Castellammare del Golfo: quei “ribelli” rimossi

Mi ha sempre incuriosito la storia, fosse essa la grande o la micro storia, in particolare mi appassiona quest’ultima, quella fatta da personaggi secondari, più o meno misconosciuti ai posteri, e che tuttavia, sono stati testimoni del tempo e in qualche modo nel loro piccolo hanno contribuito a segnare e rivelare le differenze. Anche solo per questo quindi tali personalità son degne di essere ricordate a coloro che, in ogni epoca, son lì a sostenere (a giustificazione del loro conservatorismo, mediocrità e volontà di quieto vivere) che “tanto sono tutti uguali”, che tanto “niente cambia”.

E no, non è vero ! In ogni epoca ci sono stati e ci stanno quelli che non sono affatto uguali agli altri sul piano del conformismo, dell’accettazione delle convenzioni, siano esse sociali, politiche, religiose o morali.

Ci sono sempre stati quelli che non si sono limitati a mormorare il loro dissenso, ma son stati capaci di gridare, di lottare, di ribellarsi, da soli o assieme ad altri.
Sono costoro quelli del “Pantheon dei dimenticati”, quelli che non andavano bene al “potere” (inteso come insieme delle istituzioni, economia e cultura corrente) nel tempo in cui sono vissuti, ma che anche dopo, al nuovo “potere”, che ha sostituito il precedente,  appaiono ostili, perchè anche solo la memoria delle vite di quegli uomini, ne mette in discussione la legittimità morale.

Scatta così la rimozione, la “damnatio memoriae” del non allineato, del diverso, del ribelle, dell’eversivo.

Ma chi ha operato nella storia lascia comunque traccia di se e del suo fare ed allora può accadere, accade, che siano gli archivi, i documenti, i libri, a rendere giustizia ai “ribelli”.

Nella ricerca di fatti, personaggi e notizie sul periodo meno conosciuto della storia castellammarese, quello che va dai primi del 900′ alla fine del fascismo, la mia attenzione si era concentrata sugli antifascisti, su chi, quanti, e quale ruolo avessero avuto, e in che misura fossero stati riconosciuti pericolosi dal fascismo e pertanto perseguitati come ed in che misura.

La tradizione orale mi aveva permesso di apprendere dell’esistenza di noti antifascisti quali Tano Pirrello e Castrenze Navarra e degli aneddoti legati alle loro insofferenze al fascismo e delle persecuzioni in loro danno.

Fonti letterarie e documentali, in precedenza, mi hanno consentito di venire a conoscenza di Don Giuseppe Ancona e di un giovane Bernardo Mattarella segretario del Partito Popolare all’atto del suo scioglimento da parte del fascismo, impegnato poi nelle organizzazioni cattoliche, sotto l’ala protettrice della Curia palermitana durante il fascismo e componente del CLN a Palermo nel periodo della liberazione.

Altri erano solo dei nomi con assai vaghe ed in alcuni casi contradditorie indicazioni sulle loro azioni e sul loro riconoscimento dello status di “avversari” da parte del regime.

Poichè le vie della verità sono infinite è stata per prima una pubblicazione, sul fascismo trapanese, (GINO SOLITRO – IL FASCISMO TRAPANESE E LA RESITENZA ALL’INVASIONE AMERICANA – Edito dal Centro Studi “Giulio Pastore”) a permettermi di venire a conoscenza di:

Gaspare PINCO (Castellammare del Golfo), di anni 29, muratore, antifascista, confinato per un anno e mesi dieci a Ventotene “per aver svolto attività antinazionale a Tunisi”. Filippo PIAZZA (Castellammare del Golfo), di anni 29, coniugato,autista, antifascista, arrestato il 16 marzo 1941, “per aver pronunciato parole offensive nei riguardi del Duce in locale pubblico alla presenza di militari”, non venne inviato al confino perché precettato dal 12° Reggimento del Genio.

ed ancora:

Francesco SAMMARTANO (di Castellammare del Golfo), anni 71, fabbro, anarchico, arrestato nell’aprile 1941 “per aver pronunciato frasi offensive nei
riguardi del viceré d’Etiopia, del Duce e del Fuhrer commentando sfavorevolmente la condotta delle operazioni militari in AOI”. Per l’età avanzata gli fu risparmiato il confino ed ebbe l’ammonimento.

Antifascisti vengono condotti al confino.Il documento fa una sintesi ed una classificazione delle condanne inflitte dalla CP (Commissione Provinciale). Il confino, ad infliggerlo era la C.P. presieduta dal prefetto e composta dal procuratore del Re, dal comandante del gruppo dei Carabinieri. dal questore, dal console della Milizia, da un commissario di PS che fungeva da segretario. La CP esaminava le proposte avanzate, non come comunemente si crede dall’OVRA che, si dice, non avesse agenti a Trapani, ma dall’UPI (ufficio politico investigativo) incorporato nella 174a legione della MVSN:

