Big e meno big dichiarano sulle elezioni castellammaresi

La senatrice Pamela Orrù (Pd):

Il Partito Democratico in provincia di Trapani ha conseguito un ottimo risultato elettorale, affermandosi nettamente e tornando a guidare amministrazioni importanti come quelle di Valderice e Castellammare del Golfo. Esprimo grande soddisfazione per il risultato ottenuto nei Comuni di Favignana, Paceco, Pantelleria e Poggioreale. Abbiamo messo in campo programmi amministrativi seri, reali e concreti che sono stati valutati positivamente dagli elettori. Ha vinto la buona politica portata avanti dal Pd”.
Abbiamo puntato su candidati giovani, con esperienza, incentrando la nostra proposta politica sulla serietà e sul senso di responsabilità e per questo gli elettori ci hanno premiato. Auguro buon lavoro a Biagio Martorana, confermato sindaco di Paceco, ed ai neo eletti a Valderice, Favignana, Pantelleria, Poggioreale e Castellammare del Golfo Mino Spezia, Giuseppe Pagoto, Salvatore Gabriele, Lorenzo Pagliaroli e Nicolò Coppola. Sapranno guidare i loro comuni egregiamente, dando da subito risposte concrete ai loro concittadini, in termini di servizi e miglioramento della qualità della vita”.

Il senatore Antonio D’Alì (Pdl):

A Castellammare del Golfo, dove è forte il rammarico per la mancata elezione a Sindaco di Pietro Russo, siamo il primo partito e non ci vengano a dire che ha vinto il partito democratico, che invece esce ai minimi storici e grazie ad un raggruppamento eterogeneo tutto anti-Pdl, e a molti tradimenti tra i nostri, elegge un suo storico avversario di trent’anni fa“.

Il deputato regionale Antonella Milazzo (PD):

Straordinario è il risultato di Nicolò Coppola a Castellammare, città tradizionalmente considerata roccaforte del centrodestra“.

L’ex deputato regionale Livio Marrocco (Noi per la Sicilia):

Tra i sindaci che abbiamo sostenuto ricordiamo gli eletti ai quali va il nostro augurio di buon lavoro, cioè Martorana, Pagoto, Coppola, Rizzo, Catania, Gervasi e Bica. Inoltre Noi per la Sicilia ha ottenuto consiglieri comunali a Favignana, San Vito lo Capo, Castellammare del Golfo, Custonaci e Partanna. Insomma, il nostro movimento continua il suo radicamento sul territorio e punta alla buona amministrazione come unico antidoto alla disaffezione verso la politica“.

Il coordinatore del PD alcamese Vincenzo Cusumano:

Congratulazioni al Sindaco Nicola Coppola che ribaltando ogni pronostico, ha vinto con un grosso margine. Questa vittoria può essere vista come il rilancio del centro sinistra nei comuni del Golfo di Castellammare, in una politica più vicina al nostro territorio. Analoghe congratulazioni, al giovane segretario del PD Salvo Bologna e a tutti coloro che hanno contribuito alla vittoria della coalizione del neo sindaco”.

Infine ABC (Alcamo Bene Comune) si congratula con il movimento Cambiamenti per l’ottimo risultato elettorale raggiunto:

Un risultato eccezionale che manifesta la voglia di cambiamento dei cittadini castellammaresi che hanno preferito il nuovo modo, partecipato e responsabile, di fare politica portato avanti dal movimento e dal suo candidato sindaco Maria Tesè. ABC augura un buon lavoro ai due consiglieri eletti: Stefano Cruciata e Vitalba Labita“.

Operazione Crimiso: volevano uccidere un giudice ?

Operazione Crimiso. Intercettazione in carcere, giudice sotto tutela

Il giudice per le indagini preliminari Giangaspare Camerini è stato posto sotto tutela per una conversazione intercettata in carcere tra alcuni presunti mafiosi della cosca di Alcamo e Castellammare del Golfo. L’intercettazione non è chiarissima e il senso non è unico ma la preoccupazione è forte. Nella conversazione tra un detenuto e un suo familiare si ricorda che “se il giudice si assentasse il giorno in cui dovrà decidere se rinviare a giudizio gli imputati, gli arrestati tornerebbero liberi”.
Secondo quanto emerso, i due interlocutori facevano inoltre riferimento alla possibilità di un incidente o di qualche evento che potrebbe impedire al giudice Camerini di andare in udienza. Per evitare pericoli, il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza ha quindi disposto l’assegnazione di una blindata e di una protezione per il giudice. Sull’episodio ora indaga la Squadra Mobile di Trapani che assieme alla sezione Criminalità Organizzata e ai commissariati di Alcamo e Castellammare, aveva condotto l’inchiesta sulla cosca alcamese. Si tratta dell’operazione Crimiso.
Tra le accuse contestate, associazione mafiosa, incendio, minacce, estorsione, violazione della sorveglianza speciale. L’inchiesta è coordinata dai pm della Dda di Palermo Carlo Marzella, Pierangelo Padova e Paolo Guido e dal procuratore aggiunto Teresa Principato. Il Gup Camerini, titolare di processi di mafia, aveva chiuso nel gennaio scorso un procedimento contro la mafia di Pagliarelli riguardante gli uomini di Gianni Nicchi. Nelle scorse settimane un altro allarme era venuto fuori sempre grazie alla intercettazioni in carcere: il pm Francesco Del Bene era finito al centro di conversazioni tra uomini della Noce. Stesso discorso per il pm Nino Di Matteo, oggetto di ripetute lettere anonime con minacce.

da TeleOccidente

altro sull’Operazione Crimiso qui, qui, qui, ma anche qui e qui

Vito Nicastri again !

