Se Atene piange, Sparta non ride !

Sembra che anche a Sparta, pardon Castellammare di Stabia abbiano problemi in qualche modo legati al porto. Qui infatti la Fincantieri ha annunciato la chiusura dello storico cantiere navale di Castellammare, nato nel 1790, cosa questa che porterà alla perdita del posto di lavoro per 640 lavoratori della Fincantieri e per altri 1.200 dell’indotto.

E così i castellammaresi di laggiù esasperati hanno devastato il municipio:

Fincantieri: devastato Municipio Castellammare di Stabia – Distrutti busti e scale marmo, scritte contro sindaco

24 maggio, 14:38

(ANSA) – CASTELLAMMARE DI STABIA (NAPOLI), 24 MAG – E’ uno scenario di devastazione quello che si presenta nel Municipio di Castellammare di Stabia (Napoli) dove la scorsa notte e’ esplosa la protesta in seguito all’annuncio della Fincantieri di voler chiudere lo stabilimento stabiese.

I simboli dell’Unita’ d’Italia, come i busti in marmo di Garibaldi e Vittorio Emanuele, custoditi a Palazzo Farnese sono finiti in pezzi. Si sono salvati solo il Crocifisso e il quadro del Presidente Napolitano.(ANSA).”

Castellammare del Golfo – 1860

Ma è vero che prima del 1860 non esistevano anche nella provincia siciliana e nella fattispecie a Castellammare del Golfo dei movimenti locali di contestazione dell’ordine costituito borbonico ?

La risposta non può che essere negativa.

Castellammare era nell’ottocento parte del flusso europeo di aspirazione al conseguimento delle libertà liberali e alla creazione dello stato nazionale anche in Italia.

Nel 1820 quando la Sicilia tentò di insorgere contro la tirannide borbonica, tendendo a separarsi dalla Corte di Napoli, Castellanmare si segnalò votando per l’indipendenza della Sicilia, insieme ai comuni di Termini Imerese, Alcamo, Lercara, Nicosia, Agrigento, i quali seguirono l’iniziativa di Palermo, Messina e Catania.

Quel moto separatista, incoraggiato dalla insurrezione di Nola ed Avellino, mirava ad avere un parlamento siciliano,indipendente da quello di Napoli e fu aiutato dalla carboneria di Alcamo, dove Pasquale Calvi aveva fondato una “vendita” di carbonari.

Nel 1848 poi Alcamo e Castellammare furono tra le primie città a seguire l’ìniziativa di Palermo, e ad issare il tricolore.

In quella occasione i liberali castellammaresi elessero loro deputato il dottore Simone Riggio, il quale partecipò al Parlamento siciliano.
Di quella parentesi rivoluzionaria vale ricordare il castellammarese d’adozione, per avere sposato una castellammarese e per avervi vissuto, ed esservi defunto nel 1876, l’illustre Pasquale Calvi che nel Governo di Ruggero Settimo fu ministro della Giustizia e degli Interni, compilatore della costituzione della Sicilia e in seguito deputato al Parlamento e di nuovo Ministro dell’Interno.

Una volta restaurato il governo borbonico, tuttavia Castellammare rimase divisa in due fazioni (filoborbonici e liberali) in forte contrapposizione, tanto che temendo sollevazioni fu posta in stato d’assedio da una colonna mobile mandata da Palermo e comandata dal capitano dello stato maggiore Armenia.

Nel 1860 il 6 aprile, subito dopo l’insurrezione rivoluzionaria della Gancia di Palermo avvenuta il 4 aprile, Alcamo insorse.
A Castellammare nella casa di abitazione di Bartolomeo Asaro fu esposto il tricolore. Lo stesso giorno si sollevò Trapani e venne liberato l’avvocato castellammarese Giuseppe Borruso, già arrestato come rivoluzionario, in contatto con i liberali palermitani e con l’ericino Giuseppe Coppola che aveva partecipato alla rivoluzione del 1848.

Concentratesi ad Alcamo da qui le squadre dei rivoluzionari mossero verso Palermo.

Una di queste intercettata presso Monreale fu attaccata dai borbonici e tra i morti vi fù il portabandiera Giuseppe Fazio, parente del sacerdote liberale Antonino Zangara di Castellammare.