In tutto il ventennio fascista, la CP di Trapani, emise ordinanze di confino per sessantaquattro cittadini:
21 residenti nel capoluogo; 9 a Mazara del Vallo; 5 a Marsala; 5 a Pantelleria; 5 a Paceco; 5 a Castellammare del Golfo; 5 a Salemi; 2 a Vita; 1 a Partanna; 1 a Salaparuta; 1 a Castelvetrano; 1 a Calatafimi, 1 ad Alcamo.
I confinati politicamente non incasellati, chiamati APOLITICI, erano 15, di cui 10 a Trapani: Michele Aleci, Pietro Bruno, Rosario Burzilleri, Vito Caito, Paolo Carrara, Giuseppa Giacalone, Giuseppe Grimaldi, Francesco Salvatore, La Porta, Salvatore Mocata; 1 a Marsala: Francesco Parrinello; 2 a Pantelleria:
Amedeo Stuppa, Mario Valenza; 1 a Salemi: Luigi Ferro; 1 a Salaparuta.
17 gli ANTIFASCISTI, per cosi dire generici, di cui 5 a Trapani: Paolo Bonomo, Antonino Cavallaro, Filippo Cizio, Gino De Nobili, Salvatore Rizzo; 3 a Mazara del Vallo: Salvatore di Franco, Vincenzo Giametta, Salvatore Reitano; 3 a Pantelleria: Maria Bonomo, Salvatore Catalano, Gregorio Franco; 3 a
Castellammare del Golfo: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza, Gaspare Pinco; 1 a Vita: Melchiorre Buffa; 1 a Calatafimi: Stefano Vivona.
13 COMUNISTI, di cui 2 a Trapani: Antonio Graffeo, studente universitario, Romano Malusà, marittimo, nato a Rovigno d’Istria, residente a Trapani; 6 a Mazara del Vallo: Matteo Asaro, Antonino Catalano, Antonio Di Gaetano, Vincenzo Vito Marzo, Nicolò Modesto, Francesco Russo; 2 a Narsala: Salvatore
Bilardello, Francesco Pipitone; 3 a Salemi: Giuseppe Costa, Stefano la Grassa, Salvatore Lampasona.
9 FASCISTI di cui, 3 a Trapani: G.Battista Mulè, Giuseppe Palermo, Antonio Domenico Vento; 2 a Marsala: Domenico Bonfanti, Vito Giacalone; 2 a Paceco: Giovanni Blunda e Francesco Cavarretta; 1 a Vita: Salvatore Buffa; 1 ad Alcamo; Andrea Pipitone.
4 SOCIALISTI, di cui 1 a Trapani: Annibale Francolini ( personaggio popolare, irreprensibile conduttore dei tram. In piena epoca fascista, da fierissimo socialista festeggiava il primo maggio mostrando un garofano rosso all’occhiello della giacca. Pur avendo patito il confino, non esitò un istante ad accettare
la nomina di segretario del sindacato provinciale fascista ferrotranvieri propostagli da Gionfrida); 3 a Paceco: Giuseppe Basiricò, Salvatore Basiricò e Pietro Grammatico (ammonito nel 1926 ,radiato dall’elenco dei sovversivi nel 1934 ,nel 1953 fu eletto senatore della Repubblica nella lista del PSI)
2 ANARCHICI, di cui 1 a Salemi: Gaetano Marino e 1 a Castelvetrano: Francesco Sammartano.“.

Questo brano del documento che indica in cinque le ordinanze di confino relative a Castellammare del Golfo, nel seguito indica solo tre Castellammaresi tra gli antifascisti generici: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza e il già citato Gaspare Pinco, smentendo di fatto, che il Sammartano Francesco, anarchico sia di Castellammare del Golfo, indicandolo qui come abitante a Castelvetrano.

Ed in effetti quest’ultima sembra essere proprio la verità sul Sammartano sancita anche da un lavoro di ricerca del 1989 di Salvatore Carbone e Laura Grimaldi su “Il popolo al confino – La persecuzione fascista in Sicilia”, pubblicazione dell’Archivio Centrale dello Stato, lavoro che, che come detto da Sandro Pertini nella prefazione:Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.

Verbale

L’ autorevole pubblicazione contiene brevi biografie dei perseguitati e diverse classificazioni utili per le comparazioni storiche. L’indice per luogo di nascita da sei nomi per:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Ancona Giuseppe, sacerdote;
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

comunista
Arena Antonio Andrea, muratore;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

L’indice per residenza da anche esso sei nome ma in parte diversi dai precedenti:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

repubblicani
De Simone Antonio, impiegato;
Saccomanno Calogero (I), elettricista;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

Queste le brevi biografie di ciascuno così come sono stati ricavati dai fascicoli personali.

ANCONA don Giuseppe *

di Stefano e di Tartamella Gaetana, n.a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 gennaio 1875, res. a Balestrate (PA), parroco, antifascista.

Arrestato dalla PS di Castellammare del Golfo 11 novembre 1938 per aver dato prova di incomprensione politica e per offese alla memoria di un legionario in Spagna.

Assegnato al confino per anni uno dalla CP di Palermo con ord. del 12 novembre 1938. Sede di confino: Gimigliano. Liberato il 24 dicembre 1938 condizionalmente in occasione delle feste natalizie. Periodo trascorso in carcere e al confino: mesi uno, giorni 24.

Avendo presentato la nota di rimborso spese per una messa affidata il 15 maggio 1938 in suffragio del trigesimo della morte di Faro Ruffino, legionario caduto in Spagna, alle osservazioni del segretario politico del PNF di Balestrate che la messa era stata celebrata in onore di un caduto per la causa fascista, il parroco replicò che «il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio, come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta».

(b. 25, cc. 25, 1938).

ARENA Antonio Andrea*

di Giuseppe e di Scudera Giuseppa, n. a Castellammare del Golfo (TP) li 9 agosto 1913, res. a Costantina, Marsiglia, celibe, muratore, comunista.

