Castellammare del Golfo: quei “ribelli” rimossi

Mi ha sempre incuriosito la storia, fosse essa la grande o la micro storia, in particolare mi appassiona quest’ultima, quella fatta da personaggi secondari, più o meno misconosciuti ai posteri, e che tuttavia, sono stati testimoni del tempo e in qualche modo nel loro piccolo hanno contribuito a segnare e rivelare le differenze. Anche solo per questo quindi tali personalità son degne di essere ricordate a coloro che, in ogni epoca, son lì a sostenere (a giustificazione del loro conservatorismo, mediocrità e volontà di quieto vivere) che “tanto sono tutti uguali”, che tanto “niente cambia”.

E no, non è vero ! In ogni epoca ci sono stati e ci stanno quelli che non sono affatto uguali agli altri sul piano del conformismo, dell’accettazione delle convenzioni, siano esse sociali, politiche, religiose o morali.

Ci sono sempre stati quelli che non si sono limitati a mormorare il loro dissenso, ma son stati capaci di gridare, di lottare, di ribellarsi, da soli o assieme ad altri.
Sono costoro quelli del “Pantheon dei dimenticati”, quelli che non andavano bene al “potere” (inteso come insieme delle istituzioni, economia e cultura corrente) nel tempo in cui sono vissuti, ma che anche dopo, al nuovo “potere”, che ha sostituito il precedente,  appaiono ostili, perchè anche solo la memoria delle vite di quegli uomini, ne mette in discussione la legittimità morale.

Scatta così la rimozione, la “damnatio memoriae” del non allineato, del diverso, del ribelle, dell’eversivo.

Ma chi ha operato nella storia lascia comunque traccia di se e del suo fare ed allora può accadere, accade, che siano gli archivi, i documenti, i libri, a rendere giustizia ai “ribelli”.

Nella ricerca di fatti, personaggi e notizie sul periodo meno conosciuto della storia castellammarese, quello che va dai primi del 900′ alla fine del fascismo, la mia attenzione si era concentrata sugli antifascisti, su chi, quanti, e quale ruolo avessero avuto, e in che misura fossero stati riconosciuti pericolosi dal fascismo e pertanto perseguitati come ed in che misura.

La tradizione orale mi aveva permesso di apprendere dell’esistenza di noti antifascisti quali Tano Pirrello e Castrenze Navarra e degli aneddoti legati alle loro insofferenze al fascismo e delle persecuzioni in loro danno.

Fonti letterarie e documentali, in precedenza, mi hanno consentito di venire a conoscenza di Don Giuseppe Ancona e di un giovane Bernardo Mattarella segretario del Partito Popolare all’atto del suo scioglimento da parte del fascismo, impegnato poi nelle organizzazioni cattoliche, sotto l’ala protettrice della Curia palermitana durante il fascismo e componente del CLN a Palermo nel periodo della liberazione.

Altri erano solo dei nomi con assai vaghe ed in alcuni casi contradditorie indicazioni sulle loro azioni e sul loro riconoscimento dello status di “avversari” da parte del regime.

Poichè le vie della verità sono infinite è stata per prima una pubblicazione, sul fascismo trapanese, (GINO SOLITRO – IL FASCISMO TRAPANESE E LA RESITENZA ALL’INVASIONE AMERICANA – Edito dal Centro Studi “Giulio Pastore”) a permettermi di venire a conoscenza di:

Gaspare PINCO (Castellammare del Golfo), di anni 29, muratore, antifascista, confinato per un anno e mesi dieci a Ventotene “per aver svolto attività antinazionale a Tunisi”. Filippo PIAZZA (Castellammare del Golfo), di anni 29, coniugato,autista, antifascista, arrestato il 16 marzo 1941, “per aver pronunciato parole offensive nei riguardi del Duce in locale pubblico alla presenza di militari”, non venne inviato al confino perché precettato dal 12° Reggimento del Genio.

ed ancora:

Francesco SAMMARTANO (di Castellammare del Golfo), anni 71, fabbro, anarchico, arrestato nell’aprile 1941 “per aver pronunciato frasi offensive nei
riguardi del viceré d’Etiopia, del Duce e del Fuhrer commentando sfavorevolmente la condotta delle operazioni militari in AOI”. Per l’età avanzata gli fu risparmiato il confino ed ebbe l’ammonimento.

Antifascisti vengono condotti al confino.Il documento fa una sintesi ed una classificazione delle condanne inflitte dalla CP (Commissione Provinciale). Il confino, ad infliggerlo era la C.P. presieduta dal prefetto e composta dal procuratore del Re, dal comandante del gruppo dei Carabinieri. dal questore, dal console della Milizia, da un commissario di PS che fungeva da segretario. La CP esaminava le proposte avanzate, non come comunemente si crede dall’OVRA che, si dice, non avesse agenti a Trapani, ma dall’UPI (ufficio politico investigativo) incorporato nella 174a legione della MVSN:

In tutto il ventennio fascista, la CP di Trapani, emise ordinanze di confino per sessantaquattro cittadini:
21 residenti nel capoluogo; 9 a Mazara del Vallo; 5 a Marsala; 5 a Pantelleria; 5 a Paceco; 5 a Castellammare del Golfo; 5 a Salemi; 2 a Vita; 1 a Partanna; 1 a Salaparuta; 1 a Castelvetrano; 1 a Calatafimi, 1 ad Alcamo.
I confinati politicamente non incasellati, chiamati APOLITICI, erano 15, di cui 10 a Trapani: Michele Aleci, Pietro Bruno, Rosario Burzilleri, Vito Caito, Paolo Carrara, Giuseppa Giacalone, Giuseppe Grimaldi, Francesco Salvatore, La Porta, Salvatore Mocata; 1 a Marsala: Francesco Parrinello; 2 a Pantelleria:
Amedeo Stuppa, Mario Valenza; 1 a Salemi: Luigi Ferro; 1 a Salaparuta.
17 gli ANTIFASCISTI, per cosi dire generici, di cui 5 a Trapani: Paolo Bonomo, Antonino Cavallaro, Filippo Cizio, Gino De Nobili, Salvatore Rizzo; 3 a Mazara del Vallo: Salvatore di Franco, Vincenzo Giametta, Salvatore Reitano; 3 a Pantelleria: Maria Bonomo, Salvatore Catalano, Gregorio Franco; 3 a
Castellammare del Golfo: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza, Gaspare Pinco; 1 a Vita: Melchiorre Buffa; 1 a Calatafimi: Stefano Vivona.
13 COMUNISTI, di cui 2 a Trapani: Antonio Graffeo, studente universitario, Romano Malusà, marittimo, nato a Rovigno d’Istria, residente a Trapani; 6 a Mazara del Vallo: Matteo Asaro, Antonino Catalano, Antonio Di Gaetano, Vincenzo Vito Marzo, Nicolò Modesto, Francesco Russo; 2 a Narsala: Salvatore
Bilardello, Francesco Pipitone; 3 a Salemi: Giuseppe Costa, Stefano la Grassa, Salvatore Lampasona.
9 FASCISTI di cui, 3 a Trapani: G.Battista Mulè, Giuseppe Palermo, Antonio Domenico Vento; 2 a Marsala: Domenico Bonfanti, Vito Giacalone; 2 a Paceco: Giovanni Blunda e Francesco Cavarretta; 1 a Vita: Salvatore Buffa; 1 ad Alcamo; Andrea Pipitone.
4 SOCIALISTI, di cui 1 a Trapani: Annibale Francolini ( personaggio popolare, irreprensibile conduttore dei tram. In piena epoca fascista, da fierissimo socialista festeggiava il primo maggio mostrando un garofano rosso all’occhiello della giacca. Pur avendo patito il confino, non esitò un istante ad accettare
la nomina di segretario del sindacato provinciale fascista ferrotranvieri propostagli da Gionfrida); 3 a Paceco: Giuseppe Basiricò, Salvatore Basiricò e Pietro Grammatico (ammonito nel 1926 ,radiato dall’elenco dei sovversivi nel 1934 ,nel 1953 fu eletto senatore della Repubblica nella lista del PSI)
2 ANARCHICI, di cui 1 a Salemi: Gaetano Marino e 1 a Castelvetrano: Francesco Sammartano.“.