Un’altra squadra attaccò la colonna mobile, comandata dal Generale Letizia.In quei fatti d’armi parteciparono gli ericini con a capo il dottore Rocco La Russa e Giuseppe Borruso con altri castellammaresi. Vi furono morti e feriti e gli insorti dovettero indietreggiare.

La reazione ebbe ancora una volta il sopravvento e il principe di Castelcicala trasmise alla Corte di Napoli la notizia che: “a Castellammare e in Alcamo per la ispontanea controrivoluzione degli stessi abitanti, l’ordine è ristabilito”.

Queste brevi note riferite solo a questa limitata area dimostrano a sufficienza che la spedizione dei Mille non arrivò affatto “inaspettata” ed “estranea” rispetto alla realtà dell’Isola.

1860 – Castellammare e l’impresa garibaldina

Il 15 maggio 1860, giorno della battaglia di Calatafimi nella cala di Castellammare sbarcano circa 2.000 uomini, un reggimento di bavaresi i quali si accampano lungo la via maestra . La mattina del 16 marciano alla volta di Calatafimi, ma fatti pochi chilometri vengono raggiunti dalla notizia che Garibaldi aveva battuto i borbonici e che il generale Landi si stava ritirando per la via di Partinico. Ritornati a Castellammare si imbarcarono di nuovo per Palermo.

Scrive Giuseppe Cesare Abba in Da Quarto al Volturno: “17 maggio 1860 – Prima che noi giungessimo [ad Alcamo], si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non si parla più di questa mossa, ma si vedono laggiù in alto due navi. Potrebbero essere da guerra.”

Liberata Palermo, bisognava, da un lato garantire la gestione politico amministrativa dell’Isola e dall’altro con immediatezza, per non perdere slancio, espandere la forza offensiva della spedizione per potere risalire l’Italia continentale verso Napoli.

Così Garibaldi aveva scritto da Palermo il 3 giugno 1860 ad Agostino Bertani anima del comitato lombardo del Milione di fucili: “Io non solo vi autorizzo a qualunque imprestito per la Sicilia, ma di più a contrarre qualunque debito poiché noi abbiamo qui immensi mezzi da poter soddisfare a tutto il mondo. Mandateci dunque armi, munizioni e armati quanto potete.”

Il 10 giugno salparono, da Sestri presso Genova, i vapori Washington ed Oregon e da Livorno il Franklin.

Di questa spedizione facevano parte il corpo dei Cacciatori delle Alpi, i volontari del nord e i toscani del Guerrazzi.

Le navi ben presto si avvicinarono e proseguirono insieme il viaggio, particolarmente rischioso, perché già in precedenza una analoga spedizione, guidata da Clemente Corte, era falita e nave e volontari catturati dai borbonici erano stati trascinati a Gaeta.

La spedizione con a capo Giacomo Medici raggiunse la costa di Cagliari e dopo pochi giorni, che servirono per un primo preliminare addestramento di quella folla, animata solo da indisciplinato entusiasmo, ripartì per la Sicilia.

Garibaldi, quando ricevette una lettera del Medici da Cagliari, mandò Nino Bixio sulla costa di Partinico e Giuseppe Borruso sulla costa della natìa Castellammare, luoghi designati per lo sbarco.

La sera del 18 giugno** verso le 8 il Washington e il suo vaporino d’avviso erano nel golfo di Castellammare. Dei razzi segnalatori, lanciati dal Borruso, in risposta ai segnali del piroscafo avvisarono Medici, che quella costa era sicura e poteva iniziare lo sbarco.

I cittadini di Castellammare che avevano assistito un mese prima allo sbarco delle truppe borboniche erano piuttosto diffidenti, ma quando fu chiaro di che si trattava si aprirono le porte e i volontari furono ospitati fraternamente.

Lo sbarco si protrasse fino all’indomani e il campo fu improvvisato lungo la via maestra.

Tra quanti sbarcarono le provenienze più ricorrenti erano quelle da Bergamo, Brescia, Pavia e Genova.

Oltre al Medici, sbarcarono, Alberto Mario e la sua compagna Jessie White, Andrea D’Ondes, Simonetta, Migliavacca ed il diciassettenne Felice Cavallotti.

Garibaldi appresa la sera del 19 giugno * la notizia dello sbarco del Medici e Simonetta a Castellammare e di Malenchini, capo della legione toscana, a Trappeto, l’indomani nel pomeriggio è a Castellammare per salutare il Medici in casa di Bartolomeo Asaro.