Arrestato il 22 giugno 1936 per attività comunista e propaganda antifascista svolta all’estero. Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 9 luglio 1936. La C di A con ord. del 12 novembre 1936 respinse il ricorso. Sedi di confino: Ventotene, Lampedusa, Tremiti, Ponza, Pisticci.
Liberato dall’internamento il 19 agosto 1943. Periodo trascorso in carcere, al confino e in internamento: anni sette, mesi uno, giorni 29.

Fu iscritto fin da ragazzo al circolo giovanile cattolico di Castellammare del Golfo.
Nel febbraio 1931 emigrò con regolare passaporto in Marocco e svolse colà ed in Algeria, dove si era trasferito, propaganda sovversiva.
Nel dicembre 1935 venne arrestato insieme ad altri dalla polizia di Costantina perché trovato in possesso di armi, documenti falsificati e materiale di propaganda comunista, che aveva ricevuto dalla Concentrazione antifascista di Parigi a mezzo di intermediari residenti ad Algeri e Orano.
Condannato ad un mese di prigione, durante la detenzione fu sussidiato dal soccorso rosso internazionale.
Espulso dall’Algeria si recò a Marsiglia, donde fu rimpatriato nel febbraio 1936 perché sprovvisto di lavoro; a marzo fu fermato alla frontiera italiana di Ventimiglia e tradotto a Palermo quale renitente alla leva.
Essendo stato, però, da quella capitaneria di porto rinviato a nuova chiamata alle armi, fu proposto per il confino in data 4 luglio 1936.
Dal 6 settembre 1936 al 19 aprile 1937 prestò servizio militare.
Da Ventotene fu trasferito a Lampedusa per aver tentato di sobillare i suoi compagni a richiedere un aumento di sussidio giornaliero in seguito al rincaro dei viveri; inoltre in considerazione della sua persistente cattiva condotta fu proposto per il trattamento economico e discplinare riservato ai confinati comuni, invece di mantenere quello stabilito per i politici.
Durante il confino fu arrestato varie volte per contravvenzione agli obblighi e per rifiuto del saluto romano.
Il 21 giugno 1941,a fine periodo,venne internato nel campo di concentramento di S. Domino di Tremiti perché ritenuto elemento politica­mente pericoloso in tempo di guerra.
Dopo la liberazione per motivi di lavoro ritornò a Pisticci, dove venne diffidato il 24 agosto 1945 perché ritenuto elemento pericoloso per l’ordine pubblico.
Elenco di altri confinati oriconfinati originari della Tunisia proposti per il trasferi­mento da Lampedusa.
Elenco di confinati comunisti, anarchici e appartenenti al gruppo «Giu­stizia e Libertà».

(b. 36, cc. 200, 1936-1941, 1946, 1958).

DE SIMONE Antonio *

di Antonino e di Salvo Sofia, n. a Palermo il 29 maggio 1905, res. ad Alcamo-Castel­lammare del Golfo (TP), celibe, istruzione superiore, impiegato privato, repubblicano.
Arrestato il 1° febbraio 1931 per propaganda ed attività antinazionale a mezzo di riunioni e conferenze che teneva ad accoliti e simpatizzanti.
Assegnato al confino per anni cinque dalla C P di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. Sedi di confino : Ponza, Ventotene, Ponza. Liberato · il 1° ottobre 1936 per fine periodo. Periodo trascorso in carcere e al confino: anni cinque, mesi otto, giorni 1.

Allontanatosi da Palermo, si domiciliò ad Alcamo, dove· nel 1926 fu assunto come scrivano presso la locale Società elettrica. Ad Alcamo e Calatafimi fu notato in compagnia di elementi sovversivi del luogo e fondò pure una sezione del partito repubblicano dipendente da Palermo.

