Depurazione acque reflue: la congiura degli inetti

Dice, si fa presto a criticare, ma è un fatto certo che in quanto a trattamento e depurazione delle acque reflue e relativamente al territorio comunale di Castellammare del Golfo, tali si sono dimostrati quelli che hanno amministrato in precedenza, quelli che amministrano ora e niente ci porta ad escludere che non saranno tali coloro che amministreranno dopo

Acque reflue fuorilegge. L’ultimatum di Bruxelles

Diego Carmignani

AMBIENTE. Se l’Italia non assicurerà l’adeguato trattamento degli scarichi nei centri con più di 10mila abitanti, entro due mesi la Commissione europea potrà adire la Corte di giustizia.

Da Bruxelles arriva un nuovo deciso affondo nei confronti del nostro Paese per le sue croniche inadempienze sul fronte della tutela dell’ambiente e della salute. L’avvertimento ufficiale di ieri suona come un vero e proprio ultimatum lanciato dalla Commissione europea: l’Italia deve assicurarsi che le acque reflue prodotte dai centri urbani con più di 10mila abitanti e scaricate in aree sensibili, siano adeguatamente trattate. Pur riconoscendo alcuni progressi fatti negli ultimi tempi dal nostro Paese, l’Ue ha osservato come, sul territorio italiano, si contino almeno 143 città delle suddette dimensioni non ancora collegate ad un impianto fognario adeguato, prive di impianti per il trattamento secondario o sprovviste della capacità di gestire le variazioni stagionali delle acque di scarico. Uno stato di cose che continua ad andare contro la normativa europea sul trattamento delle acque reflue urbane: idonei adeguamenti strutturali avrebbero infatti dovuto essere avviati già dal 1998.

La normativa, promultaga ormai ben tredici anni fa, sanciva appunto l’obbligo, per le città comunitarie superiori ai 10mila abitanti, di garantire che le acque subissero il passaggio “secondario”, volto a rimuovere le sostanze inquinanti prima del riversamento in mare o in acqua dolce, e a fare fronte a quelle variazioni di carico che comportano rischi per la salute umana, per i corsi interni e per l’ecosistema coinvolto. L’Esecutivo europeo esorta quindi nuovamente Roma a conformarsi alla disposizione e, su iniziativa del commissario per l’Ambiente Janez Potocnik, Bruxelles ha deciso ieri di inviare un “parere motivato”, che rappresenta la seconda e ultima fase della procedura di infrazione al Trattato Ue. A questo punto dell’iter, se l’Italia non adempirà entro i due mesi, la Commissione potrà adire la Corte di giustizia dell’Ue. Il provvedimento odierno è complementare ad un altro, sempre riguardante l’Italia, e relativo alle città con oltre 15mila abitanti che non scaricano in aree sensibili, e che erano tenute a conformarsi alla normativa comunitaria entro il 2000. Proprio per questo caso, nel maggio dello scorso anno, la Commissione europea aveva deciso di deferire l’Italia alla Corte. Attualmente, come ha voluto sottolineare Bruxelles, sono inoltre in corso indagini per valutare la situazione negli agglomerati di dimensioni inferiori, per i quali il termine per conformarsi scadeva nel 2005.

A far paura, oltre alle possibili conseguenze giudiziarie, è naturalmente la sicurezza di tutti noi italiani, giacché «Uno su tre è senza depurazione e gli altri due hanno un trattamento non sufficiente alle necessità». Questo il punto di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, nel commentare l’ultimatum della Commissione europea. Ad oggi, secondo i dati del Rapporto Blue Book 2009 stilato da Anea e Utilitatis, la copertura del servizio di depurazione italiana è mediamente del 70,4 per cento, mentre i livelli più bassi sono stati registrati in Sicilia (53,9 per cento), Toscana (62,7), Campania (67) e Sardegna (68). «Sulle acque reflue siamo fuorilegge da 13 anni ed è indegno che il settimo Paese più industrializzato al mondo debba aspettare l’avvertimento dell’Europa per adeguarsi alla normativa». Quali le possibilità dell’Italia per mettersi in regola a stretto giro? Secondo Ciafani, «va attivata una task force tra governo, enti locali e i gestori del servizio idrico, realizzando da subito gli interventi più urgenti, altrimenti si finirà per spendere denaro inutile per le multe, invece che per la realizzazione degli impianti di trattamento». E con la stagione balneare alle porte, c’è da fare in fretta: «I 25 anni di esperienza di Goletta Verde dimostrano che la mancata depurazione è la principale responsabile dell’inquinamento lungo la costa», conclude Ciafani.”

da TerraNews.it

Sulla mancata depurazione delle acque, il Comune di Castellammare del Golfo, rischia la procedura di infrazione ?

Negli ultimi giorni il giornale “La Siciliadi Catania ha lanciato l’allarme, con una serie di articoli sulla situazione dei servizi di depurazione dell’isola alla luce anche dell’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’UE.
Vi ripropongo qui per l’interesse che la cosa ha per la nostra cittadina l’articolo pubblicato il 21 dicembre su il Corriere del Mezzogiorno ed uno tra quelli pubblicati sempre il 21 alla pagina 6 de “La Sicilia“.
Vi ricordo inoltre che la questione “depuratore” del comune di Castellammare del Golfo era stata affrontata su questo blog già qui, qui, qui ed anche qui per citarne solo alcuni, ed anche alla luce delle possibili misure di cui si discute in questi giorni.

SOTTO LA LENTE D’INGRANDIMENTO DI BRUXELLES 74 COMUNI TRA CUI PALERMO, CATANIA E MESSINA
Depurazione acque e reti idriche, l’Ue mette la Sicilia sotto accusa
A pesare sull’isola ci sono 81 provvedimenti per infrazioni: oltre trecento sono in fase di elaborazione

PALERMO – La Sicilia insieme a Campania e Calabria è la destinataria del più alto numero di procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea per la mancata attuazione del piano per la depurazione delle acque e per gli interventi su reti idriche e sistemi fognari. A pesare sull’isola ci sono 81 provvedimenti e oltre trecento in fase di elaborazione. Una situazione che spaventa sia il ministero per l’Ambiente che la Regione su cui graverebbero le eventuali multe e ritardi derivati dal loro pagamento.

Sotto la lente d’ingrandimento di Bruxelles sono finiti 74 comuni, tra cui Palermo, Catania e Messina ma anche aree sensibili di pregio naturalistico tra cui Aci Castello con la riviera dei Cicolopi, Terrasini, Castellammare del Golfo e Santa Flavia. In tutto in Italia sono 178 i comuni a non essere in regola, 129 nelle regioni meridionali, ovvero il 73 per cento.

La questione è legata all’attribuzione di competenze sulla gestione delle reti idriche all’indomani dell’entrata in vigore degli Ato idrici, una procedura che avrebbe dovuto avviare le opere di manutenzione in materia, anche alla luce dell’accordo di programma quadro firmato nel 2005 tra Regione e Ministero. Alla Sicilia sarebbe toccato un contributo di 1 miliardo e duecento milioni. Ma il meccanismo si è bloccato per lo stallo del sistema degli Ato, andato sotto gestione commissariale, poi ritornato sotto gestione regionale che avrebbe dovuto attribuire agli enti locali le competenze per far partire attività e progetti. Una situazione d’immobilismo che grava sulla Sicilia e sull’Italia che potrebbe causare danni economici di notevole livello oltre a lasciare una situazione a rischio in molte aree dell’isola.

Fonte Italpress”

da Corriere del Mezzogiorno

 

Sono 74 i Comuni che rischiano sanzioni

Catania. Settantaquattro comuni siciliani nell’occhio del ciclone, di cui undici che hanno competenze su aree protette. Situazione quanto meno imbarazzante, con fortissime sanzioni in arrivo per cui rischia di attivarsi uno scaricabarile tradizionale e triste nelle vicende siciliane. Di chi è la colpa? Un po’ di tutti. Ma quali sono le situazioni più complesse? Lo sono quasi tutte, ma ci sono aree in piena crisi. Agrigento, per esempio, che ha una serie di problematiche, dal depuratore di Licata che è stato aperto, poi chiuso, poi riaperto e di cui si sta ancora discutendo, sino alle situazioni di Agrigento e Porto Empedocle. Nel capoluogo sia le zone rivierasche che quelle del centro della città soffrono per la questione della depurazione delle acque e molti turisti questa estate, soprattutto nella zona di San Leone, hanno potuto toccare con mano le conseguenze di questi ritardi. A stare un po’ meglio è Sciacca, ma naturalmente non basta a confortare nessuno. Sta molto meglio la provincia di Ragusa, dove i depuratori ci sono, sono stati potenziati quelli della zona di Marina e i risultati si vedono e stanno nel mare più pulito di Sicilia, con tanto di riconoscimenti delle associazioni ambientalistiche. Qualche problema hanno avuto di recente Vittoria e Modica, ma le situazioni sono tornate alla normalità. Discorso diverso per il siracusano, dove nonostante l’impegno delle amministrazioni, da molti Comuni alla Provincia, ci sono ancora situazioni di enorme disagio. Per esempio quella di Augusta, dove inutilmente il sindaco Massimo Carrubba ricorda da mesi, quasi con tono accorato, che il mare augustano avrebbero bisogno del depuratore per cui da tempo sono stati trovati in fondi privati. Mancano quelli della Regione, la storia va avanti da anni, nonostante anche qui ci sia un Apq con il ministero dell’Ambiente che prevedeva una pioggia di investimenti finalizzati alla bonifica ambientale dell’area. Questo litorale, tra l’altro, è quello che si trova di fronte all’area industriale siracusana, dunque avrebbe bisogno di interventi straordinari. Le condizioni per Augusta ci sono tutte, come detto, persino con un progetto esecutivo pronto all’uso. La volontà politica, invece, non ci sarebbe ancora. Problemi anche a Melilli, dove una parte degli scarichi finisce nel depuratore consortile di Priolo, mentre un’altra grande parte ancora scarica nel pallone, dunque non passa da nessun depuratore. Impasse totale ad Avola, dove da tempo si discute del depuratore senza, però, arrivare ad una soluzione, con l’aggravante che gli scarichi a mare di questo centro finiscono con l’interessare l’area depurata di Noto con le sue splendide località turistiche e con le aree protette. E Catania? Il presidente della Sidra, la società che gestisce i servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad uso civile, irriguo ed industriale nel capoluogo e in alcuni comuni limitrofi (S. Agata Li Battiati, S. Giovanni La Punta, Tremestieri Etneo, Gravina, S. Gregorio, Misterbianco) dice: «Abbiamo impianti di depurazioni efficienti e moderni, ma purtroppo ancora intervengono soltanto con una funzionalità del 30%. Ci vorrebbero investimenti importanti, peraltro previsti e che andrebbero sbloccati al più presto, per completare con i raccordi necessari il sistema. Stiamo lavorando in alcune zone centrali della città, ma da progettare e realizzare c’è ancora molto». E’ c’è molto in quasi tutte le altre province, tanto che tra le aree paesaggistiche protette sono in crisi Santa Flavia e Terrasini (nel Palermitano) Castellammare del Golfo nel Trapanese.
A. Lod.”

da La Sicilia