Acclamato dalla folla mentre era intento a rifocillarsi, il generale con la forchetta in mano nell’occasione si affacciò e disse: “Brava gente, che volete che vi dica ? Voi conoscete tutti il vostro dovere; quindi io mi taccio.

E con la citazione di queste storiche parole di buon senso, si conclude la brevissima ricostruzione del contributo castellammarese all’Unità d’Italia e comincia quella della partecipazione di Castellammare del Golfo allo stato unitario, ma qui per scriverne bisognerebbe citare la rivolta del 1862 e la feroce repressione da parte del nuovo stato unitario, del brigante Turriciano e della sua banda, e questo solo per limitarci agli anni immediatamente successivi.

Tutti argomenti particolarmente complicati e bisognevoli di tempo, spazio ed approfondimenti, ed allora come ebbe a dire il generale, su questi argomenti, “mi taccio“.

Ma qualcosa ancora vorrei dire su una splendida donna, una che il Buccellato Galatioto Diego nella sua monografia su Castellammare del Golfo a proposito dello sbarco del 18 giugno** dice: “Tra i volontari i castellammaresi ricordano con ammirazione una donna, inglese di nascita, italiana di cuore, Iesse Witt Mario [in realtà si chiamava Jessie White – Mario ndr.], moglie del prode Alberto Mario, la quale, vestita da uomo colla giberna al fianco, nascondeva sotto un cappello alla Lobbia la sua folta chioma.“.

 

Jessie White Mario

Jessie White Mario, nota anche come “Hurricane Jessie”, o “Miss Uragano”, è stata uno dei personaggi chiave del Risorgimento italiano, amica di Mazzini, garibaldina, collaboratrice di Carducci, giornalista, e scrittrice, questa gentildonna inglese dedicò l’intera sua vita all’Italia, e alla causa della sua Unità.

Jessie nacque il 9 maggio del 1832, a Forton Inlet, un piccolo villaggio vicino Portsmouth, da Thomas White, discendente di un’importante famiglia di armatori e costruttori di navi dell’isola di Wight, e da Jane Teage Meriton, originaria del Sud degli Stati Uniti, e nipote di Thomas Leader Harmon, noto per essere stato uno dei primi latifondisti americani a dare la libertà ai suoi schiavi.

Jane Meriton morì quando la figlia aveva appena due anni, e il padre si risposò poco tempo dopo. Thomas White era uomo molto religioso, un rigido non-conformant presbiteriano, che impartì ai figli una severissima educazione religiosa.
Jessie però, bambina di spirito indipendente, si ribellò ben presto alle costrizioni paterne, diventando, come lei stessa si definì, una “ragazzaccia poco femminile”.

Dopo aver frequentato la scuola di Buckingham House a Portsmouth, studiò Teologia con il pastore John Daniel Morell, iscrivendosi, a soli 17 anni, alla Scuola di Teoria Sociale di George Dawson a Birmingham dove iniziò, tra l’altro, a scrivere i suoi primi articoli per il giornalino della scuola, l’Eliza Cook’s Journal.

Dal 1852 al 1854 fu lettrice di Filosofia alla Sorbona, avendo come docente Hughes Lamennais.
Fu proprio durante il suo soggiorno a Parigi che Miss White ebbe modo di stringere amicizia con Emma Roberts, allora amante di Garibaldi; e così, quando nel settembre del 1854 la Roberts partì alla volta dell’Italia per recarsi dall’Eroe dei Due Mondi, chiese a Jessie di accompagnarla.
Per la giovane inglese fu la svolta della vita!
Jessie White rimase folgorata dal fascino di Garibaldi che lei stessa definì “…un semplice cortese gentiluomo, di poche parole, restio dall’andare in società”, e decise di dedicare il resto della sua esistenza alla causa della Libertà d’Italia.