Mafia: maxi confisca da 1,3 mld euro

E’ l’operazione piu’ cospicua in Italia, colpisce ‘area grigia’

(ANSA) – PALERMO, 3 APR – Ammontano ad oltre un miliardo e trecento milioni di euro i beni che la Dia sta confiscando in Sicilia nei confronti di un unico soggetto: Vito Nicastri, 57 anni di Alcamo. L’operazione, la piu’ cospicua mai effettuata in Italia, ”colpisce al cuore l’aria grigia di cosa nostra”. La mega confisca di beni sta riguardando la Sicilia occidentale, la Lombardia, il Lazio e la Calabria.”

Quei bravi ragazzi

Quei bravi ragazzi (Goodfellas) è un film del 1990 diretto da Martin Scorsese.
Basato sul romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi, il film è stato scritto a quattro mani dallo stesso Pileggi e da Scorsese.
Candidato a 6 Oscar nel 1991, si aggiudicò quello al Miglior attore non protagonista per l’interpretazione del mafioso Tommy DeVito da parte di Joe Pesci, alla seconda collaborazione con Scorsese, dopo Toro scatenato (1980) e prima di Casinò (1995).
Considerato tra i migliori film del regista italoamericano, è stato a più riprese definito come uno dei migliori gangster-movie di sempre.

Si va bene, ma la la notizia di oggi però è questa !

Tangenti sugli impianti eolici

Così ricattavano le imprese

Le indagini si estendono tra Palermo e Trapani. Tra gli arrestati l’imprenditore alcamese Vito Nicastro. L’inchiesta è partita dalla denuncia di Salvatore Moncada, altro imprenditore del settore al quale era stata chiesta una tangente di 70 mila euro. In manette un funzionario del Genio militare

di ROMINA MARCECA

L’indagine è partita da uno dei più accreditati imprenditori delle energie rinnovabili, Salvatore Moncada. E’ lui il personaggio chiave dell’inchiesta “Broken wings”, sull’affaire eolico a Trapani che ha portato a 5 arresti.

Un sistema di tangenti, hanno scoperto la Procura e gli investigatori del nucleo Spesa pubblica della Finanza, avrebbe strozzato gli imprenditori del settore. E adesso l’indagine getta nella bufera anche la Regione. A Moncada, è lui ad averlo denunciato, sono stati richiesti 70 mila euro per 7 progetti per la realizzazione di altrettanti parchi eolici da un funzionario del Genio militare, altrimenti non avrebbe ricevuto le prescrizioni burocratiche per i lavori.
Il funzionario di quell’ufficio – demanio e servitù militare – è Vincenzo Nuccio, finito agli arresti insieme con il figlio Francesco che è ingegnere. Il funzionario che avrebbe ricattato Moncada, sarebbe stato in rapporti di affari con Vito Nicastri, uno dei più grossi imprenditori del settore degli impianti eolici. Nicatsri avrebbe versato uan tangente da 150 mila euro a Nuccio sotto forma di una consulenza (mai realmente effettuata) assegnata al figliodi questi. Lo stesso figlio di Nuccio, poi, è stato assunto in una delle imprese di Nicastri. Nicastri era già stato oggetto di indagini nel 2010 quando gli erano stati sequestrati beni per un valore di 1,5 miliardi di euro. Anche in quel caso Nicastri, che è ritenuto in contatto con il boss latitante Matteo Messina Denaro, era accusato di avere ottenuto illecitamente contributi per la realizzazione di impianti eolici

Gli altri due indagati, che devono rispondere di tentata concussione, corruzione, emissione e utilizzo di fatture false, sono Claudio Sapienza, di Palermo, e Alberto Adamo, di Pietraperzia, nell’Ennese. Quest’ultimo è l’amministratore delegato, ma solo di facciata, della “Esp eolica service srl”, mentre il primo ne è il socio. Di fatto l’azienda, con sede ad Alcamo e operante da anni nel settore delle energie rinnovabili in Sicilia, era controllata da Nicastri e avrebbe beneficiato, grazie al pagamento di mazzette, di illecite agevolazioni nella realizzazione di imponenti parchi eolici.
La Finanza durante le indagini ha anche scoperto che Adamo, Sapienza e Nicastri hanno emesso fatture false per oltre 3 milioni tra il 2006 e il 2008.