Questo brano del documento che indica in cinque le ordinanze di confino relative a Castellammare del Golfo, nel seguito indica solo tre Castellammaresi tra gli antifascisti generici: Giacoma Fiorello, Filippo Piazza e il già citato Gaspare Pinco, smentendo di fatto, che il Sammartano Francesco, anarchico sia di Castellammare del Golfo, indicandolo qui come abitante a Castelvetrano.

Ed in effetti quest’ultima sembra essere proprio la verità sul Sammartano sancita anche da un lavoro di ricerca del 1989 di Salvatore Carbone e Laura Grimaldi su “Il popolo al confino – La persecuzione fascista in Sicilia”, pubblicazione dell’Archivio Centrale dello Stato, lavoro che, che come detto da Sandro Pertini nella prefazione:Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.

Verbale

L’ autorevole pubblicazione contiene brevi biografie dei perseguitati e diverse classificazioni utili per le comparazioni storiche. L’indice per luogo di nascita da sei nomi per:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Ancona Giuseppe, sacerdote;
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

comunista
Arena Antonio Andrea, muratore;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

L’indice per residenza da anche esso sei nome ma in parte diversi dai precedenti:

Castellammare del Golfo (TP)

antifascisti
Fiorello Giacoma, casalinga;
Piazza Filippo, autista;
Pinco Gaspare, muratore;

repubblicani
De Simone Antonio, impiegato;
Saccomanno Calogero (I), elettricista;

socialista
Galante Gaspare, fotografo;

Queste le brevi biografie di ciascuno così come sono stati ricavati dai fascicoli personali.

ANCONA don Giuseppe *

di Stefano e di Tartamella Gaetana, n.a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 gennaio 1875, res. a Balestrate (PA), parroco, antifascista.

Arrestato dalla PS di Castellammare del Golfo 11 novembre 1938 per aver dato prova di incomprensione politica e per offese alla memoria di un legionario in Spagna.

Assegnato al confino per anni uno dalla CP di Palermo con ord. del 12 novembre 1938. Sede di confino: Gimigliano. Liberato il 24 dicembre 1938 condizionalmente in occasione delle feste natalizie. Periodo trascorso in carcere e al confino: mesi uno, giorni 24.

Avendo presentato la nota di rimborso spese per una messa affidata il 15 maggio 1938 in suffragio del trigesimo della morte di Faro Ruffino, legionario caduto in Spagna, alle osservazioni del segretario politico del PNF di Balestrate che la messa era stata celebrata in onore di un caduto per la causa fascista, il parroco replicò che «il decesso non era un fatto di causa italiana, ma un infortunio, come potrebbe accadere ad ognuno che va in cerca di lavoro in imprese difficili e di libera scelta».

(b. 25, cc. 25, 1938).

ARENA Antonio Andrea*

di Giuseppe e di Scudera Giuseppa, n. a Castellammare del Golfo (TP) li 9 agosto 1913, res. a Costantina, Marsiglia, celibe, muratore, comunista.

Arrestato il 22 giugno 1936 per attività comunista e propaganda antifascista svolta all’estero. Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 9 luglio 1936. La C di A con ord. del 12 novembre 1936 respinse il ricorso. Sedi di confino: Ventotene, Lampedusa, Tremiti, Ponza, Pisticci.
Liberato dall’internamento il 19 agosto 1943. Periodo trascorso in carcere, al confino e in internamento: anni sette, mesi uno, giorni 29.

Fu iscritto fin da ragazzo al circolo giovanile cattolico di Castellammare del Golfo.
Nel febbraio 1931 emigrò con regolare passaporto in Marocco e svolse colà ed in Algeria, dove si era trasferito, propaganda sovversiva.
Nel dicembre 1935 venne arrestato insieme ad altri dalla polizia di Costantina perché trovato in possesso di armi, documenti falsificati e materiale di propaganda comunista, che aveva ricevuto dalla Concentrazione antifascista di Parigi a mezzo di intermediari residenti ad Algeri e Orano.
Condannato ad un mese di prigione, durante la detenzione fu sussidiato dal soccorso rosso internazionale.
Espulso dall’Algeria si recò a Marsiglia, donde fu rimpatriato nel febbraio 1936 perché sprovvisto di lavoro; a marzo fu fermato alla frontiera italiana di Ventimiglia e tradotto a Palermo quale renitente alla leva.
Essendo stato, però, da quella capitaneria di porto rinviato a nuova chiamata alle armi, fu proposto per il confino in data 4 luglio 1936.
Dal 6 settembre 1936 al 19 aprile 1937 prestò servizio militare.
Da Ventotene fu trasferito a Lampedusa per aver tentato di sobillare i suoi compagni a richiedere un aumento di sussidio giornaliero in seguito al rincaro dei viveri; inoltre in considerazione della sua persistente cattiva condotta fu proposto per il trattamento economico e discplinare riservato ai confinati comuni, invece di mantenere quello stabilito per i politici.
Durante il confino fu arrestato varie volte per contravvenzione agli obblighi e per rifiuto del saluto romano.
Il 21 giugno 1941,a fine periodo,venne internato nel campo di concentramento di S. Domino di Tremiti perché ritenuto elemento politica­mente pericoloso in tempo di guerra.
Dopo la liberazione per motivi di lavoro ritornò a Pisticci, dove venne diffidato il 24 agosto 1945 perché ritenuto elemento pericoloso per l’ordine pubblico.
Elenco di altri confinati oriconfinati originari della Tunisia proposti per il trasferi­mento da Lampedusa.
Elenco di confinati comunisti, anarchici e appartenenti al gruppo «Giu­stizia e Libertà».