Nel 1855 rientrò a Londra dove iniziò, prima donna in Gran Bretagna, a frequentare una Scuola di Medicina senza,peraltro, completare il corso di studi.
Sempre a Londra si iscrisse alla Società Ashurts e al Circolo Amici dell’Italia, due società sostenitrici della causa italiana, venendo ben presto a contatto con Mazzini, allora in esilio nella capitale britannica. Il genovese la volle come collaboratrice e Jessie si impegnò in una intensa campagna di conferenze, articoli di giornale, raccolte di fondi, volta a sostenere i patrioti italiani.
Inoltre, quando nel 1856 Garibaldi si recò a Londra per tentare di ottenere il sostegno britannico contro l’oppressione imperiale austro-ungarica, Miss White fu scelta per fare da tramite nei colloqui del Generale con alcune eminenti personalità inglesi. Purtroppo la missione di Garibaldi si risolse in un fallimento.
Fu però proprio in questo periodo che l’Eroe dei Due Mondi cominciò a mettere in guardia la sua amica inglese dalle idee di Mazzini, ritenute da Garibaldi troppo visionarie e idealistiche per poter essere realmente utili alla causa italiana.

Nonostante ciò Jessie White seguì ugualmente Mazzini, insieme al suo amico Alberto Mario, un veneto di Lendinara, nel suo viaggio a Genova nel 1857.
Qui Jessie fu accolta come una celebrità, contribuendo in questo modo a deviare l’attenzione del pubblico da Giuseppe Mazzini, impegnato a preparare la spedizione di Carlo Pisacane a Sapri.
Come noto l’impresa fallì miseramente e Jessie il 4 luglio 1857 fu arrestata insieme ad Alberto Mario dalla polizia sabauda. Nei 4 mesi trascorsi in carcere Alberto ebbe modo di corteggiare per lettera la White e, così, quando i due furono liberati si recarono subito in Inghilterra, dove si sposarono il 19 dicembre del 1857.

L’anno successivo vide i due sposini affrontare un viaggio a New York, dove si impegnarono in un ciclo di conferenze a favore della causa italiana.
Jessie e Alberto scrissero anche numerosi articoli sul New York Times sullo Herald e sul Post, ottenendo un notevole successo di pubblico.
Proprio in questo periodo i due portarono a termine il loro definitivo allontanamento da Mazzini, avvicinandosi alle idee federali del Cattaneo.

Rientrati in Italia dopo la 2° Guerra d’Indipendenza, braccati da tutte le polizie degli stati italiani, si rifugiarono a Lugano da dove, nel 1860, partirono per Genova, arruolandosi con la seconda ondata di volontari, in partenza per seguire Garibaldi nell’impresa dei Mille.
Alberto entrò a far parte dello Stato Maggiore del Generale, mentre Jessie si impegnò come infermiera.

Famosi sono alcuni episodi di quella campagna che descrivono pienamente il coraggio della giovane inglese. Durante la battaglia di Santa Maria, Mrs. Mario uscì sotto il fuoco nemico per portare acqua e cibo a Garibaldi, a digiuno da ore.
Alla battaglia del Volturno, Jessie effettuò ben quattordici sortite sotto il piombo borbonico, per soccorrere garibaldini feriti o morenti.
Ben presto i garibaldini finirono per identificare la figura dell’intrepida “Hurricane Jessie”, con la “Bella Gigugin”, protagonista della più nota canzone garibaldina.
Durante la campagna militare, inoltre, lavorò come corrispondente per il Morning Star, portando a conoscenza del pubblico britannico i successi delle camicie rosse.

Jessie e Alberto, seguirono ancora l’Eroe dei Due Mondi nella guerra del 1866, negli sfortunati scontri di Monterotondo e Mentana del 1867, e nell’ultima vittoriosa battaglia del Nizzardo a Digione nel 1871 contro i Prussiani.

Ormai raggiunta l’Unità d’Italia, i coniugi Mario si ritirarono a Lendinara, ma la combattiva Jessie trovò ben presto nuovi motivi per lottare, nonostante la grave paralisi a tre dita della mano destra che la colpì a soli 49 anni.

Sfruttando le sue conoscenze sanitarie si dedicò allo studio della pellagra, una grave patologia causata da carenza di Vitamina B3, studiando i possibili apporti dietetici volti a mitigare e sconfiggere la malattia.

Nel 1877 pubblicò il libro La miseria in Napoli, un attento studio sulle gravi condizioni socio-economiche delle plebi partenopee.
Effettuò, inoltre, una lunga indagine sulla situazione dei minatori siciliani, culminata nella pubblicazione del libro Le miniere di zolfo in Sicilia nel 1894.
Ma la “signorina Uragano”, non tralasciò la sua passione per il giornalismo che l’aveva portata ad essere la prima donna giornalista britannica, pubblicando ben 143 articoli in 40 anni soprattutto per il quotidiano americano The Nation, e per la Nuova Antologia di Firenze.