da La Repubblica

Retata antimafia a Castellammare del Golfo

MAFIA: TRA ALCAMO, CASTELLAMMARE E CALATAFIMI LA RETE DEL RACKET DI COSA NOSTRA

19 giugno 2012 · by Rino Giacalone · in Notizie dall’Italia

Avevano riorganizzato le cosche mafiose tra Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi, le 12 persone arrestate la scorsa notte dalla Polizia nell’ambito del blitz denominato Crimiso. Tra gli arrestati volti noti, dal pedigree mafioso accertato, come i boss Nino Bonura, Nino Bosco, Michele Sottile, il giovane Diego Rugeri, ma anche soggetti nuovi. A capo delle “famiglie” storiche come quelle di Alcamo e Calatafimi vi sarebbero soggetti fino ad ora scon osciuti, un procacciatore di affari, Vincenzo Campo, e un operaio della Forestale, Nicolò Pidone. A incastrarli un summit che i poliziotti sono riusciti ad intercettare per intero e che si è svolto nelle campagne di monte Inici, appena sopra il golfo di Castellammare. Quel summit si era reso necessario perché erano insorti dei litigi e quindi dall’alto, dal vertice mafioso per eccellenza, dagli uomini più vicini al latitante Matteo Messina Denaro, era arrivato un boss, Tommaso Leo, anche lui arrestato la scorsa notte. La mafia sommersa non vuole avere a che fare con le armi, e le lotte intestine che una volta venivano affrontate con le faide e le armi, oggi vengono risolte con i “commissariamenti”. Proprio così. Un “commissario”, il boss di Vita Tommaso Leo, il cui nome per la prima volta venne fuori nell’ambito dell’operazione antimafia e antidroga internazionale denominata Igres, si è occupato di mettere pace a Castellammare del Golfo.

girolamo-genna-ls-ca-coDa Vita si è trasferito a Castellammare, ha rimesso in riga tutti. Ascoltando quella riunione i poliziotti hanno ricostruito la rete mafiosa dedita al racket. Oltre agli arresti anche 15 avvisi di garanzia: uno di questi ha raggiunto il consigliere comunale di Castellammare del Golfo Girolamo Genna, appartenente al Fli; avrebbe messo a disposizione il suo ufficio per alcuni incontri riservati. Tra i risvolti dell’operazione ancora dalle intercettazioni è emerso il nervosismo dei mafiosi verso la politica, anche i boss a proposito di antipolitica la pensano come i comuni cittadini. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale. Gli arresti sono scattati all’alba di oggi, poliziotti dello Sco, della Squadra Mobile di Trapani, e dei Commissariati di Alcamo e Castellammare del Golfo, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Palermo Luigi Petrucci su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (indagini coordinate dal procuratore aggiunto Principato, e dai pm Guido, Marzella e Padova). I destinatari dell’ordinanza sono stati:

BONURA Antonino, imprenditore alcamese del 1963 residente a Sesto San Giovanni (MI), pregiudicato per mafia, già Sorvegliato Speciale di P.S.;
BOSCO Antonino, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo del 1955, in atto detenuto all’ergastolo.
BOSCO Vincenzo, operaio castellammarese del 1963;
BUSSA Sebastiano, pregiudicato castellammarese del 1975 già Sorvegliato Speciale della P.S;
CAMPO Vincenzo, procacciatore d’affari pregiudicato di Alcamo del 1968;
GIORDANO Salvatore, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (AG) del 1959 residente a Milano;
LEO Rosario Tommaso, imprenditore agricolo pregiudicato di Vita (TP) del 1969;
MERCADANTE Salvatore, allevatore di Castellammare del Golfo del 1985;
PIDONE Nicolò, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi del 1962;
RUGERI Diego, detto “Diego u’ nicu” pregiudicato e Sorvegliato Speciale di P.S. di Castellammare del Golfo del 1980;
SANFILIPPO Giuseppe operaio pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1983;
SOTTILE Michele, pregiudicato di Castellammare del Golfo del 1962 già sorvegliato speciale di P.S.;

L’indagine ha consentito di ricostruire l’organigramma dei vertici di tale propaggine di Cosa Nostra trapanese oltre che una serie di condotte delittuose commesse dagli indagati.

da Malitalia

Mafia, dodici arresti tra Sicilia e Lombardia indagato anche un consigliere comunale

Gli arrestati secondo la Procura di Palermo sarebbero organici ai clan trapanesi. Perquisizioni a carico di altri 15 indagati, tra cui un consigliere comunale di Castellammare del Golfo

Dodici persone sono state arrestate dalla polizia nell’operazione antimafia ”Crimiso” con l’accusa di far parte dei clan mafiosi della provincia di Trapani. I provvedimenti, emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, su richiesta del procuratore aggiunto della Dda, Maria Teresa Principato, e dei sostituti Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova, sono stati eseguiti dalla squadra mobile di Trapani e della sezione Criminalità organizzata, in Sicilia a Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.

Associazione mafiosa, estorsione, incendio, violazione di domicilio e violazione delle prescrizione della sorveglianza speciale le accuse contestate a vario titolo. Sono state effettuate perquisizioni domiciliari a carico degli arrestati e di altri 15 indagati in stato di libertà cui è stata notificata l’informazione di garanzia. Tra questi, un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione, che è anche consigliere comunale di Castellammare del Golfo. I due avrebbero consentito delle riunioni dei mafiosi presso i loro esercizi.