Nel 1927 passò a prestare servizio alle dipendenze della Società elettro­tecnica palermitana, nella sede di Castellammare del Golfo.
Assiduo lavoratore, non ricoprì cariche amministrative e politiche. A Castellammare svolse attività antinazionale e antifascista mediante riunioni e conferenze che teneva a casa sua, dove convenivano accoliti e simpatizzanti.
In seguito ad una perquisizione effettuata nella sua abitazione nella notte del 31 gennaio 1931, fu trovato in compagnia dell’impiegato Francesco Buffa di Alcamo, di Calogero Saccomanno, Edoardo Tancredi di anni 18 e Ugo Tellini di anni 17, tutti e tre di Palermo e dipendenti della Società elettrica. Nel corso della perquisizione furono rinvenute 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica e la macchina da scrivere che era stata imprestata al De Simone da Damiano Tesoriere per la copiatura della circolare ; una copia del giornale « La Libertà »
del 1° gennaio 1931, edito a Parigi, organo della Concentrazione antifasci­sta; corrispondenza varia; un catalogo generale del 1928 ; cartoline con foto­grafie di Garibaldi, Verdi; Bianzon ; cartoline postali del prof. Vito Vasile e di Domenico Mancuso ; un biglietto da visita di Giulio Giambartolomeo ; un quadro con la fotografia di Mazzini ; ritratti fotografici del defunto Giacomo De Simone, di Giuseppina Romano, di Gaetano Fundarò; due agende, una del 1927 e l’altra del 1930; otto caricatori completi per carabina austriaca e nascosto nel solaio un moschetto Steyr e due cartucce per fucile dietro­ carica.
Furono inoltre rinvenuti i volumi : Lo Stato democratico dopo la guerra, L’ombra di Andighiero di Saverio Minucci, Sulla origine della Specie, I dolori del giovane Werther, Il dottor Antonio, Pegaso, Stradivario, Camicia rossa, Aurora Boreale, Il pensiero religioso di lviazzini, Tommaso Moro Gran Cancelliere d’In­ghilterra.
Tra le fotografie fu identificata quella riproducente Saverio Minucci, di anni 44, già candidato politico del partito repubblicano, che nel 1925 aveva costituito a Campobello di Mazara il Circolo giovanile di cultura maz­ziniana.
Dopo il fermo delle cinque persone, il De Simone si addossò tutte le responsabilità. Però a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era
stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi e che insieme al De Simone avevano iniziato uria campagna di pro­paganda tra la classe operaia mediante distribuzione delle copie della circolare che spedivano anche all’estero a fuoriusciti con i quali mantenevano re­lazioni: due copie della circolare erano state inviate a Francesco Proia, resi­dente a Tunisi, che in cambio aveva spedito il numero del giornale « La Li­bertà » sequestrato.
Accertate le responsabilità, De Simone e Saccomanno fu rono denunziati al Tribunale speciale, mentre gli altri tre furono rilasciati. L’11 ottobre 1932 il De Simone fu arrestato e denunziato all’autorità giudiziaria per contravven­zione agli obblighi, venendo assolto con sentenza del 17 dicembre successivo
per insufficienza di prove. Fu perciò tradotto nuovamente al confino di Ventotene.
Arrestato e denunziato una seconda volta il 25 gennaio 1934 per minacce e oltraggio, fu di nuovo assolto con sentenza dell’8 marzo dal pretore di Ponza
perché il fatto non costituiva reato.
Il 24 febbraio 1935 fu denunziato in stato di arresto alla procura di Napoli per avere partecipato ad una protesta collettiva a Ponza, rendendosi responsabile di contravvenzione agli obblighi. Il tribunale di Napoli con sentenza del 7 maggio lo condannò a otto mesi di arresto, pena confermata in appello con sentenza del 20 luglio.
Il 26 ottobre, espiata la pena nelle carceri giudiziarie di Napoli, fu ritradotto a Ponza.
Gli fu concesso di mantenere corrispondenza con il fratello Giovanni, antifascista, residente a Tunisi; gli fu invece rifiutata la corrispondenza con l’antifascista ex confinato Stefano Vivona di Calatafimi.
Il 1° ottobre 1936 lasciò la colonia di Ponza, avendo ultimato il giorno prima di scontare il periodo di confino.
Ad Alcamo continuò a risiedere in piazza Vespri 4, continuamente vigi­lato, ma non diede più luogo a rilievi d’indole politica, anche se conservò tenacemente e pubblicamente le sue idee, senza segno alcuno di ravvedimento.
Per quanto disponibile ad adattarsi a qualsiasi tipo di lavoro pesante, bracciantile o di manovalanza, non gli riuscì di fa re una sola giornata di lavoro,
restando completamente emarginato. Così scrive a Umberto Pagani di Parma, suo compagno di confino a Ponza ; infine trovò lavoro vendendo vino con un
suo parente, mentre la sua vita trascorreva ” inoperosa “.

(b. 348, cc. 135, 1931-1936; CPC, b. 1008, fa se. 89792, cc. 70, 1931-1942) .

FIORELLO Giacoma *

fu Vito e fu Palazzolo Maria; n. a Castellammare del Golfo (TP) il 7 gennaio 1888,
res. a Castellammare del Golfo, vedova con due figli, casalinga, antifascista.
Arrestata i1 14 novembre 1934 per avere sobillato più volte la popolazione contro l’applicazione delle imposte comunali.
Assegnata al confino per anni uno dalla CP di Trapani con ord. del 7 dicembre 1934.
Sede di confino : Ardore. Liberata il 15 novembre 1935 per fine periodo.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, giorni 2.
Nel l921 allorchè l’amministrazione comunale era diretta dai socialisti, la Fiorello si dimostrò convinta fiancheggiatrice dell’amministrazione partec1pando a comizi e dimostrazioni

(b.416,cc.43,1934-1935).

GALANTE Gaspare *

fu Domenico o Damiano e di Gioia Antonina, n. a Castellammare del Golfo (TP)
i1 13 luglio 1888, res. a Castellammare del Golfo, celibe, frequenza classi elementari,
fotografo, ex combattente, socialista.

Ammonito dalla CP di Trapani con ord. del 1° aprile 1927 perché il 10 gennaio aveva tentato di espatriare clandestinamente.

L’ammonizione fu sospesa con ord. della CP di Trapani in data 18 gennaio 1928.
Nei documenti del fascicolo del CPC il nome del padre appare al­l’inizio come Damiano e poi Domenico sino al 1942.
(b. 444, cc. 3, 1927; CPC, b. 2228, fa se. 3121, cc. 45, 1927-1942).

PIAZZA Filippo *

di Salvatore e di Ciaravino Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 aprile
1912, res. a Castellammare del Golfo, coniugato, autista, antifascista.

Arrestato i1 16 marzo 1941 per aver pronunciato parole offensive nei riguardi
del duce in un esercizio pubblico alla presenza di militari .

La sua assegnazione al confino fu disposta con telegramma ministeriale
del 2 aprile 1941 diretto al prefetto di Trapani. Questi il 15 giugno successivo
informava il ministero dell’Interno che il detenuto confinando Filippo Piazza,
già in licenza straordinaria illimitata, era stato precettato dal comando del
12o reggimento del Genio per cui il provvedimento era stato sospeso e il
Piazza rimesso il libertà e avviato al reparto. Il ministero ordinò allora la
sospensione del provvedimento.

(b . 790, cc. 4, 1941 ; CPC, b. 3934, fa se. 77006, cc. 5, 1941).