Nel frattempo, nel 1882, il suo amato Alberto morì proprio il 2 giugno, lo stesso giorno della morte di Garibaldi. Con ammirevole dedizione Jessie si dedicò, con l’aiuto del Carducci, a completare le opere del marito, riunendole nei volumi di Scritti letterari e scritti politici.
Nello stesso anno pubblicò una biografia di Garibaldi, seguita da una di Mazzini nel 1886 dal volume Agostino Bertani e i suoi tempi, dedicata al medico personale dell’Eroe dei Due Mondi, e da scritti sulla vita di Carlo Cattaneo, Giuseppe Dolfo, Giovanni Nicotera, e, ovviamente, del marito Alberto Mario.
Scrisse, inoltre, i volumi storici I garibaldini in Francia e The birth of modern Italy, quest’ultimo pubblicato postumo.

Nel 1897, l’ormai sessantacinquenne Jessie, iniziò una nuova avventura, ottenendo una cattedra di Letteratura inglese, all’Università di Firenze.
E proprio a Firenze, Jessie White Mario, passò a miglior vita, il 5 marzo del 1906.

Il funerale si svolse con cerimonia non religiosa, tenutasi nell’appartamento della Mario, alla quale seguì un lungo corteo funebre che attraversò le strade di Firenze. Migliaia di persone assistettero ai suoi funerali, mentre 100 ragazze spargevano petali di rose al passaggio del carro funebre. La coraggiosa garibaldina inglese fu sepolta a Lendinara, accanto al suo amato Alberto.

Numerosisimi sono i libri a lei dedicati.

* – Questa nota per dire che sulle date della visita di Garibaldi a Castellammare gli storici non sono affatto concordi e vi è chi sostiene che Garibaldi fù a Castellammare il 23 maggio, e chi invece riferisce del 22 e del 20.
** – Il Buccellato Galatioto da il 22 giugno come data dell’arrivo e dello sbarco, ma gli altri autori concordano con il 18.

Civati in viaggio sulle orme di Garibaldi

Pippo Civati è in viaggio, un viaggio dal nord al sud, dal basso verso l’alto, come dice lui, sulle vie dell’Unità d’Italia nel tentativo di reinventare la politica dei giorni a venire.
Forse nemmeno ne avrei parlato, poi la lettura di questo articolo di cui vi riporto solo un brano mi ha convinto a comunicarvi che, se volete, il 22 agosto potrete incontrarlo a Calatafimi Segesta ed il 23 a Mazara e Marsala. Perchè saranno passati 150 anni ma rimane il fatto che … “Qui si fa l’Italia o si muore !”

È soprattutto un problema di simboli. E di immaginario. Lo scrive Massimiliano Panarari in un libro che andrebbe distribuito a tutti i democratici sparsi per il Paese. «Mi pare ci siano due temi fondamentali, e non più aggirabili», mi dice Massimiliano. «Sono temi della sinistra, fanno parte del suo dna». Massimiliano è chiaro: «Prima di tutto, la partecipazione, il bisogno di riportare a intervenire e a dire la propria i nostri concittadini e le nostre concittadine e, in particolare, le giovani generazioni che la gerontocrazia e i tratti da Antico regime di questo nostro Paese tengono fuori dai processi e, soprattutto, dalle sedi decisionali». E già basterebbe. Ma poi Massimiliano rincara la dose: «La cultura nella nostra epoca, postmoderna e liquida, si intreccia strettissimamente con l’immaginario, con la dimensione simbolica, della conoscenza e delle mentalità. Uno dei (tanti) problemi che ci troviamo a dovere affrontare consiste proprio nel fatto che l’immaginario di moltissimi italiani, purtroppo, è stato occupato in modo “militare” da un’egemonia sottoculturale che li induce ad abbracciare in modo quasi inconsapevole la visione di una brutta destra egoista, socialmente darwiniana e insofferente alle regole della convivenza civile».

È il campo di gioco che è già concepito a immagine e somiglianza della destra. E noi fatichiamo: «Fare politica nei nostri tempi significa proprio generare culture e immaginari nuovi, e in linea con le nostre idealità».