Gli arrestati sono Antonino Bonura, imprenditore alcamese 49 anni residente a Sesto San Giovanni (Milano), pregiudicato per mafia, Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, 58 anni, detenuto all’ergastolo, Vincenzo Bosco, operaio di 49 anni, Sebastiano Bussa, pregiudicato di 38 anni,Vincenzo Campo, procacciatore d’affari pregiudicato di 45 anni, Salvatore Giordano, 54 anni, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Agrigento) e residente a Milano, Rosario Tommaso Leo, 44 a nni, imprenditore agricolo pregiudicato, Salvatore Mercadante, 28 anni, allevatore, Nicolo’ Pidone, 50 anni, dipendente stagionale del Corpo Forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, 33 anni, pregiudicato, Giuseppe Sanfilippo, 30 anni, operaio pregiudicato, Michele Sottile, 50 anni, pregiudicato. L’indagine ha fatto luce su una spaccatura apertasi all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo dopo gli arresti dei vertici alcuni anni fa nelle operazioni Tempesta I e II. Una spaccatura che secondo li inquirenti poteva portare ad una vera e propria faida interna alle cosche di Alcamo e Castellammare. Un gruppo legato a Diego Rugeri, rampollo di una famiglia mafiosa, sotto l’egida del piu’ autorevole Antonino Bonura, ”reggente” del clan di Alcamo, aveva intrapreso alcune estorsioni ai danni di operatori economici castellammaresi senza il consenso di Michele Sottile, uomo d’onore di Castellammare che, per ”anzianita”’ anagrafica, riteneva di dover capeggiare la cosca locale.

Gli attriti tra i due, sostiene la polizia, potevano sfociare in una vera e propria ”faida”. Per appianare le divergenze, Bonura, assieme a Rosario Leo, affiliato alla famiglia mafiosa di Vita, aveva convocato un summit dei clan di Alcamo, di Castellammare e di Calatafimi in aperta campagna per appianare le divergenze. Questa riunione e’ stata intercettata dagli investigatori, che hanno cosi’ compreso quel che si muoveva nel contesto mafioso provinciale. E’ stata anche riscontrata la presenza di un’ulteriore ”ala autonomista” all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare: i boss infatti accusavano Sebastiano Bussa (non presente al vertice di aver richiesto, senza l’autorizzazione della ”famiglia” il pagamento di un’estorsione ad un’impresa edile che stava svolgendo lavori pubblici nel centro della cittadina del golfo. Le indagini hanno fatto chiarezza anche su una serie di estorsioni e incendi ai danni del ristorante ”Egesta Mare” e dei bar ”Vogue” e ”La Sorgente” di Castellammare del Golfo, di vari imprenditori, di un dentista, delle ditte ”Prom.Edil” e ”F.lli Tamburello G. & c. s.n.c.”, esecutrici dei lavori appaltati dal Comune di Castellammare del Golfo per la riqualificazione urbana e il ripristino dell’antica pavimentazione del centro storico. Otre al regolare pagamento di somme di danaro, alle vittime veniva imposto di assumere parenti degli indagati, o di fornire prestazioni professionali gratis. Quest’ultimo e’ il caso del dentista.”

da la Repubblica

RETATA NEL TRAPANESE

Mafia, dodici arresti. Strappata la rete del pizzo
Martedì 19 Giugno 2012 07:23 di Riccardo Lo Verso

Retata nella zona di Trapani. Smagliata la rete del racket e decapitate le cosche. Dodici arresti.
Azzerati i vertici delle famiglie mafiose di Alcamo, Castellammare del Golfo e Calatafimi. In dodici sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Si tratta di Antonino Bonura, imprenditore alcamese e già sorvegliato speciale; Antonino Bosco, pregiudicato mafioso di Castellammare del Golfo, detenuto all’ergastolo; Vincenzo Bosco, operaio castellammarese; Sebastiano Bussa, anche lui pregiudicato di Castellammare; Vincenzo Campo, procacciatore d’affari di Alcamo; Salvatore Giordano, imprenditore pregiudicato di Ravanusa (Ag), Rosario Tommaso Leo, imprenditore agricolo e pregiudicato di Vita (Tp), Salvatore Mercadante, allevatore di Castellammare del Golfo, Nicolò Pidone, operaio della forestale di Calatafimi, Diego Rugeri, sorvegliato speciale di Castellammare, Giuseppe Sanfilippo, operaio e pregiudicato anche lui di Castellammare, così come Michele Sottile, ennesimo volto noto alle forze dell’ordine coinvolto nell’inchiesta della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile di Trapani. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Maria Teresa Principato, e dai sostituti Polo Guido, Carlo Marzella e Piero Padova. I reati contestati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, incendio aggravato, violazione di domicilio e violazione della sorveglianza speciale.