PINCO Gaspare *

di Carlo e di Colombo Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’11 settembre
1910, res. a Castellammare del Golfo, celibe, muratore, antifascista.

Arrestato il 24 dicembre 1939 per avere svolto attività antifascista e antinazionale a Tunisi.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 15 marzo 1940.
La C di A con ord. del 2 novembre 1941 commutò in ammonizione.
Sede di confino: Ventotene. Liberato il 3 novembre 1941 per commutazione in ammonizione.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi dieci, giorni 11.

Nel 1932, trasferitosi a Tunisi per motivi di lavoro, iniziò un’attivissima propaganda antinazionale.
Nel 1935 si trasferl a Costantina dove entrò nelle file della nota organizzazione antifascista «Unione popolare italiana », occupandosi in particolare del pagamento dei sussidi alle famiglie dei volontari arruolati nelle milizie rosse spagnole.
Arrestato per traffico d’armi e di documenti falsi, nella perquisizione operata in tale circostanza dalla polizia furono rinvenuti numerosi opuscoli di propaganda antifascista e comunista e copioso materiale di propaganda contro la guerra itala-etiopica.
Condannato ad un mese di prigionia e colpito da decreto di espulsione, dopo essere stato dimesso dal carcere vagò per vari villaggi periferici nei dintorni di Tunisi, evitando le città per timore di essere arrestato per contravvenzione al decreto di espulsione.
Nel 1937 si trasferì a Marsiglia dove si dedicò all’arruolamento di volon­tari per la Spagna rossa e fece anche parte di un comitato regionale dell’ « Unio­ne popolare italiana ».
Colpito da decreto di espulsione dalle autorità francesi, contravvenne all’ordinanza e pertanto, arrestato nell’agosto del 1939, fu condannato a
otto mesi di prigione.
Dimesso dal carcere, si recò nuovamente in Tunisia, ma il 23 dicembre 1939 venrie rimpatriato con foglio di via obbligatorio dal consolato italiano.
Arrestato a Trapani il 24 dicembre dalle autorità italiane, fu deferito alla competente CP per avere svolto attività sovversiva all’estero.
Durante il periodo del confino nel luglio del 1940 fu ricoverato all’ospedale «Pace » di Napoli perché affetto da tubercolosi e 15 giorni dopo alla « Salus »; ricoverato ancora nell’agosto nel sanatorio « Serraino Vulpitta » di Trapani, il 3 novembre fu dimesso e gli fu commutato in ammonizione il residuale periodo di confino.
Il 30 ottobre gli fu condonata l’ammonizione.
La questura di Trapani il 27 novembre 1956, nel riferire quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente al ministero che il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per « normale » vigilanza.

(b. 798, cc. 149, 1940-1941, 1956).

SACCOMANNO Calogero*

di Diego e di Amari Rosalia, n. a Palermo il 27 luglio 1905, res. a Castellammare del Golfo
(TP), celibe, elettricista, repubblicano.

Arrestato il 1° febbraio 1931 per avere svolto propaganda sovversiva insieme ad altri operai della Società generale elettrica per la Sicilia.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. La C di A con ord. del 23 aprile 1932 ridusse a due anni.
Sede di confino: Lipari.
Liberato il 15 novembre 1932 condizionalmente nella ricorrenza del decennale.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi nove, giorni 15.
Il primo maggio 1923 era stato sorpreso a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simone:
sul luogo oltre al Saccomanno si trovavano gli operai Francesco Buffa, Edoar­do Tancredi e Ugo Tellini, tutti dipendenti della Società generale elettrica per la Sicilia. Vennero rinvenuti, tra l’altro, cinquantotto copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica, una copia del giornale «La Libertà» edito a Parigi, organo della concentrazione anti­fascista, datato 1° gennaio 1931, un volume dell’opera Il pensiero
religioso di Mazzini, un quadro di Giuseppe Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi, otto caricatori completi per carabina austriaca e una carabina tipo Stey.
Sequestrati gli oggetti, si procedette al fermo dei presenti.

Dalle indagini risultò che il Saccomanno e il De Simone avevano iniziato una campagna di propaganda distribuendo copie della circolare sovversiva tra gli operai e inviandole anche all’estero a sovversivi con i quali si mante­nevano in relazione.
Il Saccomanno e gli altri possedevano strumenti di penetrazione nel­l’ambiente operaio perché potevano disporre della rete telefonica della società elettrica nonché dei servizi di illuminazione nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo.
Il 15 giugno 1931 la PS informava che i due detenuti, Calogero Saccomanno e Antonio De Simone, assegnati al confino e in attesa di destinazione, avevano iniziato lo sciopero della fame per protesta allo scopo di affrettare la loro traduzione in colonia.

(b. ?99, fase. I, cc. 38, 1931-1932).

Come si vede si tratta di personalità le più diverse.
Singolari ed eccezionali per quegli anni e per la Sicilia le due figure di Don Giuseppe Ancona, di cui avevo già scritto in passato, e di Giacoma Fiorello, testimonianza di una sorprendente Castellammare del Golfo pre-fascista che ancora resiste ad essere scoperta.
Militanti dalla vita degna di una sceneggiatura cinematografica e dai risvolti internazionali i due comunisti Antonino Arena e Gaspare Pinco, figure ascrivibili alla categoria degli “umili”, di quelle persone che durante e dopo il fasci­smo non hanno avuto la fortuna politica che avrebbero meritato e che ci appaiono nella loro militanza ed azione antifascista animati da un rigore ideologico che non può che essere apprezzato se espresso in tali frangenti.
Su Gaspare Pinco in particolare, di cui mi auguro si sarà notato che nel 1956 nell’Italia liberata e democratica la questura di Trapani, nel riferire al Ministero quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente che “il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per «normale» vigilanza”, mi riprometto di ritornare con altro materiale documentario in un prossimo post.