Prendete i giovani, ad esempio. Nel Risorgimento erano tutti ventenni. I trentenni erano già leader di una certa esperienza. E noi siamo qui a parlare non dei giovani elettori, ma dei giovani dirigenti del Pd. Come se il problema fosse questo. E i giovani-non-dirigenti non si sa come coinvolgerli, lo ripetiamo in ogni riunione, a ogni convegno. E allora andiamo a Torino. Pensando ai moti del 1821, al «mobilitiamoci» di casa nostra e, magari, al Move On che ha aperto la strada ai democratici americani.

Per convincere i giovani, bisognerebbe unire il giorno e la notte. I sogni e la realtà. Nell’epoca della classe creativa tutto ciò ha un significato anche economico.

*** – il grassetto è mio

Quelli che … se la prendono con Garibaldi

Si segnala una replica di Vittorio Sgarbi al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianfranco Miccichè per il quale andrebbero tolte dalla toponomastica dei comuni siciliani le vie intitolate a Garibaldi per sostituirlo con analoghe vie dedicate a Federico II.

“Leggendo l’inaudita dichiarazione sul proposito di eliminare le strade dedicate a Garibaldi,  credo ad un “pesce di aprile” ritardato da parte di Gianfranco Miccichè. L’Italia di cui facciamo parte non è quella di Federico II – di cui nessuno disconosce il valore – ma quella di Garibaldi e Cavour, piaccia o non piaccia a Miccichè. 

Le sue sono dichiarazioni che riproducono, forse per umana simpatia, quelle precedenti di Raffaele Lombardo. Stento a credere che due figure istituzionali, e addirittura un membro del Governo nazionale, continuino la grottesca polemica con Garibaldi e con la storia. 

L’unità d’Italia, di cui anche la Sicilia fa parte, ha il suo punto di origine in Sicilia, dalla città di Salemi da cui Garibaldi partì. 

Qualunque considerazione che cerchi di cancellare la memoria di Garibaldi è un insulto al buonsenso e alla storia. 

Cambiare i nomi delle strade, togliere lapidi e ogni altra analoga proposta, sono gesti ridicoli e grotteschi. 

Ancor più adesso che la Sicilia si avvia a celebrare il 150° anniversario dell’Unità Italia con un anno di anticipo, commemorando la data del 14 maggio del 1860, quando Garibaldi proclamò l’Unità d’Italia a Salemi.

Molte città d’Italia traggono beneficio da questa ricorrenza grazie al “Comitato per il 150° dell’Unità” che ha erogato finanziamenti per iniziative straordinarie. 

Soltanto la Sicilia sembra volere rinunciare a questi finanziamenti con una sterile polemica.”

 

Quel toscano che scappò in Sicilia

Due passioni: Garibaldi e la letteratura
Quel toscano che scappò in Sicilia

E poi c’era Leopoldo. Barboni, per la precisione. Nato nel 1848, toscanissimo, bozzettista niente male, grande appassionato di letteratura ammiratore senza se e senza ma di Giuseppe Garibaldi, dirigente scolastico

di Francesco Ghidetti

E poi c’era Leopoldo. Barboni, per la precisione. Nato nel 1848, toscanissimo (amava viaggiare, al massimo, tra Pisa e Livorno), bozzettista niente male, grande appassionato di letteratura (conosceva praticamente a memoria Giosue Carducci e Francesco Domenico Guerrazzi), ammiratore senza se e senza ma di Giuseppe Garibaldi, dirigente scolastico. Una vita serena, tra ‘gite’ in campagna e bicchieri di vino rosso. Una moglie adorata, quei bei tramonti nella campagna livornese. E poi l’insegnamento, le letture, le dolci giornate con gli amici. E invece… E invece ecco che cosa ci racconta lui in una lettera del 1895 al siciliano Nunzio Nasi, tra i protagonisti della vita politica italiana: “Io era a Livorno cioè a pochi passi da Pisa, dove sono nato, e sotto ogni aspetto avevo il diritto e il dovere di dirmi felicissimo. Ma questa felicità non doveva durare! Per una fatale caduta, alla mia povera e buona moglie si svilupparono tre fibromi, e quando la si minacciò delle più terribili fra le operazioni chirurgiche, io, atterrito, chiesi di essere tramutato quaggiù perché mia moglie è di Trapani e qua ha sorelle, e queste, in tanto penosa congiuntura, le avrebbero porta ogni più delicata assistenza”.

