostagno, l’album era stato predisposto in occasione delle indagini per il delitto dell’agente Montalto.
Per il delitto Rostagno non fu fatto album né ricognizione fotografica.

La parola all’avvocato Vezzadini, difensore di Vincenzo Virga.
Chiede se le indagini della Mobile hanno compreso i pronunciamenti giudiziari sul caso Rostagno.
Il teste risponde che si tratta di una conoscenza storica e personale, non facente parte del bagaglio investigativo che ha portato all’attuale dibattimento.
Anzi su alcuni procedimenti Linares dice di sconoscere il contenuto di alcuni atti indicati dal difensore, anche in ordine a Francesco Cardella.
Su Vincenzo Virga Linares ribadisce il ruolo di capo mafia ricoperto dagli anni 80 così come accertato con sentenze a partire dal processo Petrov del 1994,
posto che prima era occupato da Totò Minore ucciso per volere di Riina nel novembre del 1982.

Interviene l’altro difensore di Virga, l’avvocato Giuseppe Ingrassia.
La domande riguarda il rinvenimento dell’auto usata per il delitto.
L’auto fu ritrovata in uno spazio incustodito di località Crocci, in cui in precedenza era stato fatto un sopraluogo e l’auto non era stata rinvenuta, la mattina successiva fu ritrovata.
A proposito dell’audizione delle sorelle Fonte possibili testimoni occulari del delitto, riferisce che non fu fatto riconoscimento fotografico, la signora disse che non si sentiva di fare alcun riconoscimento perché non ricordava nulla.

Torna a porre le domande il pm. Gaetano Paci a proposito del ruolo di Virga.
Linares ribadisce che lo stesso era attivo sul territorio dalla metà degli anni 80, che dal 1988 si occupava di cemento, chiede se Rostagno aveva mai fatto riferimento a Virga e alla Calcestruzzi Ericina, Linares dice che non l’avrebbe potuto fare perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90 (1994) considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si aveva contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista.
Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Messina Denaro e Agate, nomina che venne tenuta riservata.
La prima volta che uscì il nome di Virga fu per un procedimento per estorsioni contro il clan Lipari, in quella occasione si scoprì che uno di questi ubriaco, Angelo Lipari, era entrato nella gioielleria di proprietà di Virga creando il caso, successivamente suo fratello Franco intercettato fu sentito raccontare l’episodio parlando di Virga come colui il quale comandava a Trapani.
I pregiudicati sapevano chi comandava a Trapani e non le forze investigative proprio per come la nomina del Virga era stata tenuta blindata.

Torna a porre le domande il pm. Del Bene sui rapporti tra Agate e Santapaola, Linares evidenzia l’esistenza di rapporti personali tra i due mafiosi coimputati nell’omicidio Lipari. Linares ricorda che il 14 agosto del 1980 i due furono fermati insieme ad un posto di blocco dei carabinieri.

Le domande della Corte e del presidente Pellino vertono all’inizio sull’esistenza di rapporti personali tra Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
Linares dice che ci sono episodi riferiti da collaboratori di giustizia e contenute in sentenze di condanna passate in giudicato, relativi ad incontri tra Virga e Mazzara per pianificare omicidi (quello di Ingoglia Pietro,quello di Montalto Giuseppe,per citare alcuni casi) e addirittura la cena cui parteciparono insieme per festeggiare nel Natale 1995, dopo l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto.
Linares fa cenno poi alle intercettazioni agli atti del progetto Prometeo in cui mafiosi, elementi della famiglia Virga, parlano di Vito Mazzara come un pezzo di storia preoccupati che se dovesse parlare le conseguenze sarebbero state deleterie. Ci sono elementi che indicano familiarità tra Virga e Mazzara, tra le due famiglie, considerato che si possono ascoltare mafiosi del gruppo Virga che si interessavano persino alle frequentazioni e ai fidanzati della figlia di Vito Mazzara su indicazione del Virga Pietro. Si aveva cura di verificare lo stato economico della famiglia, i problemi che il detenuto avesse in carcere, se soffrisse o meno la detenzione e sopratutto chi fosse il fidanzato della figlia. C’era addirittura programmata una spedizione punitiva per un ragazzo che aveva osato avvicinarsi a questa ragazza.
La Fiat Uno di colore bianco agli atti del processo Omega era nella disponibilità del Vito Mazzara all’epoca dei fatti.
A proposito di indagini finalizzate ad una valutazione comparativa di reperti balistici è stata fatta un arassegna di omicidi di stampo mafioso commessi nel trapanese in epoca anteriore all’omicidio Rostagno nei quali pure risultava l’impiego dello stesso tipo di arma nel senso di fucile calibro 12 e revolver 38 ?
Linares risponde che si è stati limitati, dall’inesistenza di una banca dati nazionale delle prove da sparo, e dal fatto che l’archivio della polizia di stato è disgiunto da quello dell’arma dei carabinieri. Il criterio seguito è stato quello delle modalità di sparo e la serialità, in casi con sentenze passate in giudicato. Identità d’armi è stata pure riscontrata nel caso di Riina Giovanni del 1991 e Pizzardi Gaetano a Trapani nel 1995 per i quali però non vi è sentenza passata in giudicato.
L’attività preponderante del Virga era nel settore del calcestruzzo.
Quando La Mobile avviò negli anni 90 le indagini del cosidette progetto Rino-fase3 (1998) furono indagati soggetti che all’epoca in cui Rostagno svolgeva la sua attività direttamente o indirettamente erano oggetto dei suoi interventi giornalistici. Tra questi imprenditori che operavano nel settore edilizio, nel settore del calcestruzzo quali Gentile Giovanni, Tarantola Vito, Sciacca Gioacchino, Di Benedetto Vito, il commercialista trapanese Giuseppe Messina, il commercialista trapanese Giuseppe Marceca,tutti soggetti che hanno reso dichiarazioni nell’ambito dei due procedimenti Rino fase2 e fase3 corroborando le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ed il collaboratore Francesco Milazzo.
La Promozionale servizi, una società controllata da Virga e che si occupava di rifiuti è emerso che in particolare aveva rapporti con altre società del settore assai più grosse nelle mani di parenti di Bernardo Provenzano e chiaramente controllate dallo stesso Bernardo Provenzano.
Il presidente chiede quindi della carriera criminale del Vito Mazzara. Linares dice che il Mazzara viene attenzionato nei primi anni 90′ già nel processo Petrov come soggetto appartenente alla famiglia mafiosa di Valderice, ma viene indagato per reati di mafia nell’ambito dell’indagine Omega del 1996 procedimento nell’ambito del quale è stato condannato all’ergastolo.
Fino al 1993 la geografia e la composizione dei mandamenti mafiosi della provincia di Trapani era sconosciuta agli inquirenti.

Avvocato Greco, (parte civile Assostampa) a proposito della Promozionale servizi, una società controllata di Virga, che si occupava di rifiuti dal 1988 in poi, e costituita nell’ambito di un comitato di affari, spiega Linares, tra mafia, politica e impresa. La società costituita a Trapani nello studio di via Livio Bassi n°6 nello studio del commercialista Giuseppe Messina poi arrestato nell’ambito dell’operazione Rino-fase1 si occupava di rifiuti ospedalieri, smaltimento ed aveva avuto contatti con l’ASL.

Avvocato Crescimanno, (parte civile) chiede notizie sulla intercettazione in cui mafiosi liberi si preoccupavano delle condizioni di salute e del morale del Mazzara dopo il suo arresto. Uno degli intercettati era Virga Francesco, nipote di Vincenzo Virga, titolare di una macelleria di Crocci (Buseto), il cui scontrino fu trovato nel luogo in cui fu bruciata l’auto usata dai killer del delitto Rostagno.

L’avvocato Galluffo (senior) chiede fino a che data la questura ha rinnovato la licenza al porto di armi a favore di Vito Mazzara, dato documentabile risponde Linares, certamente fino a quando Mazzara restò incensurato.

L’avv. Ingrassia sullo scontrino della macelleria Virga trovato nel luogo dove venne trovata l’autovettura bruciata, in particolare chiede se gli acquirenti furono individuati. Dalla lettura degli atti dice Linares sono stati identificati ma mai indagati.

Viene ora sentito il secondo teste della giornata, l’ispettore Palumbo della Squadra Mobile e si rinuncia all’audizione della Pettorini.

L’ispettore Palumbo risponde a domande del pm. Gaetano Paci.

Viene acquisita una relazione, e viene sentito a proposito di attività di intercettazione video ed ambientale eseguita presso la casa circondariale di Biella dove era recluso Vito Mazzara.
L’ispettore conferma che sono state registrate conversazioni tra Mazzara e i suoi familiari dal 18/12/2007 e prosegita nel 2008.
Indica anche alcune intercettazioni ritenute importanti tra Mazzara, la moglie Culcasi Caterina e la figlia Francesca, il 29 maggio 2008, durante questa conversazione Vito Mazzara fece riferimento ad un nascondiglio esistente presso la sua abitazione perché la figlia andasse a controllare che dentro non vi era nulla di compromettente.
Fu eseguita subito la perquisizione prima che giungesse la figlia, che si trovava presso il carcere di Biella. Fu rinvenuto un nascondiglio del diametro di circa 20 cm e profondo circa un metro, in questo buco c’erano solo contenitori vuoti del tipo usato per la ricotta.
Mazzara nelle intercettazioni si preoccupava delle notizie nel frattempo comparse sui giornali sui risvolti delle indagini in corso per il delitto Rostagno.

Qui la testimonianza termina.

La prossima udienza è fissata al 19 ottobre e successive il 26, in programma l’audizione dei consulenti dei Pm Milone e Garofalo

La precedente udienza del 28/09/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (14)

Udienza del 29 giugno 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Umberto Santino, Simona Pettorini e Angelo Palumbo.

In apertura di udienza il pm Del Bene ha prodotto un certificato di morte della teste Faconti Alessandra, che risulta deceduta il 4 ottobre del 2007.
Alessandra Faconti era un ex ospite di Saman. Palermitana, in alcune occasioni Mauro Rostagno le chiese collaborazione per ricerche sul territorio. Per cui transitano nel processo i verbali di dichiarazioni rese dalla Faconti all’autorità giudiziaria nel corso delle indagini.

Transitano anche i verbali sulla testimonianza di Antonello Marini che fu agente di scorta del giudice Falcone, a proposito di un incontro che Rostagno avrebbe avuto col magistrato a Palermo e che confermano la visita di Rostagno, accompagnato dalla Faconti, al giudice Giovanni Falcone.
Le parti concordano anche di acquisire i verbali delle testimonianze di Umberto Santino, presidente del centro di documentazione Peppino Impastato.

Poichè Umberto Santino è presente in aula le parti decidono di sentirlo ad integrazione delle testimonianze rese.

Umberto Santino riferisce dei contatti avuti con la Faconti incaricata da Mauro Rostagno,  al centro di documentazione Giuseppe Impastato. Mauro Rostagno era da lui conosciuto già dagli anni 70′ quando Rostagno dirigeva Lotta Continua a Palermo, e con lui era tornato a incontrarsi il 3 maggio dell’88′.
In quella occasione Rostagno gli fece una lunga intervista (circa cento domande) per uno speciale televisivo per RTC sul traffico internazionale di droga, ma che non sa se fu mai trasmessa.

Quando morì Rostagno si recò alla Saman e chiese se quella intervista fosse mai andata in onda, ma non seppe nulla, lo colpì la circostanza che in comunità nessuno sapeva della attività giornalistica di Rostagno e ne dedusse che lo stesso, in quel contesto, dovesse essere molto isolato.

In quell’incontro parlarono anche dell’editore di RTC di cui sapeva la famiglia essere coinvolta, per notizie di stampa, in fatti giudiziari, ma Rostagno gli rispose che era molto libero e non subiva pressioni.

Dell’attività giornalistica, svolta in una città dormiente ed assopita, lo colpì la volontà di Rostagno di fare controinfomazione, nel senso che egli non cercava le consuete fonti, ma come Impastato andava a cercare notizie tra gli stessi soggetti che potevano avere interessi rispetto alle cose delle quali si interessava. In proposito gli disse che tale approccio si poteva prestare a strumentalizzazioni, nel senso che a lui potevano riferire solo una parte delle cose o solo le cose che faceva comodo fare sapere.

Certamente il suo interesse era riservato alla folta presenza di sportelli bancari a Trapani, così come ai traffici di droga e di armi, a mafia e massoneria.

Nel corso della testimonianza Santino ha riferito dell’eccezionalità del personaggio Rostagno, grande uomo di cultura, capace di parlare con la gente e che in quel periodo non esisteva un giornalismo analogo a quello da lui condotto.

Nella comunità Saman non si sapeva nulla di Peppino Impastato. Il giorno dei funerali a cui intervennero tra gli altri Marco Boato e Claudio Martelli il Santino, avevo chiesto di potere parlare avendo conosciuto Rostagno ma non gli consentito.

Tempo dopo scrisse su un mensile dal titolo “Grande W”, a proposito della presenza di Claudio Martelli, che in quel funerale era stato compiuto un tentativo di “appropriazione indebita di cadavere”.

Santino produce quindi due comunicati stampa del centro Impastato risalenti al 1995 relativi ai rapporti tra mafia e massoneria a Trapani, prodotti a seguito della nomina ad assessore regionale dell’onorevole Francesco Canino e nei quali si richiama un articolo del Giornale di Sicilia del 1993 nel quale Canino diceva che non sapeva della presenze delle logge massoniche segrete a Trapani dietro le quinte del Centro Scontrino, di esserci andato una volta e in quella occasione di avere appreso della massoneria.

In quell’articolo, racconta Santino alla corte, Canino riferì della sua iniziazione, fatta con il rito del dito punto, questa dice Santino alla corte mi sembrò più una affiliazione mafiosa che massonica.

Tempo dopo l’omicidio, a seguito di una richiesta di Francesco Cardella se volessimo fare come Centro Impastato, qualcosa di simile a quello che avevamo fatto per Peppino Impastato risposi a Francesco Cardella che non ero un investigatore. La matrice mafiosa dell’omicidio di Mauro Rostagno, inoltre, era chiara sin dall’inizio e a quella data non mi sembrò evidente che si fosse messa in moto una macchina del depistaggio.

Santino ricorda che lui da Rostagno doveva essere intervistato altre due volte, dopo quella sul traffico internazionale di droga, doveva essere fatta una intervista sulla mafia omicida e un’altra sulla mafia finanziaria.

E’ il turno dell’ispettrice della Squadra Mobile Simona Pettorini che su delega del suo dirigente dottor Linares, su richiesta della procura, ha effettuato indagini, nel 2008, relative all’omicidio Rostagno, in particolare su: deposito di reperti, attività di intercettazione, escussione di testi e relativamente alle sorelle Fonte per sapere se avessero ricordo delle persone viste quel 26 settembre 1988.

Le sorelle Fonte in aula in precedenza avevano detto che interrogate alla Squadra Mobile nel 2008 o 2007 qualcuno fece loro vedere una foto.
La circostanza della esibizione della foto è negata dall’ispettore Pettorini che riferisce invece che le testi negarono di avere ricordo e quindi non fu aperto alcun verbale nè furono mostrate foto.

L’udienza si sospende alcuni minuti dopo un intervento dell’avv. Galluffo che contesta la presenza appena fuori della porta dell’aula dell’altro teste che deve essere sentito e che quindi avrebbe avuto maniera di ascoltare il contenuto della testimonianza in corso.

Il presidente Pellino chiama l’ufficiale giudiziario che riferisce di essere stato fuori dall’aula proprio per accertare che l’altro teste stesse a distanza dall’aula, assicura la corte che il teste non ha avuto modo di ascoltare la testimonianza, da fuori è impossibile ascoltare anche per il vociare che c’è nell’atrio.

La testimonianza dell’ispettrice Simona Pettorini resta concentrata su sollecitazione delle domande delle difese Galluffo e Ingrassia sulle modalità di riconoscimento fotografico. L’ispettrice continua a sostenere che avendo negato di essere in grado di riconoscere e di fornire una descrizione fisica le sorelle Fonte, risultava impossibile sottoporre alle testi degli album e che quindi non furono mostrati album ne foto singole.

E’ il turno della testimonianza dell’ispettore capo della Squadra Mobile Angelo Palumbo che nel 2008 con l’ispettrice Pettorini interrogò informalmente le sorelle Fonte allo scopo di capire se era possibile approfondire le loro pregresse testimonianze.
La delega della procura era di verificare se in relazione alle loro precedenti dichiarazioni erano in grado di dare ulteriori particolari interessanti per l’individuazione dei soggetti da loro visti nel settembre del 1988.

Le sorelle Fonte però non furono in grado di dare ulteriori elementi utili ma si limitarono a confermare i loro precedenti verbali.
Siccome l’incontro sotto l’aspetto investigativo fu inutile non fu scritto alcun verbale.
Anche l’ispettore Palumbo ha confermato che non furono mostrati album di fotografie.

Quando l’udienza sta per finire, l’avv. Carmelo Miceli (parti civili Elisabetta Roveri e Maddalena Rostagno) riferisce che in mattinata ha ricevuto dall’avv Nino Marino (già segretario della federazione del PCI di Trapani all’epoca dell’omicidio Rostagno) un voluminoso plico di atti relativi all’attività di Mauro Rostagno, l’avv.to Marino ha pregato l’avv. Miceli di consegnare quei documenti a Chicca Roveri che a suo tempo glieli aveva forniti, trattandosi di documenti personalmente redatti da Rostagno e considerata la possibile rilevanza dei documenti ne chiede l’acquisizione.

La prossima udienza è fissata al 13 luglio, ultima udienza prima della sospensione estiva, in programma l’audizione dei testi: Aldo Ricci, Rocco Messina, l’avv. Nino Marino e Piacenza Ignazio.

La precedente udienza del 15/06/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (13)

Udienza del 15 giugno 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, in territorio di Valderice la sera del 26 settembre 1988 ed in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Generale Nazareno Montanti, Luogotenente Beniamino Cannas, e Aiello.

Il Generale Montanti era a Trapani il Comandante del reparto operativo e viene interrogato in apertura d’udienza dal Pm Del Bene sul Centro Studi Scontrino, copertura di una loggia massonica (la Iside 2) un comitato d’affari nel quale si decidevano le carriere, grazie alla raccomandazioni, si organizavano corsi fantasma e nella quale erano aderenti: dirigenti, politici,ed anche pregiudicati tra i quali Mariano Agate.
L’attività del suo gruppo sarebbe stata quella di identificazione dei soggetti, a partire dalle agende sequestrate dopo alcune perquisizioni della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza, in seguito ad una irruzione della Squadra Mobile (aprile 86) partita a detta del Montanti da un esposto anonimo.
Nella ricostruzione il Montanti è particolarmente impreciso lacunoso e vago.
Agate Mariano, Agate Giovan Battista, Fundarò Pietro di Alcamo, Lala Natale pregiudicato di Castelvetrano, Monticciolo Antonino, Mandalari Pino, Bastone Giovanni, erano tra i pregiudicati mafiosi componenti del Centro Scontrino.
Nelle agende furono rinvenuti anche appunti diversi quali il numero di telefono di Carlo Vizzini, e l’indicazione dei nomi dell’Onorevole Ravidà Nicola, di Mattarella Sergio deputato dc dell’onorevole Canino Francesco ex Sindaco di Trapani e di Calogero Mannino tra gli altri.
Tra i componenti, appartenenti ad esercito, forze dell’ordine ecc. tra i quali l’ex comadante del 60° fanteria, il comandante e vice comandante della polizia municipale di Trapani ed ancora magistrati e relativi parenti, imprenditori.
Mauro Rostagno si era occupato del Centro Scontrino, la cui vicenda con i suoi intrecci affaristico-mafiosi aveva fatto molto scalpore a Trapani, ma i carabinieri trascurarono la pista mafiosa quale reazione della mafia all’attività giornalistica del Rostagno, essa “non fu presa in considerazione”.
Nell’agenda del 1981 sequestrata al Centro Scontrino non mancano riferimenti ad importanti incontri anche fuori Trapani per pratiche burocratiche e di finanziamenti, anche con Licio Gelli il capo della P2 che sarebbe stato ospitato a Trapani in una villa di massoni.

Il Pm Gaetano Paci parte il suo esame del teste Montanti da una contraddizione tra i contenuti di un verbale e la sua precedente audizione relativamente all’attività giornalistica di Mauro Rostagno.
Alla domanda del Pm su una nota informativa a firma del luogotenente Beniamino Cannas, quale risultato di una audizione di Mauro Rostagno a proposito del Centro Scontrino, e trasmessa all’autorità giudiziaria, il generale ha riconfermato ripetutamente di non esserne stato a conoscenza.
Nel precedente interrogatorio il generale aveva affermato che Mauro Rostagno svolgeva una attività informativa come altri svolgevano e “che anche i locali vedevano molto poco” e che quindi non poteva essere questa la causa del suo omicidio.
Il rapporto preliminare inviato all’autorità giudiziaria non conteneva tutti gli elementi di cui disponeva il medesimo gruppo operativo, ma il comandante oggi generale (in pensione) si tira fuori attribuendo la responsabilità degli atti ai suoi sottoposti definendosi solo un passacarte, un “passacarte di lusso”.
Risponde il Montanti quindi a proposito del giudice Carmelo Lombardo e degli insegnanti dei corsi citando tra gli altri la moglie del giudice Massimo Palmeri quale insegnante in uno di questi corsi e quindi risponde sugli incontri tra il Grimaldi e Licio Gelli.

Torna quindi a fare domande il Pm Del Bene sui rapporti con istituzioni ecclesiastiche ed internazionali.

E’ il turno poi dell’avvocato Vito Galluffo (difesa di Vito Mazzara), il quale chiede se i nomi citati erano iscritti al Circolo Scontrino o erano semplici nomi segnati nell’agendina sequestrata. Il generale risponde che si trattava di nomi segnati nell’agendina.

L’avvocato Ingrassia (difesa di Vincenzo Virga) chiede quando scoppia il caso Scontrino, quando viene portato all’attenzione dei media, la risposta è che orientativamente avvenne nel periodo 86-87 e che se ne parlò anche su La Sicilia di Catania e forse su testate nazionali.

Calò Pietro viene richiamato alla memoria del Montanti dal Pm Del Bene (il Calò Pietro era assistente Sip nato a San Giuseppe Iato responsabile delle intercettazioni alla centrale di Alcamo).

Tocca quindi al presidente Pellino che tende a fare il punto sulla data di inizio delle indagini sulla Scontrino e sui soggetti destinatari di provvedimenti cautelari tra i quali vui sarebbero stati un alto funzionario di prefettura, un alto funzionario di Ps, funzionari del comune di Trapani, funzionari della provincia, appartenenti al corpo dei vigili urbani, direttori di Banca, ed imprenditori.

L’avvocato Crescimanno chiede del Torregrossa Natale, geometra titolare di un’agenzia di viaggi, e di un documento contenente un elenco di 34 nomi degli indagati relativamente alla vicenda Scontrino.

E’ la volta ora del teste (richiamato anche lui come Montanti) Luogotenente Beniamino Cannas comandante attualmente la stazione di Buseto Palazzolo ed interrogato dal Pm Gaetano Paci a proposito di un rapporto del 22 giugno 1987, relativo agli illeciti commessi della massoneria trapanese in seno alla pubblica amministrazione che faceva seguito ad un precedente rapporto della squadra mobile.
Si parla quindi di una intervista ad un tale Scontrino Paolo ripreso di spalle ed in forma anonima, trasmessa da Tele Scirocco sulla massoneria di cui parlò in un suo redazionale Mauro Rostagno e nel corso del quale lo stesso Rostagno affermò a proposito dell’Onorevole Francesco Canino che in massoneria sarebbe stato occasionale, sarebbe stato poco e che non era più massone.
Di questo redazionale definito “un redazionale chirurgico” dal Cannas e che nell’occasione fece apparire al Cannas “ambiguo” il Rostagno, il Cannas ne parlò con il Rostagno su input dell’autorità giudiziaria, per sapere sulla base di quali informazioni avesse affermato le cose dette in precedenza a proposito dell’onorevole Francesco Canino. Le fonti del Rostagno sarebbero state Torregrossa Natale (vice di Giovanni Grimaudo grado 33 della massoneria e capo di tutta la massoneria trapanese), il suo (del Grimaudo) avvocato Guido Sandoz ed una terza persona. Dopo cinque giorni fu informata l’autorità giudiziaria.

Il Cannas sostiene che il rapporto preliminare subito dopo l’omicidio non lo curò lui ma Santomauro e lo firmò Montanti, e che non sa perchè alcuni elementi rilevanti ed utili per l’inquadramento dell’omicidio Rostagno quale conseguenza della sua attività giornalistica in un’area interessata così pesantemente da relazioni tra mafia e massoneria, non confluirono nel rapporto preliminare sull’omicidio, pur appartenendo al patrimonio conoscitivo dei carabinieri e suo in particolare, e lavorando nella medesima struttura, gomito a gomito con l’estensore del rapporto.

Quanto al presunto rapporto di amicizia con Mauro Rostagno, il Cannas tiene a sottolineare che più che un rapporto di amicizia sarebbe da definire un rapporto di empatia, visto che per amicizia intende altro.

A proposito di un incontro tra il procuratore Coci e la signora Roveri ed a cui lui a detta della Roveri sarebbe stato presente, premette che i rapporti con il procuratore Coci non erano buoni a causa di alcuni fermi di polizia giudiziaria, e di strascichi anche presso il CSM ed esclude fermamente di potere essere stato presente.

Cannas riferisce che furono violati i sigilli all’interno dell’ufficio corpi di reato, e furono aperti dei plichi in cui c’erano documenti relativi al Circolo Scontrino.

Non ha ricordo di un incontro del 1993 tra il procuratore Lari e Chicca Roveri, ma non lo esclude.

Si procede quindi al confronto tra il luogotenente Cannas e Chicca Roveri per verificare la vicenda relativa all’incontro tra il procuratore Coci e la stessa Roveri cinque o sei mesi dopo la morte di Mauro Rostagno e nel corso del quale il procuratore le disse di mantenere il riserbo perchè “poteva esere pericoloso sia per lei che per lui”. Nel corso dell’incontro il Procuratore gli avrebbe chiesto se avesse ricevuto delle minacce e all’incontro sarebbe stato presente il Cannas.

In seguito sempre a detta della Roveri, ma in questo caso sembra vi sia qualcosa di verbalizzato, nel 1993 avrebbe incontrato il procuratore Lari sempre alla presenza di Cannas.

La Roveri riferisce di avere incontrato il Cannas quindici giorni dopo la morte di Mauro Rostagno e che questi tra le altre cose le riferì di una affermazione di Mauro Rostagno a proposito di un incontro avvenuto in agosto e nel quale Rostagno avrebbe detto: “mi hanno allungato la vita di un mese”.

Quanto alla definizione “ambiguo” che si riscontra negli atti riferita a Mauro Rostagno a proposito della posizione su Francesco Canino, la Roveri afferma che in seguito la posizione di Mauro Rostagno su Canino nei suoi editoriali cambiò e che negli atti il cambiamento non fu rilevato.

La Roveri riferisce quindi dell’incontro con Coci circa cinque mesi dopo l’omicidio per essere sentita sul fondo Auteri di Bonagia, il procuratore non le diede la mano, adducendo un qualche raffreddore.

La Roveri ricorda quasi certamente un Cannas in divisa all’incontro con Coci, il Cannas riferisce invece di avere indossato la divisa a partire dal 1996 e che Coci di lui non si fidava.

Viene sentito quindi il teste Aiello a proposito di una conversazione del 1988 in un ristorante il Gurdmans di Via Libertà a Palermo tra il proprietario di Rtc Puccio Bulgarella e un tale ingegnere Lodato nel corso della quale si parlò di Mauro Rostagno.

L’ingegnere Lodato chiese se avevano a che fare con un uomo o con un “pisciteddu i cannuzza”, con riferimento alla vicenda di Rostagno, Burgarella rispose che “già una volta ero riuscito a salvarlo, questa volta ero fuori, non ci sono riuscito” e per questo “da un mese non saluto questa persona” accennando all’onorevole Francesco Canino che seduto in un tavolo accanto si stava alzando.

Prossima udienza prevista il 29 giugno alle ore 9,30, in programma l’audizione dei testi Giovanni Leuci, capo della Mobile di Trapani, e gli ispettori Angelo Palumbo e Simona Pettorini.

La precedente udienza del 01/06/2011 la trovate qui

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