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (12)

Udienza del 1 giugno 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, fra Custonaci e Valderice la sera del 26 settembre 1988, in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminati i testi: Giovanni Di Malta operatore Tv e Andrea Grandi già ospite della Comunità Saman

Viene chiamato a testimoniare il teste Giovanni Di Malta all’epoca dei fatti cameramen di Rtc già Trv il quale in apertura è interrogato dal Pm Gaetano Paci e quindi dal Pm Ingroia.

Di Malta conferma il quadro di malaffare esistente nel capoluogo ed in provincia in quel periodo, di come Mauro Rostagno ne fosse informato e di come ne fosse venuto a conoscenza.
Il doppio bilancio del comune di Trapani era uno di questi malaffari, di cui, avrebbe detto Rostagno, la gestione sarebbe stata dell’onorevole Canino all’epoca assessore regionale agli enti locali.
Giovanni Di Malta riferisce anche delle minacce ricevute da Mariano Agate durante il processo per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano e del fatto che lo stesso avesse minacciato anche il giornalista Massimo Coen di Rtc e lo stesso Mauro Rostagno (chiddu ca’ varva).
A Marsala stavano scoppiando due scandali (Ente Fiera Vini ed Ente Teatro del Mediterraneo), una settimana prima di essere ucciso, un sabato pomeriggio nel corso di un servizio su un convegno all’Hotel President, di cui era “magna pars” l’onorevole Canino, fu privatamenbte avvicinato dal sindacalista Santoro e dallo stesso onorevole Canino.
Dai colloqui il Rostagno sarebbe venuto a conoscenza di un presunto giro di tangenti. “Mentre tornavamo a Trapani – ha raccontato Gianni Di Malta – mi riferì che era coinvolto anche un maresciallo dei carabinieri. Disse che al momento non avrebbe potuto parlarne in televisione. Anche il procuratore Paolo Borsellino aveva le mani legate. Saremmo dovuti tornate a Marsala per capirne di più. Poi, il lunedì, fu ammazzato”.

“Nell’ultima settimana – ha ricordato Gianni Di Malta – Mauro non era la solita persona ridente e scanzonata. C’era qualcosa che lo preoccupava. La mattina del 26 settembre era apparentemente tranquillo. Quando rientrai in televisione, dopo avere realizzato un servizio, Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno ritornato da un servizio al Comune, invece era nervoso. Ricordo che mi strappò, in maniera quasi rabbiosa, la videocassetta dalle mani. Poi mi disse che da quel giorno non si sarebbe più occupato di politica e che avrei dovuto rivolgermi a Ninni Ravazza”.

Nel pomeriggio del 26 settembre, poco prima dell’agguato, solo per un caso Gianni Di Malta non prese per errore la videocassetta con la scritta “personale Mauro” che stava sulla scrivania di Mauro Rostagno, accanto alla fotografia della figlia Maddalena.
“Non è quella”, gli disse Mauro Rostagno indicandogli un’altra videocassetta che avrebbe dovuto portare a Caterina Marceca, direttrice di un’emittente televisiva concorrente. All’interno, ha spiegato Gianni Di Malta, c’era un filmato di un incendio che Mauro aveva voluto visionare.

L’ex cameraman non ha saputo riferire invece cosa conteneva l’altra videocassetta, quella che il sociologo torinese teneva sulla sua scrivania a fianco della foto della figlia nel suo ufficio e che non è stata più ritrovata dopo la morte di Mauro Rostagno.

Di Malta riferisce poi di un registratore audio collegato al telefono il quale serviva a registrare le telefonate ed installato alcuni mesi prima della morte per registrare le minacce telefoniche, e dell’esistenza di una audio cassetta e di un libro sulle saline di Trapani e Marsala.

Mauro Rostagno, ha confermato ieri Gianni Di Malta, aveva la disponibilità di una telecamera amatoriale (in Vhs-C) che custodiva nel suo ufficio. Aveva chiesto al cameraman di spiegargli la procedura da seguire per riversare i filmati da un sistema amatoriale ad uno professionale da 3/4 di pollice.

Relativamente alla comunicazione ricevuta intorno alla vicenda Calabresi riferisce della reazione di incredulità e di sdegno del Rostagno, posto che riteneva che gli inquirenti sapessero già tutto sull’omicidio del commissario.

Di Malta riferisce di un ottino rapporto di Mauro Rostagno con Francesco Cardella guastatosi tuttavia nell’ultimo periodo. Rostagno  in particolare riteneva essergli rimasti solo due amici: “Beniamino (Cannas) e Renato (Curcio)”.

Di Malta riferisce anche dei colloqui avuti negli anni successivi all’omicidio con Francesco Cardella e dell’avere appreso dallo stesso della sua convinzione che Mauro Rostagno fosse stato ucciso da Mariano Agate.

Anche Di Malta conferma dell’assenza di pressioni di Puccio Burgarella nei confronti di Mauro Rostagno, anzi il Puccio sarebbe stato grato a Mauro Rostagno per il notevole incremento di raccolta pubblicitaria che aveva consentito all’azienda di migliorare i conti.