(b. 36, cc. 200, 1936-1941, 1946, 1958).

DE SIMONE Antonio *

di Antonino e di Salvo Sofia, n. a Palermo il 29 maggio 1905, res. ad Alcamo-Castel­lammare del Golfo (TP), celibe, istruzione superiore, impiegato privato, repubblicano.
Arrestato il 1° febbraio 1931 per propaganda ed attività antinazionale a mezzo di riunioni e conferenze che teneva ad accoliti e simpatizzanti.
Assegnato al confino per anni cinque dalla C P di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. Sedi di confino : Ponza, Ventotene, Ponza. Liberato · il 1° ottobre 1936 per fine periodo. Periodo trascorso in carcere e al confino: anni cinque, mesi otto, giorni 1.

Allontanatosi da Palermo, si domiciliò ad Alcamo, dove· nel 1926 fu assunto come scrivano presso la locale Società elettrica. Ad Alcamo e Calatafimi fu notato in compagnia di elementi sovversivi del luogo e fondò pure una sezione del partito repubblicano dipendente da Palermo.

Nel 1927 passò a prestare servizio alle dipendenze della Società elettro­tecnica palermitana, nella sede di Castellammare del Golfo.
Assiduo lavoratore, non ricoprì cariche amministrative e politiche. A Castellammare svolse attività antinazionale e antifascista mediante riunioni e conferenze che teneva a casa sua, dove convenivano accoliti e simpatizzanti.
In seguito ad una perquisizione effettuata nella sua abitazione nella notte del 31 gennaio 1931, fu trovato in compagnia dell’impiegato Francesco Buffa di Alcamo, di Calogero Saccomanno, Edoardo Tancredi di anni 18 e Ugo Tellini di anni 17, tutti e tre di Palermo e dipendenti della Società elettrica. Nel corso della perquisizione furono rinvenute 58 copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica e la macchina da scrivere che era stata imprestata al De Simone da Damiano Tesoriere per la copiatura della circolare ; una copia del giornale « La Libertà »
del 1° gennaio 1931, edito a Parigi, organo della Concentrazione antifasci­sta; corrispondenza varia; un catalogo generale del 1928 ; cartoline con foto­grafie di Garibaldi, Verdi; Bianzon ; cartoline postali del prof. Vito Vasile e di Domenico Mancuso ; un biglietto da visita di Giulio Giambartolomeo ; un quadro con la fotografia di Mazzini ; ritratti fotografici del defunto Giacomo De Simone, di Giuseppina Romano, di Gaetano Fundarò; due agende, una del 1927 e l’altra del 1930; otto caricatori completi per carabina austriaca e nascosto nel solaio un moschetto Steyr e due cartucce per fucile dietro­ carica.
Furono inoltre rinvenuti i volumi : Lo Stato democratico dopo la guerra, L’ombra di Andighiero di Saverio Minucci, Sulla origine della Specie, I dolori del giovane Werther, Il dottor Antonio, Pegaso, Stradivario, Camicia rossa, Aurora Boreale, Il pensiero religioso di lviazzini, Tommaso Moro Gran Cancelliere d’In­ghilterra.
Tra le fotografie fu identificata quella riproducente Saverio Minucci, di anni 44, già candidato politico del partito repubblicano, che nel 1925 aveva costituito a Campobello di Mazara il Circolo giovanile di cultura maz­ziniana.
Dopo il fermo delle cinque persone, il De Simone si addossò tutte le responsabilità. Però a seguito di accertamenti risultò che il Saccomanno era
stato sorpreso, nel maggio 1923, a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi e che insieme al De Simone avevano iniziato uria campagna di pro­paganda tra la classe operaia mediante distribuzione delle copie della circolare che spedivano anche all’estero a fuoriusciti con i quali mantenevano re­lazioni: due copie della circolare erano state inviate a Francesco Proia, resi­dente a Tunisi, che in cambio aveva spedito il numero del giornale « La Li­bertà » sequestrato.
Accertate le responsabilità, De Simone e Saccomanno fu rono denunziati al Tribunale speciale, mentre gli altri tre furono rilasciati. L’11 ottobre 1932 il De Simone fu arrestato e denunziato all’autorità giudiziaria per contravven­zione agli obblighi, venendo assolto con sentenza del 17 dicembre successivo
per insufficienza di prove. Fu perciò tradotto nuovamente al confino di Ventotene.
Arrestato e denunziato una seconda volta il 25 gennaio 1934 per minacce e oltraggio, fu di nuovo assolto con sentenza dell’8 marzo dal pretore di Ponza
perché il fatto non costituiva reato.
Il 24 febbraio 1935 fu denunziato in stato di arresto alla procura di Napoli per avere partecipato ad una protesta collettiva a Ponza, rendendosi responsabile di contravvenzione agli obblighi. Il tribunale di Napoli con sentenza del 7 maggio lo condannò a otto mesi di arresto, pena confermata in appello con sentenza del 20 luglio.
Il 26 ottobre, espiata la pena nelle carceri giudiziarie di Napoli, fu ritradotto a Ponza.
Gli fu concesso di mantenere corrispondenza con il fratello Giovanni, antifascista, residente a Tunisi; gli fu invece rifiutata la corrispondenza con l’antifascista ex confinato Stefano Vivona di Calatafimi.
Il 1° ottobre 1936 lasciò la colonia di Ponza, avendo ultimato il giorno prima di scontare il periodo di confino.
Ad Alcamo continuò a risiedere in piazza Vespri 4, continuamente vigi­lato, ma non diede più luogo a rilievi d’indole politica, anche se conservò tenacemente e pubblicamente le sue idee, senza segno alcuno di ravvedimento.
Per quanto disponibile ad adattarsi a qualsiasi tipo di lavoro pesante, bracciantile o di manovalanza, non gli riuscì di fa re una sola giornata di lavoro,
restando completamente emarginato. Così scrive a Umberto Pagani di Parma, suo compagno di confino a Ponza ; infine trovò lavoro vendendo vino con un
suo parente, mentre la sua vita trascorreva ” inoperosa “.

(b. 348, cc. 135, 1931-1936; CPC, b. 1008, fa se. 89792, cc. 70, 1931-1942) .