Un disastro, direte. E, invece, no. Barboni trascorse tutta la sua vita nel trapanese (morì nel 1921), fu apprezzatissimo intellettuale e fece carriera: da insegnante a preside a provveditore agli studi e abitò in una villetta che, parole sue, tanto amava da sentire ancora l’eco delle gesta garibaldine. E che non fosse una carriera di poco conto lo dimostra il fatto che ebbe tra i suoi alunni personaggi del calibro di Giovanni Gentile, il famoso filosofo di Castelvetrano, protagonista della storia italiana specie durante il fascismo. Barboni insegnava al Liceo Ximenes che sarebbe come dire oggi il Mamiani a Roma o il Parini a Milano.

Una storia molto divertente che potrete trovare in un bel volume scritto da uno studioso di vaglia, Salvatore Costanza: Cultura e informazione a Trapani fra Otto e Novecento. E anche una storia molto istruttiva che vede un palcoscenico con attori di primo piano. Come il già citato Gentile e la sua potente famiglia che agisce in quel di Castelvetrano. Come Francesco De Stefano, raffinato storico delle vicende siciliane dal Medioevo al Risorgimento. Per non parlare di Nunzio Nasi, deputato del ‘partito massonico’, vittima di complotti ma sempre amatissimo dalle genti del trapanese. E non è finita perché in queste pagine di Costanza assistiamo ai primi passi di un giovanissimo commissario a Castelvetrano di nome Cesare Mori, futura icona fascista della lotta alla mafia. Oppure il grande storico Nicolò Rodolico.

Ma non solo di uomini si parla. Ci sono le attività culturali, le biblioteche, i giornali, le tipografie e una lotta politica aspra e appassionante come solo in Sicilia sa essere. Insomma, un saggio tutto da leggere. Che sfata molti luoghi comuni e che ci restituisce l’immagine ‘bella’ di una Sicilia troppo spesso ingabbiata in schemi prefissati e perciò falsi.

da Quotidianonet

Castellammare del Golfo turismo, pensiamoci in tempo

Piaccia o non piaccia, si sia sostenitori dei valori del risorgimento o sostenitori di tesi neoborboniche, si segnala “magna vox” e “urbis et orbis” che nel 2010 ricorre il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, i cui festeggiamenti, leggo oggi su “Il Venerdì di Repubblica“, sono considerati al pari dell’ Expo di Milano del 2015 i due grandi eventi che potrebbero contribuire a rilanciare il turismo nel nostro Paese.

Due appuntamenti che faranno crescere l’interesse internazionale verso l’Italia“, ha detto Paolo Verri, direttore del comitato Italia 150.

A pensarci bene il 2010 è già lì dietro l’angolo, e vi è chi in tempo di vacche magre per la finanza pubblica, si affretta  a prenotare la sua piccola o grande fetta di finanziamenti per le relative celebrazioni.

A Salemi il sindaco Vittorio Sgarbi non ha mancato di fare i passi necessari  presso il ministro per i beni culturali ed il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, a Trapani grazie all’azione del senatore D’Alì, in nome di Garibaldi ed in ricordo della storica impresa dei Mille, nell’aprile del 2010 le Tall Ships, i maestosi velieri delle marinerie di tutto il mondo ripercorrerranno la rotta del generale e partendo da Quarto arriveranno non a Marsala ma a Trapani, così tanto per fare un ulteriore dispetto a Giulia Adamo. A Torino si pensa di prolungare i festeggiamenti all’anno successivo e riempire tutto il 2011 di iniziative.

Siamo certi che il Sindaco Marzio Bresciani e la sua giunta, memori della ricchezza ed originalità delle vicende risorgimentali castellammaresi, non mancheranno di elaborare per tempo, al fine di ottenere i relativi finanziamenti, significativi programmi per i festeggiamenti, le manifestazioni culturali e le celebrazioni.

Termino con le parole che il nizzardo rivolse alla folla dei castellammaresi che lo reclamava alle due del pomeriggio del 23 giugno 1960, affacciandosi dal balcone della Casa di Bartolomeo Asaro posta in quella che ancora era detta la “Via Maestra“:

Brava gente, che volete che io vi dica ? … voi conoscete tutti il vostro dovere; quindi io mi taccio“.

Io non c’ero, ma gli avvenimenti che ne sono seguiti, nel gennaio del 1862, credo dimostrino che più d’uno restò deluso da quelle parole.