Puccio Bulgarella, editore di Rtc, era buon amico di Canino e di Bartolo Pellegrino, dopo la morte del Rostagno, interpellato sul delitto durante un pranzo in un rinomato ristorante di Palermo, ha riferito Gianni Di Malta di avere appreso da tale Aiello che, il Puccio avrebbe detto ad un interlocutore: “Ero riuscito a salvarlo una volta, questa volta sono stato colto di sorpresa e non sono riuscito ad evitarlo”. E poi, indicando l’onorevole Francesco Canino, che sedeva in un altro tavolo, avrebbe aggiunto: “Per questo motivo, con quel signore, è da un mese che non parlo”.

Anche Di Malta riferisce di non avere mai conosciuto Sergio Di Cori ne che gliene abbia parlato Mauro Rostagno.

A proposito del “Centro studi Scontrino” riferisce Di Malta che con Rostagno fecero un paio di interviste e che Rostagno gli parlò del Centro come copertura di qualcosa di più grosso.

Particolarmente interessante la dichiarazione finale in risposta alla domanda dell’avvocato di parte civile Carmelo Miceli relativa alle immagini che si vedono circolare in televisione. Tra queste immagini circola un falso assai verosimile (realizzato per Telefono Giallo) in cui si vede una Duna e all’interno dell’auto compare una borsa che nelle immagini originali realizzate da Telescirocco, invece non c’è.

Anche l’editore Puccio Bulgarella, ha ricordato Gianni Di Malta, pensava che si trattasse di un delitto di mafia. «O l’ha ucciso la grande mafia o io o Cardella», disse un giorno ad un interlocutore. «Io no perché sarei andato contro i miei interessi, Cardella non credo, fai tu».

“Nell’ultimo periodo – ha raccontato Gianni Di Malta – Mauro era solito chiudere la porta del suo ufficio a chiave. Ricordo che un giorno avevamo la necessità di una telecamera. Pensammo a quella di Mauro. Insieme con un collega trovammo una copia della chiave del suo ufficio e prelevammo la telecamera. Prendemmo la porta e l’appoggiamo al muro per fargli uno scherzo. Pensavamo che si sarebbe fatto una bella risata ed invece quando venne a sapere che avevamo preso la telecamera andò su tutte le furie”.

Viene quindi ascoltato il teste Andrea Grandi ex ospite della comunità il quale riferisce che fu lui ad informare per telefono Francesco Cardella la sera del 26 settembre del 1988, della morte di Mauro Rostagno: «Hanno ammazzato Mauro». «Ma che dici? E’ uno scherzo?», fu la reazione di Francesco Cardella.

Dopo l’agguato, Elisabetta Roveri, compagna della vittima, si precipitò sul luogo del delitto, Andrea Grandi l’accompagnò in auto, Elisabetta Roveri gli chiese di avvertire Francesco Cardella, che si trovava a Milano e se la figlia Maddalena postesse vedere per l’ultima volta il padre.
Andrea Grandi ai giudici ha ricordato che tornò a piedi in comunità, nel parcheggio incontrò Maddalena che voleva vedere il padre e le disse di aspettare che ne avrebbe parlato con Francesco e giunto dentro telefonò a Francesco Cardella. Dagli spari alla telefonata sarebbero passati circa dieci minuti.
Comunicò la notizia “hanno sparato a Rostagno” a Cardella e gli chiese se la figlia, Maddalena, potesse vedere il padre. Cardella rispose che era meglio di no e disse che avrebbe preso il primo volo per la Sicilia.

Prossima udienza il 15 giugno 2011 alle ore 9,30, prevista l’audizione dei testi Aiello, Cannas e Montanti.

La precedente udienza del 25/05/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (11)

Udienza del 25 maggio 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, fra Custonaci e Valderice la sera del 26 settembre 1988, in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminate i testi: Emilia Francesca Fonte, Salvatore Vassallo, Giovanni Ravazza, Enzo Mazzonello,

In apertura di udienza viene completata l’audizione della teste Emilia Francesca Fonte, che il 26 settembre del 1988 fu testimone del passaggio delle auto per la strada che porta a Lenzi.
All’epoca dell’omicidio Emilia Fonte aveva 17 anni.

Avvalora la pista mafiosa la testimonianza di Salvatore Vassallo, giornalista, che nel 1988 collaborò ad RTC per alcuni mesi a partire dall’aprile del 1988, con il sociologo torinese.
Il Vasallo aveva conosciuto Mauro Rostagno ma anche Francesco Cardella in precedenza al Nord e aveva reincontrato Mauro Rostagno a Trapani in occasione di un servizio sugli arancioni, il Vassallo era inoltre addetto stampa del professor Zichichi e giornalista di Reporter.
Il Vassallo ha riferito che quello era un periodo “caldo”, in quanto si parlava degli affari legati alla scoperta della loggia Massonica (Iside II – Scontrino), c’era il processo intorno all’uccisione dell’ex sindaco di Castelvetrano Lipari nei confronti di Agate e si cercava di scoprire le connessioni tra la mafia, la massoneria e la politica.
I servizi giornalistici di Mauro Rostagno erano particolarmente critici, con giudizi e titoli quali, “Palazzo D’Alì e i 40 ladroni” con riferimento al Consiglio Comunale di Trapani.
Vassallo in aula ha in particolare riferito che in quel periodo ricevettero in redazione diverse telefonate anonime di cui una la prese lo stesso Vassallo e una lo stesso Rostagno, il quale ne riferì a detta del Vassallo in Tribunale e forse anche a personale della polizia, pur facendosi una delle sue solite risate.
E ancora Vassallo ha riferito che un giorno, mentre si trovava in un istituto bancario di Xitta, per un versamento, un dipendente, il cassiere Ignazio Piacenza, “mi disse che Mauro era segnato e che sarebbe stato spento entro un mese” in riferimento ad un servizio televisivo che aveva trattato lo scandalo del Comune di Trapani.
In gergo il termine “astutari” equivalente al termine “spegnere” equivale a “porre termine ad una vita”.
Il Rostagno informato dal Vassallo di quanto riferitogli dal Piacenza genero di tale Maiorana di Buseto Palizzolo, si preoccupò e l’indomani assieme informarono della cosa, amici investigatori della polizia.
La linea editoriale a detta del Vassallo era scelta da Mauro Rostagno e il Puccio Burgarella un “romantico” figlio di Andrea Burgarella (arrestato con Peppe Cizio in relazione alla corruzione del giudice Costa e poi prosciolto), proprietario ed editore dell’emittente non interferiva.
Quanto ad una presunta “situazione di Marsala” di cui a precedenti dichiarazioni il Vassallo esclude si riferisse ad una situazione politica, ma ad una questione legata ad una ricaduta di alcuni ospiti della comunità nel consumo di droga.
Al Vassallo non risultano personalmente particolari scontri tra Mauro Rostagno e Francesco Cardella.