FIORELLO Giacoma *

fu Vito e fu Palazzolo Maria; n. a Castellammare del Golfo (TP) il 7 gennaio 1888,
res. a Castellammare del Golfo, vedova con due figli, casalinga, antifascista.
Arrestata i1 14 novembre 1934 per avere sobillato più volte la popolazione contro l’applicazione delle imposte comunali.
Assegnata al confino per anni uno dalla CP di Trapani con ord. del 7 dicembre 1934.
Sede di confino : Ardore. Liberata il 15 novembre 1935 per fine periodo.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, giorni 2.
Nel l921 allorchè l’amministrazione comunale era diretta dai socialisti, la Fiorello si dimostrò convinta fiancheggiatrice dell’amministrazione partec1pando a comizi e dimostrazioni

(b.416,cc.43,1934-1935).

GALANTE Gaspare *

fu Domenico o Damiano e di Gioia Antonina, n. a Castellammare del Golfo (TP)
i1 13 luglio 1888, res. a Castellammare del Golfo, celibe, frequenza classi elementari,
fotografo, ex combattente, socialista.

Ammonito dalla CP di Trapani con ord. del 1° aprile 1927 perché il 10 gennaio aveva tentato di espatriare clandestinamente.

L’ammonizione fu sospesa con ord. della CP di Trapani in data 18 gennaio 1928.
Nei documenti del fascicolo del CPC il nome del padre appare al­l’inizio come Damiano e poi Domenico sino al 1942.
(b. 444, cc. 3, 1927; CPC, b. 2228, fa se. 3121, cc. 45, 1927-1942).

PIAZZA Filippo *

di Salvatore e di Ciaravino Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’8 aprile
1912, res. a Castellammare del Golfo, coniugato, autista, antifascista.

Arrestato i1 16 marzo 1941 per aver pronunciato parole offensive nei riguardi
del duce in un esercizio pubblico alla presenza di militari .

La sua assegnazione al confino fu disposta con telegramma ministeriale
del 2 aprile 1941 diretto al prefetto di Trapani. Questi il 15 giugno successivo
informava il ministero dell’Interno che il detenuto confinando Filippo Piazza,
già in licenza straordinaria illimitata, era stato precettato dal comando del
12o reggimento del Genio per cui il provvedimento era stato sospeso e il
Piazza rimesso il libertà e avviato al reparto. Il ministero ordinò allora la
sospensione del provvedimento.

(b . 790, cc. 4, 1941 ; CPC, b. 3934, fa se. 77006, cc. 5, 1941).

PINCO Gaspare *

di Carlo e di Colombo Teresa, n. a Castellammare del Golfo (TP) 1’11 settembre
1910, res. a Castellammare del Golfo, celibe, muratore, antifascista.

Arrestato il 24 dicembre 1939 per avere svolto attività antifascista e antinazionale a Tunisi.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 15 marzo 1940.
La C di A con ord. del 2 novembre 1941 commutò in ammonizione.
Sede di confino: Ventotene. Liberato il 3 novembre 1941 per commutazione in ammonizione.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi dieci, giorni 11.

Nel 1932, trasferitosi a Tunisi per motivi di lavoro, iniziò un’attivissima propaganda antinazionale.
Nel 1935 si trasferl a Costantina dove entrò nelle file della nota organizzazione antifascista «Unione popolare italiana », occupandosi in particolare del pagamento dei sussidi alle famiglie dei volontari arruolati nelle milizie rosse spagnole.
Arrestato per traffico d’armi e di documenti falsi, nella perquisizione operata in tale circostanza dalla polizia furono rinvenuti numerosi opuscoli di propaganda antifascista e comunista e copioso materiale di propaganda contro la guerra itala-etiopica.
Condannato ad un mese di prigionia e colpito da decreto di espulsione, dopo essere stato dimesso dal carcere vagò per vari villaggi periferici nei dintorni di Tunisi, evitando le città per timore di essere arrestato per contravvenzione al decreto di espulsione.
Nel 1937 si trasferì a Marsiglia dove si dedicò all’arruolamento di volon­tari per la Spagna rossa e fece anche parte di un comitato regionale dell’ « Unio­ne popolare italiana ».
Colpito da decreto di espulsione dalle autorità francesi, contravvenne all’ordinanza e pertanto, arrestato nell’agosto del 1939, fu condannato a
otto mesi di prigione.
Dimesso dal carcere, si recò nuovamente in Tunisia, ma il 23 dicembre 1939 venrie rimpatriato con foglio di via obbligatorio dal consolato italiano.
Arrestato a Trapani il 24 dicembre dalle autorità italiane, fu deferito alla competente CP per avere svolto attività sovversiva all’estero.
Durante il periodo del confino nel luglio del 1940 fu ricoverato all’ospedale «Pace » di Napoli perché affetto da tubercolosi e 15 giorni dopo alla « Salus »; ricoverato ancora nell’agosto nel sanatorio « Serraino Vulpitta » di Trapani, il 3 novembre fu dimesso e gli fu commutato in ammonizione il residuale periodo di confino.
Il 30 ottobre gli fu condonata l’ammonizione.
La questura di Trapani il 27 novembre 1956, nel riferire quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente al ministero che il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per « normale » vigilanza.

(b. 798, cc. 149, 1940-1941, 1956).

SACCOMANNO Calogero*

di Diego e di Amari Rosalia, n. a Palermo il 27 luglio 1905, res. a Castellammare del Golfo
(TP), celibe, elettricista, repubblicano.

Arrestato il 1° febbraio 1931 per avere svolto propaganda sovversiva insieme ad altri operai della Società generale elettrica per la Sicilia.
Assegnato al confino per anni cinque dalla CP di Trapani con ord. del 21 marzo 1931. La C di A con ord. del 23 aprile 1932 ridusse a due anni.
Sede di confino: Lipari.
Liberato il 15 novembre 1932 condizionalmente nella ricorrenza del decennale.
Periodo trascorso in carcere e al confino: anni uno, mesi nove, giorni 15.
Il primo maggio 1923 era stato sorpreso a Palermo mentre distribuiva manifestini sovversivi.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1931, in seguito a segnalazione alla questura di Trapani, fu perquisita l’abitazione di Antonio De Simone:
sul luogo oltre al Saccomanno si trovavano gli operai Francesco Buffa, Edoar­do Tancredi e Ugo Tellini, tutti dipendenti della Società generale elettrica per la Sicilia. Vennero rinvenuti, tra l’altro, cinquantotto copie dattiloscritte di una circolare sovversiva di propaganda antifascista e antimonarchica, una copia del giornale «La Libertà» edito a Parigi, organo della concentrazione anti­fascista, datato 1° gennaio 1931, un volume dell’opera Il pensiero
religioso di Mazzini, un quadro di Giuseppe Mazzini, tre cartoline illustrate riproducenti l’arresto di Garibaldi, otto caricatori completi per carabina austriaca e una carabina tipo Stey.
Sequestrati gli oggetti, si procedette al fermo dei presenti.

Dalle indagini risultò che il Saccomanno e il De Simone avevano iniziato una campagna di propaganda distribuendo copie della circolare sovversiva tra gli operai e inviandole anche all’estero a sovversivi con i quali si mante­nevano in relazione.
Il Saccomanno e gli altri possedevano strumenti di penetrazione nel­l’ambiente operaio perché potevano disporre della rete telefonica della società elettrica nonché dei servizi di illuminazione nei comuni di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo.
Il 15 giugno 1931 la PS informava che i due detenuti, Calogero Saccomanno e Antonio De Simone, assegnati al confino e in attesa di destinazione, avevano iniziato lo sciopero della fame per protesta allo scopo di affrettare la loro traduzione in colonia.

(b. ?99, fase. I, cc. 38, 1931-1932).

Come si vede si tratta di personalità le più diverse.
Singolari ed eccezionali per quegli anni e per la Sicilia le due figure di Don Giuseppe Ancona, di cui avevo già scritto in passato, e di Giacoma Fiorello, testimonianza di una sorprendente Castellammare del Golfo pre-fascista che ancora resiste ad essere scoperta.
Militanti dalla vita degna di una sceneggiatura cinematografica e dai risvolti internazionali i due comunisti Antonino Arena e Gaspare Pinco, figure ascrivibili alla categoria degli “umili”, di quelle persone che durante e dopo il fasci­smo non hanno avuto la fortuna politica che avrebbero meritato e che ci appaiono nella loro militanza ed azione antifascista animati da un rigore ideologico che non può che essere apprezzato se espresso in tali frangenti.
Su Gaspare Pinco in particolare, di cui mi auguro si sarà notato che nel 1956 nell’Italia liberata e democratica la questura di Trapani, nel riferire al Ministero quanto era agli atti di quell’ufficio, faceva presente che “il Pinco era anche allora attivista del PCI ed era iscritto al Casellario politico centrale per «normale» vigilanza”, mi riprometto di ritornare con altro materiale documentario in un prossimo post.

Vergogna e disonore

Vergogna” e “Disonore” sono le parole usate dal sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, in riferimento all’indifferenza ed al cinismo dell’Europa di fronte alla tragedia che giorno per giorno si rappresenta nel mare intorno alla sua isola.
Il sindaco Giusi Nicolini, forse non sapendo più a che santo votarsi si è rivolta a Beppe Grillo, con una lettera di denuncia dell’indifferenza che è calata sulla strage di migranti africani nel loro viaggio verso la terra promessa.

“Sono stata eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.”

Nemmeno le sepolture sull’isola sono sufficienti ormai. Il sindaco ha così spiegato che ha dovuto chiedere aiuto ai Sindaci della provincia “per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola? Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce”.

Il sindaco si dice: “indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore“.

Ed infine: “Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca,come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

La lettera integrale sta qui .

Guida Blu 2011, San Vito lo Capo c’è, Castellammare può attendere

Come è noto le spiagge migliori d’Italia vengono identificate e promosse in quanto tali ogni anno da Legambiente e Touring Club Italiano ed inserite nella “Guida Blu” annuale.

Quest’anno quattordici località hanno ottenuto il massimo dei voti ed hanno avuto assegnate le “cinque vele“.

Tra queste quattordici ben tre sono siciliane: l’isola di Salina, Noto e San Vito lo Capo.

L’Isola di Salina in provincia di Messina nell’arcipelago delle Eolie con i tre Comuni di Santa Marina Salina, Leni e Malfa occupa addirittura il secondo posto nella classifica generale.
Anche quest’anno le Amministrazioni comunali hanno portato avanti numerose iniziative di salvaguardia ambientale incrementando la raccolta differenziata, il verde pubblico, la pulizia delle spiagge e dotandosi di sistemi sempre più efficaci di certificazione ambientale.
Tutte le strutture turistiche hanno fatto della qualità un’occasione di rilancio ed è stata realizzata anche un’isola ecologica a scomparsa, l’unica delle Eolie, capace di accogliere oltre 30 tonnellate di rifiuti differenziati.

San Vito lo Capo occupa il sesto posto in classifica.
Qui il Comune ha puntato da tempo su una corretta politica di valorizzazione e delocalizzazione dell’attività turistica dando vita al progetto Baia Santa Margherita, una vasta area tra le riserve del Monte Cofano e le zone di preriserva dello Zingaro, dove non è consentita la circolazione veicolare privata ed è possibile recuperare il rapporto con una natura ancora incontaminata.
San Vito è anche il territorio siciliano con il numero maggiore di strutture turistico-ricettive fornite di certificazione Ecolabel europea, dove si è riusciti a recuperare una costa di oltre 2 chilometri da destinare esclusivamente alla libera balneazione.
A San Vito lo Capo vige il divieto di fumo in spiaggia e la promozione di iniziative e manifestazioni di pregio, al di fuori della piena stagione estiva, è un’altra delle buone pratiche che la caratterizza. Tra queste il Festival del cous cous e quello degli Aquiloni.

Noto la capitale del barocco siciliano è decima in classifica.
La cittadina è in prima linea nella lotta all’abusivismo edilizio e contro la privatizzazione del demanio.
Noto vede in costante crescita la raccolta differenziata.
Ha aumentato la fruizione dei beni culturali con nuove sale al museo civico e nuovi siti.
Ha ripreso il controllo pubblico, comunale, degli impianti idrici e fognari dopo appena due anni di gestione privata.
E’ in attesa dell’istituzione di due aree marine protette: isola di Capo Passero e Vendicari, già al centro di una suggestiva riserva regionale.

Tra le altre località siciliane premiate Favignana e Siculiana con “quattro vele“, “tre vele” per Pantelleria, Lampedusa e Linosa, Ustica, Custonaci, Menfi, Campobello di Mazara, Modica, Sciacca, Brolo, Taormina, Cefalù, Marsala e Sant’Agata di Militello.

Emma Bonino, che qualcosa ne sa, su Lampedusa dice

che “per ignoranza o per calcolo, il governo ha creato il «dramma» Lampedusa invece di governare il problema in piena legalità (e umanità)”.

Su La Stampa di oggi può leggersi una lettera della senatrice Emma Bonino, (già commissario europeo per gli aiuti umanitari d’urgenza), ve la ripropongo:

Né vittimismi né allarmismi per affrontare l’emergenza

EMMA BONINO*

Caro direttore,

affermo in tutta tranquillità che, per ignoranza o per calcolo, il governo ha creato il «dramma» Lampedusa invece di governare il problema in piena legalità (e umanità). Oscillando tra allarmismo e vittimismo, minacce di crisi di governo e dichiarazioni tanto sguaiate quanto irresponsabili di autorevoli ministri, il governo ha ignorato e violato due strumenti che aveva a disposizione per fronteggiare in maniera incisiva la crisi degli sfollati nel Mediterraneo.

Il primo è la direttiva 55/2001 emanata dall’Europa dopo la crisi umanitaria del Kosovo nel 1999. E’ intitolata: «Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi». Un titolo più calzante alla situazione di oggi è davvero difficile trovarlo. Ma lo è anche nei contenuti perché, con questa direttiva, sono regolate le norme minime per la concessione della protezione temporanea, che vale per un anno e può essere prorogata di un altro, massimo due. La condizione cessa quando è accertata la possibilità di un rimpatrio sicuro. La direttiva – di grande civiltà e buon senso, come si vede – è stata recepita nell’ordinamento nazionale nell’aprile 2003 e, tardivamente e obtorto collo, il governo si sta finalmente muovendo per la sua attivazione.

Il secondo risale addirittura al 1998. In base all’art. 20 del Testo unico delle leggi sull’immigrazione, analoghe misure di carattere eccezionale possono essere attivate a livello nazionale con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, anche senza una preliminare concertazione europea, per «rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione europea».

Di che parliamo, dunque? Parliamo di un governo che ha volutamente ignorato gli strumenti normativi esistenti scegliendo, invece, di fare di Lampedusa un’orrenda vetrina mediatica da strumentalizzare per fini politico-elettorali. Così si è cinicamente scelto di bloccare a Lampedusa migliaia di persone lasciate per giorni senza la minima assistenza, a cominciare da adeguate strutture igieniche e sanitarie, con la palese volontà di esasperare la situazione, costringendoli a una pesantissima coabitazione forzata con gli abitanti dell’isola. A questo si è poi aggiunto l’inspiegabile ritardo di un controverso piano-regioni, con la previsione di tendopoli, senza i dovuti controlli come il caso Manduria ha ampiamente dimostrato. Il tutto, poi, accompagnato da un’assurda e immotivata polemica con i Paesi europei e con l’Ue. Da non tralasciare neppure il capitolo, anche questo poco edificante, della direttiva sui rimpatri del 2008 che non è stata attuata nell’ordinamento italiano entro il termine del 24 dicembre scorso. La principale responsabilità è del ministro Maroni che ha affermato che l’Italia non poteva trasporre la direttiva a causa del reato d’ingresso o permanenza irregolare di stranieri previsto dalla legge n. 94/2009 che, appunto, viola le disposizioni della direttiva, come confermano le numerose pronunce giurisdizionali e le questioni pregiudiziali inviate alla Corte di Giustizia dell’Ue. Sia quindi chiaro a tutti il vero motivo della mancata trasposizione finora. Ma c’è la possibilità di porvi rimedio poiché la legge comunitaria 2010 è tuttora all’esame della Camera dove è stata modificata con l’introduzione della norma sulla responsabilità civile dei magistrati: non ci vorrebbe nulla ad inserire anche il recepimento della direttiva sui rimpatri quando tornerà al Senato.

Se questo è il quadro della situazione ad oggi, occorre capire cosa intende fare il governo a partire da domani. Ed è opportuno fin d’ora avvertire che allontanamenti coercitivi e collettivi sono illegittimi, come stabilito dal Protocollo IV della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, e che il blocco navale previsto dalla risoluzione 1973 dell’Onu ha lo scopo di far rispettare l’embargo su forniture al regime di Gheddafi e non di far da barriera a chi cerca di fuggire dalle zone di guerra. Insomma con tanto ritardo e tanti drammi evitabili, il governo deve «scoprire» che non c’è altra strada se non quella della protezione temporanea. Che non c’è altra strada, cioè, se non quella della legalità e dell’applicazione delle norme.

*Vicepresidente del Senato ed ex commissario europeo

 

Emma Bonino (Bra, 9 marzo 1948) è una politica italiana, vicepresidente del Senato della Repubblica dal 6 maggio 2008. È una delle figure più influenti del radicalismo liberale italiano dell’età repubblicana.
È stata ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee nel governo Prodi II, mentre in passato è stata Commissario Europeo dal 1995 al 1999, ed eurodeputata a Strasburgo. È stata inoltre membro del comitato esecutivo dell’International Crisis Group (organizzazione per la prevenzione dei conflitti nel mondo), Professore Emerito all’Università Americana del Cairo, nonché segretaria del Partito Radicale.

da Wikipedia

Lampedusa la nuova Alcatraz ?

Sembra profilarsi un destino, nel ricordo dei suoi concittadini, non più da “liberatrice”, (così veniva vista prima), ma da “venduta”, (così è stata apostrofata ieri), per Angela Maraventano, lampedusana DOC e quinta colonna della Lega a Lampedusa, in qualità di senatrice e già vicesindaco, ristoratrice prestata alla politica, nota per le sue battaglie contro la realizzazione del nuovo cpa, voluto allora dal governo di centrosinistra.

Oggi una piazza tutta schierata con il sindaco Dino De Rubeis, acclamato, da destra e sinistra, per la sua battaglia contro l’apertura, del centro di identificazione ed espulsione degli immigrati voluto dal ministro dell’Interno Maroni, ha decretato la fine del feeling con la Maraventano da parte della stragrande maggioranzapure  dei lampedusani, le ragioni della pasionaria della Lega, sono state sommerse dai fischi e dagli insulti dei cittadini che hanno deciso di andare avanti con la protesta.

Davanti al municipio la Maraventano ha tentato di vendere la sua merce spiegando ai cittadini che il Governo farà il bene dell’isola e che, presto, quello dei clandestini sarà solo un ricordo, ma l’arringa non ha affatto convinto la gente che le ha rimproverato di avere tradito le loro ragioni e di avere accettato per l’Isola il ruolo voluto dalla Lega di nuova Alcatraz al centro del Mediterraneo.

A confermare autorevolmente le impressioni dei lampedusani sul ruolo assegnato all’isola dal governo giungono le dichiarazioni di Umberto Bossi il quale ritiene che e’ giusto tenere i clandestini che sbarcano a Lampedusa sull’isola fino al loro rimpatrio e dichiara: “Maroni fa bene anche se noi abbiamo una base a Lampedusa. Fa bene perchè se li porti in giro in tutta Italia non li trovi più, scappano. Da Lampedusa sanno che per uscire possono solo tornare a casa“. 

I lampedusani intanto si preparano allo sciopero generale: “Martedì – ha annunciato il sindaco – l’isola si fermerà per dire no a uno Stato prepotente che vuole imporci le sue scelte“, “Il ministro Maroni torni sui suoi passi sulla realizzazione di un centro di espulsione a Lampedusa. L’isola non e’ in venidita io avrei potuto accontentarmi di tanti soldi ma non l’ho fatto. Questo e’ uno stato prepotente che ci vuole imporre le sue scelte. Vogliono creare un centro di espulsione per coprire la politica fallimentare di questo governo nazionale“. “Lampedusa rischia di diventare un carcere a cielo aperto -ha proseguito- noi non siamo razzisti, abbiamo sempre accolto a braccia aperte gli immigrati, tante donne e tanti bambini in cerca di speranze“, e qualcuno pensa anche di cambiare la segnaletica.

E’ un “Benvenuti ad Alcatraz” infatti il cartello che potrebbero trovare ad accoglierli i turisti, che nonostante tutto, decidessero di visitare l’isola, la prossima estate.

da “Escape from Alcatraz”

 

*** - Numerosi sono i Film ispirati o ambientati ad Alcatraz, quello he segue è un elenco tratto da Wikipedia

L’uomo di Alcatraz (Birthman of Alcatraz, 1962) di John Frankenheimer con Burt Lancaster;

Cielo di piombo, ispettore Callaghan (The Enforcer, 1976) di James Fargo con Clint Eastwood e Tyne Daly;

Fuga da Alcatraz (Escape from Alcatraz, 1979) di Don Siegel con Clint Eastwood;

L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (Murder in the First, 1995) di Marc Rocco con Kevin Bacon, Christian Slater e Gary Oldman;

The Rock (The Rock, 1996) di Michael Bay con Sean Connery e Nicolas Cage;

Lupin III – Alcatraz Connection (Rupan Sansei: Arukatorazu Konekushon, 2001) di Hideki Tonokatsu;

X-Men: Conflitto finale (X-Men: The Last Stand, 2006) di Brett Ratner con Patrick Stewart e Hugh Jackman.

Sgarbi, Gheddafi e l’annesione della Sicilia: interpretazione autentica

Su “IL GIORNALE” di oggi un lunghissimo articolo di Vittorio Sgarbi, ricostruisce l’antefatto e fa la cronaca dell’incontro avuto dallo stesso Vittorio Sgarbi a Tripoli, in occasione della consegna della grande onorificenza del Grande El-Fatah, con il dittatore libico colonnello Gheddafi.

Discordante la versioni sul come e sui perchè e come realmente andarono le cose in occasione della incursione a Tripoli del 1998 da quella che conoscevamo. I più curiosi la diversa versione dei fatti la trovano qui.

La mia richiesta a Gheddafi: la Libia si annetta la Sicilia

di Vittorio Sgarbi

Tutto comincia (o ricomincia) una decina di giorni fa. Il mio compagno di avventura e attuale assessore alla Cultura e all’Agricoltura del Comune di Salemi, Peter Glidewell, quasi distrattamente, mi trasmette un invito. Viene dall’ufficio popolare della Gran Jamahiria araba libica popolare socialista. Leggo: «Illustrissimo onorevole Vittorio Sgarbi, è con grande gioia e onore che mi pregio di allegare alla presente l’invito a lei rivolto da parte del segretariato del congresso generale del popolo a partecipare alla festa del “Giorno della lealtà” che sarà celebrato il prossimo 7 ottobre e in occasione della quale lei verrà insignito della grande onorificenza del Grande El-Fatah…». La lettera è firmata Hafed Gaddur, l’ambasciatore libico in Italia. Dagli allegati leggo che nella giornata della lealtà si onorano – ovunque si trovino – i pionieri, gli ideatori, gli amanti della libertà, nonché i sostenitori dei diritti dell’uomo.

Gaddur è un vecchio amico, e so bene perché mi è destinata questa onorificenza. Dieci anni fa, riunendoci a casa mia a Roma come carbonari, decidemmo un’impresa che ha del temerario e, per il popolo libico, dell’eroico. La seconda categoria oggidì assai rara è, nella mia intenzione, conseguenza di uno spirito libertario: la violazione dell’embargo imposto dall’Onu, su richiesta degli americani, alla Libia. L’embargo, sanzione applicata a Paesi che abbiano avuto intelligenza con il terrorismo e con l’eversione (con la Libia, l’Irak di Saddam Hussein e Cuba), è una misura odiosa che reca disagio e danno ai cittadini e non ai governi che si intendono punire. Di più, nella mia considerazione di viaggiatore, che pur con i privilegi del protocollo, via terra impiegò quindici ore per arrivare a Tripoli, e di lì alle mirabili città antiche di Leptis Magna e di Sabratha, l’interdizione al mondo di siti sublimi di interesse universale e appartenenti alla memoria dell’umanità, come anche la greca Cirene, è un vero crimine e una sottrazione inaccettabile.

Con quest’animo dunque partii da Lampedusa su due piccoli aerei con l’editore Grauso, con il regista Filippo Martinez, con il già ricordato Peter Glidewell e con il giornalista Francesco Battistini. Fu un’avventura straordinaria: e, all’arrivo a Tripoli, accolti da membri del governo e cittadini festanti, andammo in corteo alla sede del Congresso generale per essere ringraziati di un gesto che la guida della rivoluzione (così egli vuol essere chiamato) Gheddafi ricordò essere particolarmente ammirevole, oltre che insolito, perché compiuto da cristiani e non da fratelli musulmani in nome della libertà e dei diritti umani. Dopo dieci anni il riconoscimento mi sembrava un segno di civiltà e di immutata riconoscenza.

Decidendo dunque di partire, per quest’occasione meno pericolosa, dopo i recenti accordi bilaterali con l’Italia, Gaddur mi informa che saranno con noi Andreotti, Dini, Pisanu, Latorre e altri italiani che hanno dimostrato amicizia nei confronti del popolo libico. Per parte mia informo il Tg5 e, inevitabilmente, un giornalista del Corriere, che è quel Battistini che fu con noi nella storica occasione. Arrivati a Ciampino all’1.58 del 7 ottobre vedo il comodo aereo della Blue Lines inviato dal governo libico e osservo che fra ospiti e amici ci sono anche numerosi esponenti della stampa. Trovo il deputato filo-arabo Folloni, l’ex direttore del manifesto Valentino Parlato, nato a Tripoli da genitori siciliani, il figlio di Rino Nicolosi già presidente della Regione Sicilia, Maria Cuffaro del Tg3, Guido Ruotolo della Stampa, Vincenzo Nigro de La Repubblica, Piero Cascio del Giornale di Sicilia. La comitiva è allegra e incuriosita e lungo il viaggio si ricordano storie, incontri, occasioni.

Arrivati a Tripoli i giornalisti vengono separati, senza motivate ragioni, dai premiati e dagli ospiti e si attende, come consuetudine in Libia, che la cerimonia abbia inizio. Come sempre è amabile la conversazione con Andreotti e fra gli altri si distingue, per avere pubblicato gli atti del processo di Al-Mukhtar, l’eroe della resistenza condannato a morte dagli italiani (ci sono anche i parenti dell’avvocato italiano che coraggiosamente lo difese), Romain Rainero, professore alla facoltà di Scienze politiche di Milano.

Finalmente si arriva alla premiazione. Molti discorsi (in arabo), uno in serbo dell’ex presidente della Jugoslavia; infine uno (in italiano) poco seguito dell’ex ministro Dini. A questo punto i giornalisti sono sconcertati. Non c’è molto da raccontare; e, fatte alcune interviste televisive, gli inviati della stampa si appartano a scrivere. Peccato, perché quando il bello comincia, usciti dal Palazzo del Congresso con un carosello di automobili che si fanno largo nelle strade di Tripoli per arrivare all’accampamento nel deserto con le tende del colonnello Gheddafi, loro non ci sono.

Sono infatti le nove e mezza quando siamo ammessi alla tenda principale dove ci attende un Gheddafi allegro e spiritoso. Si accomodano Andreotti, Dini e Pisanu, scambiando convenevoli che commemorano gli antichi rapporti personali di amicizia e plaudono all’attuale posizione del governo Berlusconi, anche dopo le apertura di D’Alema e di Prodi. I tre antichi colleghi sembrano intimiditi, preoccupati di disturbare. I giornalisti sono lontani.

A quel punto, forte del mio credito di «eroe libico», comincio una conversazione con Gheddafi fuori dalle righe che qui, a memoria, riporto: «Credo che sarebbe una buona cosa che lei venisse in Sicilia, e non soltanto a Salemi, ma anche a Gibellina, di cui è presente lo storico sindaco Ludovico Corrao che nel corso degli anni ha coltivato rapporti e costituito un museo con testimonianze arabe e libiche significative. Dalla Sicilia è venuto anche il figlio di un presidente della Regione con cui lei ha avuto rapporti». Gheddafi, in arabo, sentita la traduzione, risponde con manifestazioni di simpatia e di affetto, che non ci vengono tradotte, nei confronti di Corrao; abbraccia e sorride al giovane Nicolosi. Io lo incalzo: «La Sicilia aspira all’autonomia dall’Italia. Potrebbe approfittarne per annetterla alla Libia» (sorrisi di compiacimento, i colleghi italiani visibilmente imbarazzati). Aggiungo: «Proprio la città di Salemi, di cui sono sindaco, ha tre quartieri importanti: uno cristiano, uno ebraico e uno arabo, detto “Rabato”. Potrebbe essere l’occasione per una conferenza, un incontro, un dialogo fra le religioni». Gheddafi conviene e conferma che verrà in Sicilia. Accetta l’invito a Salemi e Gibellina. Insisto, nel crescente sconcerto di Andreotti, Dini e Pisanu: «L’onorificenza che ci avete dato come tutti i vessilli e i simboli della Jamahiria libica sono verdi, lo stesso colore prediletto da Bossi cui lei vagamente assomiglia». Folloni, vagamente imbarazzato, sottolinea che si tratta di due verdi diversi.

Gheddafi ride. Ma fra me e lui s’è stabilita un’intesa. Fin dal saluto, avendogli Hafed ricordato la violazione dell’embargo, mi aveva sollevato la mano in segno di intesa e di vittoria. Gli chiedo, ancora: «È mai stato in Italia?». Gheddafi risponde «no, ma adesso non ci sono più difficoltà per venire. Verrò». Insisto sulla Sicilia e a quel punto Dini precisa: «Ma in Italia ci sono anche Roma, Firenze, Milano». Conveniamo sull’opportunità di questo viaggio in Italia. Andreotti, sulle uova, conclude: «Si è fatto tardi. Forse è bene che togliamo il disturbo». Come a una visita di parenti a un funerale. Non mi do per vinto. Faccio alcune osservazioni sull’Italia di oggi accostando Gheddafi a Bossi e a Berlusconi. Gheddafi sorride. Si arriva ai congedi. Arrivano, troppo tardi, i giornalisti per alcune fotografie di rito e io, salutando Gheddafi che mi alza di nuovo la mano in segno di intesa e di vittoria, gli dico: «Potrebbe venire a candidarsi in Italia, alle prossime elezioni, naturalmente contro Berlusconi. Sarebbe un buon confronto». Gheddafi sorride ancora. Non credo che si sia imbarazzato. Certamente si è divertito a sentire un italiano che non si è perduto in convenevoli. Alla fine sembra in realtà dispiaciuto che noi ce ne andiamo. E mentre veniamo giornalisti e ospiti, respinti e sospinti verso l’uscita, rimane in piedi, solo, al centro della tenda ammantato nella sua tunica marrone (djellabah), senza scorta e senza amici. Incito la giornalista del Tg5 e Maria Cuffaro a intervistarlo, ma non sanno in che lingua parlargli. E nessuno si offre di tradurre in e dall’arabo. Si allontanano sconsolate mentre Hafed promette un altro incontro per ricche interviste. Intanto le uniche parole di simpatia e di apertura verso il popolo italiano che egli ha pronunciato le ho registrate io. E, da premiato, mi son fatto cronista. Tripoli, deserto, 7 ottobre 2008, ore 21,43.”

fin qui l’articolo su “IL GIORNALE

Nel frattempo sempre oggi un barcone con alcune centinaia di migranti è stato intercettato tre miglia a sud ovest di Lampedusa dalla guardia costiera.

L’imbarcazione, lunga circa 15 metri, ha il motore in avaria  e sul posto stanno operano tre motovedette della guardia costiera.

Ieri erano sbarcati a Lampedusa oltre 400 migranti; altri 81, a causa delle condizioni del mare che non rendevano possibile il trasferimento a terra, erano rimasti a bordo della nave Sirio della marina militare il cui arrivo è previsto per oggi nella base di Augusta.

Da dove partono questi poveri cristi ?

Dai porti della Libia.

Partono di nascosto dal governo libico ?

E’ da presumere di no essendo notoriamente il governo libico una dittatura, ed in quanto tale fornito, per ovvii motivi di autoconservazione, di un apparato poliziesco a cui l’organizzazione di quotidiani e plurimi imbarchi non potrebbe essere nascosta.

Naturalmente ne Vittorio Sgarbi ne gli altri “amanti della libertà” e “sostenitori dei diritti dell’uomo” si sono sentiti in dovere di chiedere alcunchè su questo aspetto dell’ “amicizia italo-libica“.