E’ stata ricostruita la spaccatura all’interno della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. Il gruppo legato a Diego Rugeri, sotto l’egida di Antonino Bonura, reggente di Alcamo, aveva iniziato a imporre il pizzo senza chiedere il permesso a Michele Sottile. All’orizzonte si profilava una faida evitata nel corso di una riunione. I due gruppi si compattarono per fronteggiare l’avanzata di un’altra fazione, quella di Bussa e dei Bosco. Lungo l’elenco delle vittime del racket: dai titolari del ristorante Egesta Mare di Castellammare del Golfo all’imprenditore Salvatore Buscemi; dai proprietari del bar Vogue al dentista Salvatore Magaddino, sempre di Castellammare del Golfo agli imprenditori della Prom.Edil. e della Fratelli Tamburello di Partanna, vincitrici della gara per la riqualificazione del centro storico di Castellammare. Per finire con il titolare del noto bar La sorgente di Castellammare del Golfo e con gli imprenditori Giuseppe Blunda e Luigi Impastato. Tra gli indagati a piede libero ci sono anche un immobiliarista e il titolare di uno studio di progettazione di Castellammare con un passato da consigliere comunale che avrebbero ospitato delle riunioni di mafia.”

da Live Sicilia

“Mafia: 12 arresti nel trapanese, in carcere consigliere comunale

ultimo aggiornamento: 19 giugno, ore 08:38

Palermo, 19 giu.- (Adnkronos) – E’ in corso una vasta operazione antimafia nel trapanese eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato dodici persone. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Palermo Luigi Petrucci, che ha accolto le richieste del Procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato e dei pm Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova. In carcere anche un consigliere comunale di Castallemmare del Golfo. Gli arresti sono stati eseguiti tra la Sicilia e la Lombardia, da Castellammare del Golfo, Alcamo, Calatafimi e Vita, e in Lombardia a Milano e Sesto San Giovanni.”

IGN

Trapani: non c’è pace tra le tonache (9) – Arrivano gli inviati !

Oggi ben due articoli su “La Stampa” di Torino dei due inviati venuti apposta ia Trapani nella giornata di ieri, per capire di più sul legame tra le vicende della Curia Trapanese e gli interessi che girano intorno alle dimissioni di Gotti Tedeschi dallo IOR.

La procura di Trapani prepara un’altra rogatoria sui conti sospetti. E anche Roma vuole chiarimenti

di GUIDO RUOTOLO – INVIATO A TRAPANI

VATICANO, I MISTERI DELLA BANCA. L’INCHIESTA SICILIANA – Ior, nuovo affondo dei giudici

La Sala Stampa del Vaticano fa sapere che i magistrati della Santa Sede stanno analizzando la richiesta di Trapani. Non è un semaforo verde alla rogatoria inoltrata dalla Procura, è un tentativo di rompere l’accerchiamento, di alleggerire il carico, la pressione sul Vaticano.

Come se non bastassero i «corvi» e i «maggiordomi». E poi i guai dell’ex numero uno dello Ior, il professor Gotti Tedeschi, il 4 giugno, veicola un’email di cui è venuto in possesso e che lo riguarda. Un’email in cui è scritto: «Quello che puoi fare è creare un consenso perché si chieda a gran voce una commissione d’inchiesta (o un commissario) sul caso Gotti Tedeschi».

I veri titolari

Ecco, come se non bastasse tutto questo, come se già l’aria non fosse carica di complotti, ci voleva pure Trapani, con i suoi ammanchi di milioni di euro dalle casse della Curia. Senza parlare dei conti milionari aperti dai trapanesi allo Ior, con il fondato sospetto che i veri titolari siano uomini di Cosa nostra. Anche il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, che si occupa di riciclaggio alla banca vaticana, ha chiesto chiarimenti a Trapani, manifestando disponibilità a collaborare all’inchiesta siciliana (Trapani gli ha mandato la sua rogatoria). E potrebbe non essere l’unica. Le indagini trapanesi si stanno arricchendo di acquisizioni processuali tali che la Procura sta valutando in queste ore di procedere a un’ulteriore rogatoria da inoltrare alla Santa Sede.

Il conti di don Ninni

Afa da Ferragosto, e siamo solo a giugno. La tensione in città si taglia a fette. Perché qui, a Trapani, il clima non è diverso da quello che si vive nelle Sacre Stanze. Un vescovo defenestrato dopo un processo sommario non è da tutti i giorni. Soprattutto se è vero che l’indagato eccellente per la storia degli ammanchi nelle casse della Curia è un prete, don Ninni Treppiedi, di quelli che frequentano i salotti buoni della città. Un sacerdote molto legato a quell’ex sottosegretario berlusconiano, Antonio D’Alì, finito sotto processo per concorso esterno alla mafia. Un uomo della dinastia dei banchieri D’Alì che avevano terre dove ha prestato servizio come campiere anche Francesco Messina Denaro, padre del boss Matteo, l’ultimo degli Stati Maggiori stragisti di Cosa nostra, ancora latitante.

Terra di banche e di riciclaggio d’alta mafia, il Trapanese. Addirittura nella vicina Castellammare del Golfo, Giovanni Falcone si avvicinò alle raffinerie di «polvere bianca» di Cosa nostra. Ma terra anche di massoneria, con la sua loggia spuria, la Loggia Scontrino, dove mafiosi e borghesia andavano a braccetto.

La vicinanza a Cosa nostra

La Chiesa di Trapani, quando lo Stato reagì alle stragi di Falcone e Borsellino con il 41 bis, divenne punto di riferimento delle famiglie mafiose che protestavano contro il carcere disumano.

Ecco, i contrasti attuali nella Chiesa di Trapani nascono in questo contesto. Il vescovo Micciché è stato defenestrato per aver collaborato alle indagini della magistratura italiana? O perché don Ninni Treppiedi ha messo a verbale davanti a un pm che il vescovo aveva conti milionari (dollari) allo Ior?

Che storiaccia, l’inchiesta siciliana. Don Ninni si era specializzato in firme false, quella del vescovo Micciché gli riusciva benissimo, diventando per grazia ricevuta amministratore ed erede universale di beni ecclesiastici e complessi storici come il convento di Alcamo «Angelo Custodia».

Il «saccheggio»

Dalla lettura delle carte della Procura, questo è il giudizio che si trae su don Ninni e i suoi complici: «Il contesto nel quale operano è quello di un vero e proprio saccheggio di beni di titolarità della diocesi trapanese e delle varie parrocchie “frequentate” dal Treppiedi, da ultimo quelle alcamesi».

Il sospetto degli inquirenti è che il giro d’affari di don Treppiedi sia stato intorno a una decina di milioni di euro, che dovrebbero essere transitati su conti Ior. Il legale del sacerdote, l’avvocato Galluffo, però precisa che il suo assistito aveva un solo conto corrente alla banca vaticana, per un importo complessivo di 16.000 euro (il conto è stato chiuso), frutto degli stipendi per il lavoro svolto all’università «Lumsa». E nessun altro. Lasciando così intendere, l’avvocato di don Ninni, che conti milionari allo Ior ci sono e sono riconducibili ad altri.

da “La Stampa.it

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Gli strani affari del don “Ha fatto sparire un milione di euro” – L’economo nel mirino dei magistrati

di GIACOMO GALEAZZI INVIATO A TRAPANI

All’apparenza è un intrigo di potere locale, in realtà è uno scontro nel cuore del potere vaticano. Con tanto di maggiorenti Cei e cardinali di Curia schierati per l’una o per l’altra parte. Nella devastante faida di Trapani tra il vescovo defenestrato Micciché e l’economo ribelle don Treppiedi entrano in campo fazioni ecclesiastiche e santi in paradiso. Nel decreto in cui si stabilisce la «sospensione dal sacro ministero», il 20 febbraio, la Congregazione per il clero ritiene provata la responsabilità di don Antonino Treppiedi per il «mancato rendiconto» di gestione con «particolare riferimento a due assegni bancari di 97mila e 50mila euro». Per la Santa Sede «l’ostinata contumacia del reo» e la «speciale gravità della violazione» esige «l’urgente necessità di riparare lo scandalo dei fedeli».

Ma don Treppiedi non accetta la sanzione e così è lo stesso ministro del Clero, cardinale Mauro Piacenza a scrivere il 31 maggio al sostituto di Micciché, l’arcivescovo Plotti, per ribadirgli che «la censura della sospensione al sacerdote è immediatamente esecutiva ed efficace». Malgrado ciò l’avvocato di don Treppiedi sostiene ancora che il provvedimento sia congelato da un ricorso. Intanto le carte vaticane (dove si evidenzia un ammanco di oltre un milione di euro) e quelle dei magistrati di Trapani descrivono un vortice infernale di rogiti, mutui, operazioni finanziarie. Più che una diocesi, quella di Trapani sembra un’agenzia immobiliare. Una sequela di vendite, passaggi di mano, trasferimenti, come la cessione a prezzi stracciati della canonica della parrocchia del Rosario. Secondo la procura, Micciché era sempre all’oscuro di tutto, persino che don Treppiedi avesse svenduto la canonica a un suo fedelissimo. Tutto alle spalle del vescovo. Anche il convento di Alcamo affidato dalle suore al sacerdote. L’inchiesta della procura, che aveva prima innescato il 7 giugno 2011 l’invio del «visitatore apostolico» Mogavero e a metà maggio la rimozione del vescovo Micciché, riguarda ufficialmente un ammanco di denaro nella fase di incorporazione da parte della fondazione «Auxilium» di un’altra fondazione gestita dalla Curia, la «Campanile». Sullo sfondo come nella tradizione dei «pupari» siciliani si muovono, però, ingombranti padrini. Micciché deve molto della sua carriera al discusso arcivescovo Cassisa, sotto la cui guida la diocesi di Monreale divenne epicentro di veleni e bufere di mafia. Treppiedi da parte sua ha parentele e amicizie influenti tra porporati e politici. In Sicilia come a Roma è guerra di nervi e di calunnie. Malaffare, scandali sessuali, nepotismi, sodalizi con «uomini d’onore». Ogni arma è buona pur di danneggiarsi. Qui la Chiesa conta ancora tanto: nelle urne, nei cda delle banche, tra la gente che affolla il porto e i paesi barocchi. Non è un caso che per «pacificare» quest’angolo indocile della Sicilia la Santa Sede abbia speso l’influenza della Cei delegando l’ex vicepresidente (Plotti) e l’ex sottosegretario (Mogavero). Malgrado ciò, la guerra è tutt’altro che terminata.

da “La Stampa.it

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http://diarioelettorale.wordpress.com/2012/06/09/trapani-non-ce-pace-tra-le-tonache-8-la-pecunia-che-non-olet-non-sarebbe-quella-mafiosa/

Endorsement di “Diarioelettorale”: “Se votassi ad Alcamo voterei Sebastiano Bonventre”

Al che il lettore può in tutta libertà tranquillamente chiosare con un: ” E chi se ne frega !” e chiuderla qui.
Tuttavia mi permetterò di fare qualche considerazione sul perchè tra Niclo Solina e Sebastiano Bonventre al ballottaggio sceglierei quest’ultimo.

Qui si è abituati a guardare la politica, non solo come scontro tra uomini, più o meno piccoli, più o meno interessati agli aspetti meno nobili dell’esercizio del potere, ma anche, per ciò che essi producono in positivo nelle diverse realtà locali per quelle medesime comunità.

Dal nostro punto di osservazione, limitrofo ad Alcamo, e quindi distaccati quel tanto che basta a non coinvolgerci emotivamente e politicamente, abbiamo avuto modo di osservare i cambiamenti avvenuti nella realtà alcamese nell’arco degli ultimi venti anni, quando in seguito alle vicende conseguenti alla caduta della 1a repubblica al 1° rinnovo del consiglio comunale, Alcamo eleggeva a Sindaco alla guida di una maggioranza di centro-sinistra, il dottor Massimo Ferrara, attuale deputato regionale del Partito Democratico.

Per dare un’idea della differenza qui, a Castellammare del Golfo, comune limitrofo, nelle elezioni del 6 giugno 1993, si eleggeva a sindaco Giuseppe Battiata, a capo di una maggioranza non meglio definita, e a capo di una giunta di cui era vicesindaco Francesco Cacciatore.

Due mandati ha fatto Massimo Ferrara e due mandati ha fatto il suo successore Giacomo Scala, sempre alla testa di maggioranze definibili comunque di centro-sinistra.

Innegabili e numerosi i vantaggi conseguenti a tale continuità amministrativa, sul piano della possibilità di programmazione, delle realizzazioni, e in definitiva della crescita economica e della qualità della vita per la comunità alcamese.

Provate a paragonare, non dico i risultati raggiunti nel medesimo periodo, a Castellammare, (per il quale potrebbero avanzarsi legittime obiezioni, per un confronto, anche solo a partire dalle dimensioni), ma a Partinico, realtà più simile sul piano dimensionale e per struttura economica, la quale in questi venti anni ha visto l’avvicendarsi di maggioranze politiche di segno diverso, ma sempre comunque rissose ed incapaci a determinare reali cambiamenti in favore della comunità amministrata.

Non conosco personalmente Sebastiano Bonventre, ma so per certo che se fossi alcamese voterei per una sana continuità, senza per questo sentirmi “conservatore”, nel senso politico del termine.

Anche perchè i “conservatori”, (Orlando, Noi Sud di Miccichè, la De Luca, PDL di D’Alì) si stanno raccogliendo a sostegno dell’”innovatore” Solina e non mi pare che costoro vogliano “cambiare” Alcamo nello stesso senso che dò io a tale termine.

Ad Alcamo il gioco si fa duro

… e sporco, e allora accade che:

23/02/2012 -
Alcamo, bomba carta davanti alla segreteria del senatore Papania

TRAPANI. Una bomba carta è esplosa stasera intorno alle 23 di ieri, ad Alcamo, davanti al portone d’ingresso della segreteria politica del senatore Antonino Papania (Pd), in via Roma. L’esplosione ha provocato danni limitati al portone e ad un’auto parcheggiata.
Il boato è stato avvertito in tutto il centro storico cittadino. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Alcamo che stanno conducendo le indagini.

*** Update

“ALTRO EPISODIO. I carabinieri indagano su un incendio, di accertata matrice dolosa, che la scorsa notte ha danneggiato ad Alcamo, nella via Kennedy, l’auto dell’avvocato civilista Rosario Papania, figlio di un cugino del senatore Antonino Papania. Il rogo si è sviluppato intorno alle 2. Tre ore prima, alle 23, una bomba carta era esplosa davanti alla segreteria del parlamentare, in via Roma. Gli investigatori definiscono “particolare” la circostanza che i due episodi, apparentemente non collegati, si siano verificati a distanza di solo tre ore l’uno dall’altro.”

da GDS.it

Provincia di Trapani: opere pubbliche a perdere

La pedana per l’accesso al mare da parte dei disabili collocata solo cinque mesi fa sul litorale di Alcamo Marina è stata distrutta, nei giorni scorsi, ufficialmente, dal maltempo.
L’opera era stata realizzata e finanziata, con una spesa di diverse centinaia di migliaia di euro, dalla Provincia Regionale di Trapani presieduta dall’alcamese Mimmo Turano e realizzata da una ditta (quando si dice la combinazione) alcamese che si era aggiudicata la gara.
In percorso pedonale realizzato in legno e alluminio e lungo un chilometro e settecento metri, aveva lo scopo di consentire ai diversamente abili di accedere facilmente alla spiaggia, con una pedana posizionata nel tratto che va dalla stazione di Castellammare del Golfo fino alla località “La Battigia”.
Una struttura che era stata inaugurata in pompa magna dal presidente della Provincia, Mimmo Turano, e dahli amministratori del comune di Alcamo.
Non si hanno notizie di chi avrebbe dovuto provvedere alla rimozione del percorso pedonale prima del sopravvenire della stagione invernale, al suo stoccaggio in magazzino e alla successiva ricollocazione in primavera.
A dire il vero, non si ha notizia nemmeno di chi avrebbe dovuto prevedere il facilmente prevedibile, nel ciclo di vita dell’opera pubblica.
Sembra che l’opera abbia avuto un costo intorno ai 500mila euro, soldi pubblici naturalmente.

*** – Update

Alcamo Marina

La Corte dei conti indagherà sulla passerella per i disabili

Domenica 19 Febbraio 2012
Trapani,pagina 35

“Alcamo. Approda alla Corte dei Conti la questione relativa alla discussa passerella di legno sul litorale di Alcamo Marina – fatta costruire dalla Provincia per circa 600 mila euro – che avrebbe dovuto permettere ai disabili di passeggiare fin quasi in riva al mare. A denunciare lo «spreco» è il consigliere provinciale Giacomo Sucameli. La struttura, che si estendeva per quasi un chilometro, è stata spazzata via dalla prima mareggiata invernale.
«E’ ovvio – scrive nell’esposto Sucameli – che avrebbe dovuto essere ancorata bene al suolo o sarebbe stato necessario smontarla a fine stagione per rimontarla a stagione nuova. Si è trattato di uno sperpero di denaro pubblico».
Giacomo Sucameli aveva più volte sollecitato la Provincia all’adozione di provvedimenti. Non avendo ottenuto alcuna risposta il consigliere provinciale si è ora rivolto al Procuratore generale della Corte dei Conti affincheè venga perseguito «ove ravvisi i presupposti, i responsabili per un eventuale danno erariale».
Erano state raccolte migliaia di firme contro quello che veniva considerato uno spreco. Il progetto prevedeva un prolungamento sino alla zona Aleccia. Ancora prima della forte mareggiata i normali agenti atmosferici avevano intaccato l’intelaiatura metallica di sostegno alle tavole e si intuiva che non poteva reggere a una forte tempesta. C’è anche una protesta che viaggia in «rete» e mira a scongiurare che il progetto venga proseguito per evitare «ulteriore spreco di denaro pubblico».”

Enzo Di Pasquale
19/02/2012

da La Sicilia

Ad Alcamo in manette il re dei rifiuti

C’è anche l’alcamese Vincenzo D’Angelo, imprenditore del settore dei “rifiuti”, tra i 54 arrestati nell’ambito dell’operazioneGold Plastic” condotta dalla Guardia di Finanza a Taranto ma anche in altre regioni italiane.

Le cinquantaquattro ordinanze di custodia cautelare in carcere, sono state emesse nei confronti degli appartenenti ad un pericoloso sodalizio criminale “transnazionale”, dedito all’illecito traffico transfrontaliero di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, costituiti da materie plastiche, gomma e pneumatici fuori uso».

L’operazione, che ha interessato 13 regioni, costituisce l’epilogo di una attività investigativa avviata nell’aprile 2009 da guardia di finanza e Ufficio doganale, sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Taranto e, successivamente, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Gli investigatori, anche con l’ausilio di intercettazioni telefoniche e telematiche, hanno ricostruito un traffico illecito di rifiuti speciali esportati dall’Italia verso diversi Paesi del sud est asiatico attraverso 1507 container, per un quantitativo complessivo di circa 34 milioni di chili, pari ad un illecito giro di affari dell’importo di oltre 6 milioni di euro. L’ammontare del traffico è stato determinato contabilizzando sia gli ingenti costi evitati per lo smaltimento dei rifiuti presso siti italiani autorizzati sia per i cospicui compensi percepiti in nero, anche su conti bancari esteri, da soggetti italiani.

Sono state eseguite anche numerose perquisizioni e sequestri preventivi di beni in 21 aziende, per un valore di oltre 6 milioni di euro.

Nei confronti degli arrestati (rappresentanti di società operanti nel settore del recupero e riciclaggio di rifiuti speciali, spedizionieri doganali e agenti di compagnie di navigazione), sono stati ipotizzati i reati di “associazione per delinquere transnazionale finalizzata all’illecito traffico di rifiuti” e “falsità ideologica in atto pubblico”.

La spedizione dei rifiuti speciali avveniva mediante la predisposizione di falsa documentazione commerciale e doganale riportante dati non veritieri in ordine alla tipologia del materiale, al paese di destinazione nonchè all’impianto di recupero finale, compromettendo pertanto la loro tracciabilità a tutela dell’ambiente. Nella maggior parte dei casi i rifiuti speciali non erano stati oggetto di alcun trattamento preliminare e potrebbero essere stati utilizzati come materia prima per la produzione di giocattoli, casalinghi, biberon e prodotti sanitari destinati alla commercializzazione sull’intero territorio nazionale ed europeo».

Sull’operazione “Gold Plastic” e sui precedenti fatti ed inchieste, che hanno visto coinvolto il re dei rifiuti alcamese Vincenzo D’Angelo un ottimo articolo di Rino Giacalone su Malitalia