Ad avvalorare la pista mafiosa anche la testimonianza resa dal giornalista Giovanni (Ninni) Ravazza ex collega di Mauro Rostagno ad Rtc, il quale ha riferito che “Qualche mese prima dell’omicidio io e Mauro fummo convocati dall’editore di Rtc Puccio Bulgarella. Ci disse: ‘Ragazzi state attenti perchè c’è qualcuno che si sta incazzando’. Mauro non ne fu molto turbato. Io chiesi invece se stavamo correndo dei pericoli ma Puccio Bulgarella ci rispose che per il momento potevamo stare tranquilli. Non ho mai raccontato prima questo episodio perché nessuno me l’aveva mai chiesto”. Il tutto accadeva circa quattro-tre mesi prima dell’omicidio e dopo l’omicidio, non ritornò più sull’argomento ne ne parlò agli inquirenti.
A proposito di minacce Ravazza ha ricordato che in occasione del processo a Mariano Agate questi rivolgendosi a Mauro Rostagno, da dietro le sbarre lo avrebbe invitato a non dire “minchiate” e che la cosa sarebbe apparsa come una evidente minaccia da cui tuttavia il Rostagno non sarebbe affatto rimasto intimorito tanto da parlarne in televisione e questo accadde prima del discorso di Puccio Burgarella di cui si èdetto sopra.
Parlando della sera in redazione, il giorno dell’omicidio, Ravazza ha ricordato che Rostagno stava lavorando allo scandalo dell’Ente Teatro di Marsala in cui si sarebbe avuto distrazione di fondi, tentativi di corruzione ed altro.
Anche per Ravazza la linea editoriale la faceva Mauro Rostagno ed il taglio era molto più aggressivo della precedente linea editoriale e la proprietà non influenzava le scelte della redazione.
Rtc con la direzione di Rostagno a detta di Ravazza ebbe un aumento di audience divenendo la più seguita tra le emittenti locali trapanesi.
Ninni Ravazza ha parlato anche di Francesco Cardella il quale sarebbe stato colui il quale avrebbe proposto a Puccio Burgarella la presenza di Rostagno a Rtc e
che lo stesso Cardella aveva una qualche influenza su Mauro Rostagno ricordando in particolare un episodio in cui Rostagno mutò in parte l’opinione su Francesco Canino a seguito di un colloquio con il Cardella.
Ravazza ha riferito poi di un incontro piuttosto vivace con tale maggiore Montanti dei Carabinieri il quale avrebbe usato espressioni del tipo “non ti permettere”, “non vi dovete permettere”, “le indagini le facciamo noi” a seguito di alcuni servizi giornalistici dello stesso Ravazza in cui si mettevano in dubbio la fondatezza della cosidetta “pista interna”.
Anche a Ravazza, come già a Vassallo non risultano relazioni di Mauro Rostagno con il Di Cori.
Ravazza riferisce anche di poliziotti e carabinieri che litigavano sul luogo dell’omicidio, probabilmente per il reperimento di reperti o per la primogenitura delle indagini.

Viene sentito infine il teste Enzo Mazzonello, nel 1988 collaboratore di Rtc e di Mauro Rostagno in qualità di cronista d’aula volontario il quale anche lui ha contribuito con la sua testimonianza ad avvalorare la pista mafiosa.
In quel periodo seguì tra gli altri il processo in Corte d’Assise per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Lipari in cui erano imputati Mariano Agate e altri, tra i quali Nitto Santapaola.
Il Mazzoleni riferisce a proposito della popolarità degli editoriali televisivi di Mauro Rostagno il quale parlava senza peli sulla lingua di politica, mafia e malaffare e che la città alle quattordici si svuotava per seguire Rostagno in televisione.
Mazzoleni riferisce anche che un giorno passando davanti a Mariano Agate da dietro le sbarre vide ed udì l’Agate pronunciare la frase a lui diretta: “Ah – con le dita tra i denti – giornalista, voi che lingua lunga che hai tu e quello vestito di bianco” con evidente riferimento a Mauro Rostagno. Frasi simili furono ripetute dal fratello di Mariano Agate (forse Giovanni Battista) che seguiva il processo.

Prossima udienza prevista il 01 giugno 2011 alle ore 9,30, prevista l’audizione dei testi .

La precedente udienza del 18/05/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale