Di preti sesso e malversazioni

 

Ne uccise cinquecentosedici tra uomini e donne, ma tutti legalmente !
E non solo li uccise, ma a tanti staccò la testa le braccia e le gambe, qualcuno lo bruciò, ma in nome di Dio e del Papa Re.
Lo chiamavano Mastro Titta il suo nome vero era Giovan Battista Bugatti e fu il boia del Papa dal 22 marzo del 1796 fino al 17 agosto 1864 data della sua ultima esecuzione.
Con quest’ultima esecuzione Giovanni Battista Bugatti fu collocato a riposo, su proposta di Monsignor Fiscale il quale nella sua relazione lo qualifica per l’illustre Bugatti. Il Consiglio de’ Ministri avanzò la proposta a Sua Santità.
Pio IX l’approvò il 28 febbraio dello stesso anno concedendogli la pensione mensile di scudi 30 «in vista della di lui senile età e dei lunghissimi servigi» con decorrenza dal primo novembre, nel qual giorno gli succede Vincenzo Balducci, suo aiutante fin dal 1850. Le esecuzioni di Balducci furono poche (la più famosa quella avvenuta il 24 novembre 1868 nella quale furono giustiziati i patrioti Monti e Tognetti alla presenza anche di Mastro Titta) perché sopraggiunse la Breccia di Porta Pia ad interrompere la sua carriera.
A Giovanni Battista Bugatti non fu dato di assistere a quell’avvenimento in quanto quindici mesi e due giorni prima, ed esattamente il 18 giugno 1869, egli moriva. Il suo decesso è registrato a pagina 89 del libro IX della Parrocchia di S. Maria Traspontina.
Vi fu chi raccolse le sue memorie e le pubblicò con il titolo di “Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso“, una sorta di raccolta di cronaca nera della Roma papalina.
Da tale testo una “edificante” (si fa per dire) storia di preti, sesso e malversazioni nella Roma dell’ottocento, la storia di Cesare Abbo:

1891_-_Giovanni_Battista_Bugatti,_Mastro_Titta,_il_boia_di_Roma_e_la_giustizia_dei_Papi,_Roma,_Tip__Edoardo_Perino_Edit_,_1891

Incisione tratta dal volume di Giovanni Battista Bugatti, Mastro Titta, il boia di Roma e la giustizia dei Papi, Tip. Edoardo Perino Edit., Roma 1891. Si tratta di un romanzo anticlericale, nel quale è descritto come un sacerdote disonesto e miscredente arrivi a stuprare il proprio nipote, anch’egli sacerdote.

LXXXII.
Un triste Don Giovanni.

Cesare Abbo aveva portato dalla natura un temperamento estremamente lussurioso. Appartenente a famiglia ricca e di ottime origini, che godeva di gran credito nella migliore società, egli si era abbandonato giovanissimo a tutti gli eccessi, ed aveva sciupato il proprio patrimonio nel giuoco, nella crapula, negli stravizi di ogni genere, seminando il sentiero della sua vita di vittime infelici della sua foia.
Non una donna poteva passargli vicino senza ch’egli tentasse di farla sua colla violenza o colla seduzione, sorprendendola e assoggettandola per forza alle sue voglie, se gli veniva fatto, ingannandola con mentite proteste d’amore, o guadagnandola coll’oro, che spargeva a piene mani, se non gli era stato concesso di possederla altrimenti. Egli non conosceva ostacoli, in una parola. Quando incontrava delle difficoltà i suoi desideri si acuivano e diventavano irresistibili, e per appagarli non rifuggiva da qualsiasi mezzo.
Alto e ben proporzionato della persona, dotato di un vigore erculeo, coll’ampio torace eretto, lo sguardo ardito e provocante, la bocca estremamente sensuale, Cesare Abbo spirava ed aspirava voluttà per tutti i pori e incontrava spesso le simpatie muliebri. Ma nessuna passione durava a lungo in lui. Spossato dai godimenti di una notte, era capace di abbandonare e di respingere il giorno dopo l’incauta donna, per la quale aveva commesse le più grandi pazzie alla vigilia.
Le sue avventure correvano su tutte le bocche, ne’ crocchi della gente poco scrupolosa, ed erano argomento di perenni facezie di incitamenti erotici. Si parlava di lui come di un Don Giovanni della peggiore specie.
Si narrava che una notte in un albergo aveva sorpreso una signora sola, penetrando dalla propria nella camera di lei dopo averne forzata la porta. La signora aveva tentato di chiamare aiuto, ma egli le aveva posto un bavaglio alla bocca e non potendo trarla per amore a soddisfare il suo capriccio, l’ebbe colla violenza e dopo averne oscenamente abusato fino al mattino, non sapendo come sottrarsi alle conseguenze del suo misfatto, la legò sul letto per le gambe e per le braccia con delle salviette, quindi, indossati gli abiti della signora, se ne fuggì, dopo essersi calato sul volto il fitto velo del cappellino che ella portava, lasciandola in quella terribile posizione.
Quando i camerieri entrarono nella camera della disgraziata e la liberarono, Cesare Abbo aveva già lasciato la città e non ci fu verso di rintracciarlo.
In un’altra occasione, incaricato da un amico di portare sue notizie alla propria moglie, si reca da lei per eseguire la commissione avuta e viene dalla signora accolto colle migliori cortesie.
Ma le grazie soavissime di quella donna giovane e bella lo incantano, lo abbagliano, gli danno le vertigini. D’un tratto interrompe bruscamente il discorso e, afferrandole la candida mano, le dice con accento inesprimibile:
— Sofia!
La signora stupefatta, cerca di ritirare la mano, ma Cesare la trattiene e continua ad investirla.
— Sofia, io ti amo.
— Signore — risponde indignata la signora, voi dimenticate dove vi trovate e con chi parlate.
— Mi trovo accanto ad un angelo e parlo colla più cara, la più avvenente, la più vezzosa delle donne.
— Queste parole che io dovrei respingere in qualunque momento le pronunziaste, sono ora un insulto per me. Ricordate che siete qui presentato da una carta di mio marito, di un vostro amico, che si è affidato alla vostra lealtà.
— Parole, parole, Sofia, inutili parole. L’amore è una fiamma che divampa improvvisa, o non è.
— Io respingo questo amore, che voglio ritenere per un’aberrazione istantanea.
— Aberrazione sarebbe per noi non aprofittare delle gioie che ci promette questo involontario incontro. Forse tuo marito in questo momento medesimo, fa con un’altra, ciò che io desidero fare con te. Amiamoci Sofia. Val più un’ora d’oblio e d’ebbrezza che vent’anni di felicità calcolata, autorizzata, legittimata da quella scempiaggine che è il matrimonio.
Atterrita da questo impudente linguaggio, la signora resta perplessa. Vorrebbe evitare lo scandalo e cerca di persuadere colle buone l’audace a desistere dai suoi insani progetti.
— Io non giungo a spiegarmi — gli dice — questa follia, dalla quale siete assalito. È una sventura per me, l’avervi destato dei sentimenti che non posso dividere, non debbo assecondare.
— Perché?
— Dimenticate dunque la mia condizione? S’anco una lontana simpatia mi rendesse meno insensibile alle vostre dichiarazioni, io sarei costretta a combatterle dal vostro singolare ardimento.
— Sciocchezze. Puerilità indegne di una bellezza divina qual sei.
— Vi scongiuro, signore, di mutar tono. Un gentiluomo deroga mancando alle convenienze.
— Ma io t’amo, Sofia. T’amo come non ho amato mai. Per un tuo solo bacio darei non una, dieci volte, la vita. Ingiuriami, calpestami, disprezzami poi, ma sii mia.
In così dire Cesare Abbo si lancia sulla signora le cinge con un braccio la vita e rovesciandole coll’altra la testa, la bacia furiosamente sulla bocca, sulla gola e tenta di usarle l’estrema violenza.
Di fronte ad un tale attacco la signora, che si vede ormai perduta, fingendo per un secondo di abbandonarsi all’assalitore, ottiene che rallenti la foga del suo amplesso, si svincola da lui e riesce ad attaccarsi al cordone di un campanello, cui dà una terribile strappata.
Due servi in livrea accorrono tosto dall’anticamera.
— Allontanate questo signore e ricordatevi ch’egli non deve aver più accesso in questa casa.
I due domestici si fanno addosso a Cesare, ma questi tenta di ribellarsi loro. Ma ha da fare con due robustissimi giovanotti, i quali dopo breve colluttazione riescono a metterlo fuori.

LXXXIII.
Un dramma d’amore in carrozza.

L’oltraggio patito non fece che aumentare la passione suscitata da Sofia in Cesare Abbo. Egli giurò a se stesso di avere quella donna, dovesse costargli la vita e tenne il giuramento.
Una notte di aprile, ritornando da una serata, Sofia ordinò al cocchiere che aveva preso da pochi giorni al suo servizio di fare una corsa fuori di Porta San Giovanni. Era nervosa più del consueto e affaticata. Voleva godersi le fresche e profumate aure primaverili. Il ballo aveva alquanto eccitato i suoi sensi e sperava con quella gita di ricuperare la calma.
Abbandonata sui cuscini della vettura elegante, s’era tolta il piccolo mantello di casimiro bianco, a ricami d’oro, soppannati di seta celestina e colle opulenti spalle le pur bellissime braccia ignude, gustava i lievi brividi che l’aria notturna, penetrando da una delle portiere il cui cristallo era calato, le procurava. La sua fantasia immersa nei ricordi della serata, spaziava: sognava ad occhi aperti. Ma il freddo fattosi più pungente, la consigliò di far alzare il cristallo. Chiamò il cocchiere e gli disse:
— Ho freddo, scendi, chiudi bene la portiera e ritorniamo.
Il cocchiere discese, aprì lo sportello, vide l’affascinante spettacolo, di quella donna così poco vestita di trine e di seta e acceso di subito fervore amoroso, stese le braccia, e l’attirò a sé.
Sofia cercò di svincolarsi e di respingerlo. Ma la stretta era troppo vigorosa.
— Questa volta non mi farai cacciare dai tuoi servi, come sei mesi fa — disse sghignazzando l’assalitore.
— Che, voi? — esclamò più sorpresa che sdegnata, la formosissima donna.
— Io stesso, Cesare Abbo. Sfuggimi se puoi. Sarai ben mia.
Le resistenze di Sofia, furono deboli, per non dir nulle. Le condizioni patologiche della donna erano favorevoli a quell’avventura arrischiatissima. Se è vero che tutte le donne hanno dei momenti nei quali sono di chi le piglia, doveva essere quello uno dei suoi momenti. I baci di Sofia non furono meno numerosi, né meno ardenti di quelli dell’audace assalitore, trasformatosi in cocchiere, corrompendo il vero cocchiere della signora, per raggiungere il proprio intento. Gioiva Sofia d’esser vittima di un innamorato della propria classe e non nella brutalità di un servo. La passione che aveva ispirato, solleticava inoltre il suo amor proprio. La forza amatoria dell’Abbo, compì il miracolo. Rientrando al suo palazzo era pazzamente presa dell’intraprendente suo amante; si pentiva della sua fierezza che le aveva rapito sei mesi di godimenti e si prometteva di ripagarsene ad usura.
Giunto al convegno stabilito, Cesare Abbo rimise al vero cocchiere il cappello gallonato e il grande pastrano di livrea e si accomiatò da Sofia. All’indomani costei l’attendeva impazientemente nel suo gabinetto. Ma Cesare Abbo non vi si recò, né più mai si fece vedere. Il suo capriccio era esaurito.
Quando una passione non ha potuto avere il suo svolgimento nei sensi di una donna questa ne soffre orribilmente, il suo carattere si altera e di leggieri si dà in balìa agli eccessi più mostruosi.
Così accadde a Sofia, la quale perduto il cocchiere finto si abbandonò al vero, che gli richiamava quella notte di piacere acre, ma delizioso. Man mano discese per tutti i gradi della depravazione e giunse a recarsi incognita ne’ pubblici lupanari, come Messalina, per godere dell’improvviso e dell’ignoto.
Quivi si incontrò di nuovo con Cesare Abbo e dopo aver passato una notte con lui in quella casa infame, tornata a casa, si uccise con un colpo di pistola al cuore.

LXXXIV.
Il dissoluto si fa prete.

Compromesso da una serie di fatti turpi Cesare Abbo, per non incorrere in guai maggiori, dovette lasciar Roma e lo stato pontificio. Dopo aver passato qualche anno soggiornando in varie città d’Italia, passò all’estero e finì collo stabilirsi a Parigi, dove, dato fondo fino agli ultimi resti della sua fortuna, aveva dovuto, per vivere, ricorrere alla sua cultura e trar profitto dalle sue cognizioni. Ammesso in una casa signorile in qualità di precettore diventò l’amante della madre, una donna sulla quarantina, tuttor fresca e piacente ed ebbe da lei dovizia di mezzi. Avrebbe potuto vivere tranquillo e felice, ma la sua sete insaziabile di godimenti sempre nuovi lo trasse a rovina. Insegnava italiano e musica alla figlia quindicenne della sua amante, leggiadrissima creatura, rosea e bionda come un cherubino e se ne invaghì. Non potendo sperare di sedurla le propinò una bevanda inebbriante, mentre la conduceva in villa e la violò. La fanciulla ne uscì gravida e Cesare Abbo dovette lasciar la casa, non solo, ma ben anco Parigi.
Riparato a Liegi ebbe un posto di professore in un collegio cattolico e corruppe una quantità di fanciulli affidati alla sua cura, suscitando uno scandalo gravissimo e facendosi istruire un processo, dal quale non sarebbe uscito incolume, senza l’aiuto della famiglia la quale riuscì ad assopire la cosa.
Era stato in quel mezzo investito della sacra porpora un suo nepote in linea femminile e questi spiegò tutta la sua influenza a favor dello zio. Erano passati di molti anni e la memoria dei fatti di Cesare Abbo era impallidita a Roma. Il cardinale, fatte le debite diligenze pensò di richiamarlo a sé, e gliene fece la proposta per lettera.
L’offerta non poteva essere più lusinghiera e vantaggiosa per il lussurioso e randagio buontempone. Egli vide aprirsi innanzi un nuovo orizzonte e si promise di approfittare largamente di tutte le gioconde prospettive che esso gli presentava. Chiese ed ottenne di entrare negli ordini e sorvolando per volere del nipote a tutte le difficoltà, vincendo tutti gli ostacoli, fu fatto prete in breve volger di tempo, mutando il suo nome di Cesare troppo compromesso in quello di Domenico, che pur si trovava nella lunga filatessa di nomi impostigli al fonte battesimale.
Don Domenico, ormai bisogna chiamarlo così, fece il suo solenne ingresso nella sua città natia in abito talare, accuratamente sbarbato, corretto nel portamento, talché difficilmente si sarebbe riconosciuto in lui l’antico libertino, che aveva dato tanta materia alla cronaca scandalosa dei paesi da lui visitati. Era ancor nel fiore dell’età; toccava la quarantina, ma dimostrava quindici anni di meno, tant’era robusto e fresco e pieno di vigoria.
Il cardinale fu molto sorpreso di trovarsi avanti uno zio che pareva meno anziano di lui, quantunque foss’egli il più giovane dei membri del sacro collegio; investito della porpora cardinalizia da Sua Santità Gregorio XVI per la grandissima dottrina ond’era fornito. Tuttavia sedotto dai modi squisitamente signorili del neoprete, giudicò che sarebbe tornato di lustro alla sua corte e gli fece pertanto le migliori accoglienze.
— Don Domenico, sono ben lieto di vedervi. Desideravo da molto tempo di conoscervi e mi spiace solo di dover questa fortuna a circostanze sulle quali, voglio sorpassare in questo momento, certo che saprete onorare l’abito e il carattere che avete assunto.
— Cardinale, nipote mio dilettissimo, il dente della calunnia mi ha morso spesso, ma sotto l’egida della vostra porpora, spero vorrà d’ora in poi lasciarmi in pace. Voi avete fatto opera degna della vostra e della mia famiglia, associate negli interessi e negli affetti dai matrimoni, richiamandomi a Roma.
— Voi farete parte della mia casa. Vi nomino mio segretario onorario ed eserciterete le funzioni di cerimoniere, per le quali mi sembrate tagliato apposta.
— L’ufficio mi garba e lusinga il mio amor proprio e lo accetto. Tuttavia siccome intendo di esercitare seriamente il mio ministero di sacerdote, per il quale mi son sempre sentito inclinato, desidererei aver cura d’anime.
— Il vostro passato… veramente…
— Ma ho fatto una pratica eccezionale delle vicende umane.
— Lo credo. Però vi esporreste a nuove tentazioni, dalle quali parmi opportuno tenervi lontano.
— Cardinale, abbiate pazienza, vi sono gratissimo delle vostre buone disposizioni a mio riguardo e tuttociò che avete fatto per me, ma poiché sono diventato prete, non voglio esserlo di pura mostra.
L’ostinazione dello zio irritava un po’ l’illustre Principe della Chiesa. Egli subodorava delle seconde intenzioni nel tenace proposito di Don Domenico, ed ebbe una punta di resipiscenza per averlo richiamato. Ma comprendendo che non sarebbe stato agevole persuaderlo a rinunziare alle sue aspirazioni gli fu giocoforza di assentire. Dopo tutto la cura delle anime che reclamava, lo avrebbe allontanato da pericoli maggiori e salvaguardato il decoro della sua Corte.
— Volete dunque assolutamente esercitare il sacerdozio in tutte le sue più gelose cure — domandò.
— Lo desidero, Eminenza.
— E sia. Avrete la confessione, per ora.
— Mi basta.
— In seguito vedremo, se convenga farvi titolare di qualche parrocchia.
— Non spingo tant’oltre le mie aspirazioni.
— Resta convenuto che risiederete a palazzo e farete parte della famiglia. Vi sarà facile prendere conoscenza e pratica del cerimoniale. Errare humanum est: voi avete, se la fama non mente, errato la vostra parte. Guardatevi bene dal ripigliar da capo e di offrir l’occasione a quel dente della calunnia, di cui dite d’aver provato i morsi, di nuovamente attaccarvi. Siate cauto, almeno…
— Se non casto. Questo va da sé.
Zio e nipote dopo questo colloquio, si lasciarono ne’ migliori termini.
Il giorno stesso don Domenico prendeva possesso del suo piccolo ed elegante appartamento nel palazzo del Cardinale, e stropicciandosi allegramente le mani, esclamava:
— Ho ritrovato il paese della cuccagna. Attenti a non farsi esiliare.

LXXXV.
Le gesta del prete.

Domenico Abbo conservò per parecchio tempo un contegno castigatissimo ed una condotta irreprensibile. Il cardinale suo nipote ne era edificato e non cessava di lodarsi della determinazione presa. L’affabilità de’ suoi modi e la giocondità del suo spirito gli accaparravano tutte le simpatie. Mai le anticamere del prelato erano state così affollate di clienti delle migliori società. Le signore erano in prevalenza e si intrattenevano con maggior compiacimento col cerimoniere, che col cardinale. Quel bel prete, dall’aspetto di granatiere, per l’imponenza della persona, dall’occhio nero e corruscante, dalla bocca larga e sensuale, tuttora adorna dei suoi denti candidi e forti le attraeva. E dal palazzo del Cardinale passavano volentieri alla chiesa, dove don Domenico officiava, per accostarsi al tribunale di penitenza da lui presieduto.
In breve Abbo era diventato il direttore spirituale di una quantità di famiglie patrizie e vi era accolto con straordinarie feste, ogni qualvolta si degnava di accettare un invito a pranzo o a qualche ricevimento.
La giovialità del suo carattere faceva di lui un prezioso commensale, e un consigliere molto competente per tuttociò che concerneva la vita mondana, non meno che per riguardo della vita celeste.
Il cardinale nepote non era geloso dei successi di suo zio, che si riverberavano sopra di lui, e si fece premura di presentarlo al papa, non appena, essendogliene giunta notizia, manifestogli il desiderio di conoscerlo.
Papa Gregorio XVI, tolto dalla gravità delle preoccupazioni del governo della Chiesa e dello Stato, tolto dalle afflizioni che gli cagionavano i cospiratori e i rivoluzionari, sempre intesi a nuove mene per sovvertire l’ordine politico e sociale, era d’umore giocondo e sollazzevole, amava la bottiglia e le storielle amene. Si narrano di lui un’infinità di aneddoti.
Ne ricordo due, che calzano meravigliosamente per spiegare la deferenza che esso mostrò poi a don Domenico Abbo.
Aveva il Ganganelli preso di fresco un nuovo segretario particolare, il quale dormiva nella stanza attigua alla camera da letto del papa per essere pronto ad ogni sua richiesta.
Una notte gli parve di sentire il papa parlare. Scese dal letto e si accostò alla porta per distinguer meglio la voce di Sua Santità. Ad un tratto intese papa Gregorio XVI che diceva:
— Biondina mia, dammi un bacetto.
Il segretario fu altamente sorpreso, se non scandalizzato. Donde mai era passata quella biondina che letificava le ore notturne di Sua Santità? Quale mistero si nascondeva sotto quella intimità così confidenziale?
Il giorno seguente il curioso segretario fece del suo meglio per scoprir terreno, ma non gli venne fatto di saper nulla. La notte origliò di nuovo alla porta della camera cubiculare del pontefice e l’udì ad un certo punto, ripetere l’invocazione:
— Biondina mia, dammi un bacetto.
Così continuò per molte notti, senza che la curiosità sempre più eccitata del Segretario, potesse appagarsi. Soltanto le domande di bacetti si facevano sempre più frequenti nel corso della notte medesima.
Finalmente una notte che il papa aveva domandati più baci del consueto alla sua biondina, il segretario udì un tonfo ammortito dal tappeto. Allora giudicò necessario di intervenire, e passò benché non chiesto nella stanza del papa.
Uno strano spettacolo si offerse agli avidi suoi sguardi.
Gregorio XVI se ne stava accoccolato a fianco del letto in camicia, con una bottiglia di ambrato vin santo in mano, e non riusciva a rialzarsi, per quanti conati facesse. Altre bottiglie giacevano al suolo abbandonate.
La notizia dai segreti penetrali del Vaticano, si diffuse per tutta Roma, suscitando l’universale ilarità e il Segretario curioso e chiacchierone venne rimandato.
L’altro aneddoto è il seguente.
Un dopo pranzo parecchi cardinali erano adunati intorno a Sua Santità e favellavano sopra diversi argomenti.
Un cardinale meno prudente e meno accorto essendo il discorso su papa Gregorio I, si mise a tessere l’elogio delle sue vere e supposte virtù, esaltandole oltre ogni dire, e concluse che meritamente era passato nella storia col titolo di Gregorio Magno.
Ganganelli, cui quelle sperticate laudi tornavano un po’ ostiche, chiamò il cameriere e gli ordinò di recargli una bottiglia di lacryma christi e versatosene un calice colmo, lo tracannò d’un fiato, poi uscì con questa sentenza:
— Gregorio I passò nella storia col titolo di Gregorio Magno, Gregorio XVI vi passerà con quello di Gregorio Bevo.
Don Domenico Abbo fu affabilmente ricevuto dal Sommo Pontefice, col quale seppe mostrarsi scaltramente allegro, senza uscir dai limiti del conveniente riserbo e questo lo rimise nelle grazie di Sua Santità.

LXXXVI.
Un’orgia nel palazzo del Cardinale nepote.

I favori di Gregorio XVI uniti a quelli del cardinale nipote nocquero all’antico libertino. Imbaldanzito, egli non avea più veruna cura ad occultare i suoi intrighi colle belle penitenti. I sontuosi pranzi, le luculliane cene incitavano sempre più i suoi sensi e le lascivie succedevano alle lascivie degeneranti in oscenità indescrivibili. Le spose e le zitelle non bastavano più alla sua foia invereconda e andava ripescando nella storia della prostituzione greca, assira, babilonese i più infami riti per soddisfare le luride sue cupidigie. Appositi provveditori gli procuravano teneri garzoncelli, ai quali imprimeva il marchio della sua libidine, escogitando sempre nuovi adescamenti, per ravvivare la sua sensibilità ed acuirla, quando sembravagli intorpidita.
Egli rinnovava nel palazzo stesso del cardinale le neroniane orgie di Capri e di Baia, giungendo ad infiggere degli spilli nelle carni de’ giovinetti pazienti, che si assoggettavano alle sue lubriche voglie, per trar godimento più intenso dai sussulti che cagionavan loro gli spasimi delle atroci punture.
Le notizie di tali dissolutezze si diffondevano intanto per Roma ed eccitavano gli sdegni dei cittadini. Nelle sfere superiori si era più corrivi e tolleranti. Ma a lungo andare lo scandalo, facendosi sempre più grave, si dovette richiamare sovr’esso l’attenzione del cardinale, perché provvedesse a farlo cessare, e questi ripetutamente ammonì lo zio, affinché tornasse a vita morigerata e tranquilla, almeno nelle apparenze.
Sulle prime don Domenico Abbo si scusò, si disse vittima di bel nuovo della calunnia de’ suoi invidi, e promise di non offrir loro altri pretesti. Ma poi, sempre più imbaldanzito dai suoi successi, rispose al nipote arrogantemente, gli ricordò le turpitudini medicee e farnesi, e conchiuse che la Santa Chiesa, se sopportava l’onta di un cardinale eunuco, come lui, aveva ben diritto di essere compensato da uno zio del cardinale, capace di surrogarlo nelle sue deficienze.
Il cardinale giudicò ormai necessario di liberarsi da quel sozzo prete, che disonorava così ignominiosamente il suo carattere e la casa che lo ospitava e decise di coglierlo in fallo, per giustificare le severe misure che aveva ideato di prendere contro di lui.
Avvertito una notte che nell’appartamento dello zio doveva aver luogo una delle solite orgie, deliberò di assistervi e di piombare su Domenico Abbo, al momento opportuno, per cacciarlo dal palazzo, come nostro signor Gesù Cristo cacciò i mercatanti dal tempio.
Se ne stava il sibarita cenando allegramente in compagnia di due baldracche ed era mezz’ebbro, quando il cardinale comparve sulla porta del salotto.
— Benvenuto, nipote mio! — sorse a dire l’Abbo non appena lo vide, senza punto scomporsi: ce n’è anche per voi. Abbiamo dei tartufi del Perigord, capaci di ridar vigore a un morto. Questo vino spremuto dai grappoli, indorati dal sole della Sciampagna, vi infonderà spirito allegro e frizzante. Queste due Maddalene, non per anco convertite e che spero avranno il buon gusto di non convertirsi mai, avrebbero domato le ribellioni delle carni dell’anacoreta Sant’Antonio. Io metto tutto ciò a vostra disposizione, eminentissimo, perché vogliate farmi l’onore di sedere alla mia mensa, come io siedo quotidianamente alla vostra. Venite, venite, cardinal nipote. So che godete fama di illibato, ma questo non vi nuocerà. Si è sempre a tempo a peccare, come a far atto di contrizione.
Il cardinale rimase esterefatto da tanta audacia. Egli avrebbe voluto ritirarsi, per evitare una scena disgustosa. Ma ormai non era più a tempo. Pensò convenirgli mostrarsi mite per il momento e disse:
— Don Domenico avrei bisogno di parlarvi.
— Subito, eminenza. Favorite.
— Devo intrattenervi sopra argomenti che non richiedono la presenza di testimoni.
— Come vi piace.
— Rimandate quelle… signore.
— Ben volentieri. Sono ben educato. Vedrete.
E così dicendo buttò una borsa di scudi alle due donne, le quali si levarono prontamente da tavola, ricomposero i loro vestimenti discinti, e buttati sulle spalle i mantelli presero la via della porta.
— Giacomo, Giacomo! — gridò il prete, e tosto un servo giovane ed imberbe, che fungeva da di lui cinedo comparve.
— Accompagna queste signore — disse — e non tornare. Per questa notte hai licenza.
Non appena donne e garzone se ne furono andati, l’Abbo si alzò, mosse incontro al cardinale e prendendolo per mano lo costrinse a farsi presso alla tavola tuttora imbandita, gli disse con piglio ironico:
— Eccoci soli, eminenza, ora non avrete più a temere che il vostro pudore ne soffra detrimento. Sedete.
Il cardinale severo, ma non accigliato, poiché si era proposto di evitare qualsiasi chiasso, dopo avere aderito all’invito, disse lentamente:
— Vi pare don Domenico, che queste scene cui mi fate assistere, sieno tollerabili, nel palazzo di un principe della Chiesa?
— Se ne son viste di peggiori.
— Altri tempi, altri costumi.
— Tutti i tempi sono buoni per giocondarsi l’esistenza; è tanto breve.
— Vi ho già tante volte richiamato all’esercizio de’ vostri doveri.
— Dove mai ho mancato, eminenza?
— E osate chiederlo?
— Certamente che l’oso, dal momento che so di aver sempre e col maggiore scrupolo adempito alle mansioni affidatemi.
— Non si tratta di ciò.
— E di che dunque.
— Del vostro carattere di sacerdote, per dio!
— Eminenza siete male informato sul conto mio. Il mio confessionale è il più frequentato e le più belle dame di Roma, e più cospicue per censo e per nascita, fanno a gara, per avermi a direttore spirituale, a guida sullo spinoso sentiero della vita.
— Non miscere sacra profanis! — sentenziò il porporato per evitare una risposta diretta.
— Quando io diffondo dal pergamo la parola di Dio, la gente affolla il tempio. Sono chiamato in tutte le case, ove s’ha bisogno di spargere i balsami della consolazione. Spesso sono costretto a disertare la vostra tavola, per accorrere a quella d’altri principi della Chiesa. Che più? Sua Santità mi vede di buon occhio.
— Tanto di buon occhio, che è appunto da lui che fui esortato a liberarmi di voi.
— A liberarmi di me?
— Precisamente.
— Ah! Papa ubbriacone, così corrispondi alle mie piacevolezze. Oh! ma mi sentirà.
— Voi vi guarderete bene d’andare da Sua Santità.
— Ci andrò sicuro. Ogni suddito ha diritto di ricorrere al suo legittimo sovrano.
— Non v’andrete, perché sareste arrestato ipso facto.
— Non sarebbe la prima volta veramente.
— Ho piacere che lo ricordiate.
— Anch’io, perché mi rammenta la vostra bontà eminenza.
Ingannato da queste parole, che parevano sincere, il Cardinale credete di poter proceder oltre con tutta coscienza e riprese:
— Voi lascerete domani questo palazzo.
— Siete il padrone, vi obbedirò.
— E vi ritirerete nel convento dei Domenicani, per passarvi sei mesi d’espiazione.
— Questo poi no.
— Tali sono gli ordini di Sua Santità.
Don Domenico Abbo, si versò un calice di vino sciampagna spumeggiante e lo bevve centellinandolo: quindi, forbendosi le labbra, esclamò:
— Squisito! Scommetto che se papa Gregorio XVI fosse qui, non ne rifiuterebbe un bicchiere, come fate voi, troppo rigido nipote.
— Pensereste di farmi testimonio delle vostre orgie?
— Nepote mio, scusate, ma io non vi ho chiamato, e avrei proprio fatto di meno della vostra compagnia, perché ne avevo altra, come avete veduto, se non più interessante, più dolce.
— Vergognatevi!
— Di che? di seguire le leggi della natura? Giammai! Si vergogni chi pretende contraddirle.
— Non sono qui per impegnare delle discussioni vane ed oziose, bensì per porgervi gli ordini del sommo pontefice.
— Me ne infischio di lui e de’ suoi messi. Ditegli che gli esercizi spirituali e corporali li faccio in casa mia.
— Questa non è casa vostra, lo dimenticate?
— No, e domani all’alba me ne andrò, e pianterò le mie tende, ove non vi saranno degli indiscreti, che abusando del loro grado, vengono a disturbare le mie distrazioni, i miei sollazzi.

LXXXVII.
L’ultimo misfatto — La punizione.

Il cardinale a questa uscita del lussurioso suo zio, fu preso da violenta collera. Don Domenico aveva realmente esaurita la sua longanimità.
— Voi non uscirete più di qui — tonò con voce cupa e solenne.
— Perché di grazia?
— Non ne uscirete che accompagnato dai birri, i quali vi porteranno alle carceri per essere giudicato e punito di tutte le nequizie che avete commesse, antiche e recenti.
— Sarebbe troppo lungo. Verrebbe la fine del mondo, prima che il processo fosse esaurito.
— Il vostro cinismo vale le vostre azioni.
— Si possono quotare alla borsa.
— Credete che si ignorino le vostre turpitudini, le vostre seduzioni, le vostre corruzioni di minori, i vostri stupri.
— Oh delizie! Non rammentatele eminenza perché mi fate correre l’acquolina in bocca.
— Turpissima e sozza creatura, indegna d’anima d’uomo; così si parla in presenza di un porporato, di un membro del sacro collegio, di un principe della Chiesa?
— Un principe della Chiesa… un porporato… un cardinale…! Oh la bella splendida idea che mi viene. Fra i molti capricci che mi son levato, questo mancava. L’occasione non potrebbe essere migliore.
Il cardinale lo ascoltava, senza comprendere il senso delle parole… e incominciava a ritenerlo in preda ad un delirio alcoolico, e stava riflettendo ciò che gli convenisse di fare, quando si sentì afferrato a mezza vita dalle braccia poderose del prete osceno e buttato a bocca sotto, sopra un divano del fondo del salotto. Supponendo che volesse ucciderlo e preso da irresistibile terrore, mormorò con voce soffocata:
— La vita! La vita, lasciatemi la vita.
— Voglio ben altro che la vita da te, nipote mio. Non capita tutti i giorni d’assaggiar carne di cardinale.
E senza più s’accinse ad infliggergli l’estremo oltraggio.
Tentò di ribellarsi l’infelice. Ma l’Abbo tenendolo colle ginocchia serrato, lo afferrò con ambo le mani alla gola, né lo lasciò che quand’ebbe compiuto il nefando misfatto.
Il corpo del cardinale cadde allora bocconi al suolo. Era morto per soffocazione.
Rinvenuto in sé, dinanzi al cadavere del nipote, Domenico Abbo fu preso da terribile sgomento. Egli misurò d’un tratto la situazione. Comprese che la salvezza per lui era impossibile e per sottrarsi all’immancabile forca che l’aspettava, decise di buttarsi a fiume. Lasciò il salotto maledetto, e si diede a fuggire come un pazzo giù per le scale del palazzo. Alcuni servi lo seguirono, altri salirono nel di lui appartamento e trovata la salma dell’assassinato cardinale, sparsero per ogni dove l’allarme.
Mentre il prete dissoluto giunto al ponte Sant’Angelo, rincorso dai servi, tentava di salire sul parapetto per lanciarsi nell’acqua, fu afferrato da alcuni soldati e trattenuto.
Intanto giungevano i primi ed i secondi servi informati del delitto. Domenico Abbo venne portato a Castel Sant’Angelo e chiuso nelle prigioni di quello.
Il processo ebbe luogo segretamente, e fu prontamente spicciato, perché premeva all’autorità di evitare l’enorme scandalo. Intanto si era fatto correr voce che il cardinale era morto per improvvisa sincope e fu severamente ingiunto ai domestici di parlare del fatto. Ma di molte ciarle erano già state fatte e la verità trapelava nel pubblico.
La notte del 3 al 4 ottobre 1849 fui chiamato nel forte di Castel Sant’Angelo e quivi sull’albeggiare mozzai la testa al prete dissoluto. Domenico Abbo aveva svestiti gli abiti sacerdotali e gli erano stati raschiati i polpastrelli delle dita, colle quali aveva tante volte amministrata la sacra particola, e la tonsura per sconsacrarlo. Egli si era cinicamente confessato di tutte le sue oscenità, menandone vanto, ed entrando ne’ più minuti particolari. Esortato a far atto di contrizione, per meritarsi la grazia celeste, rispose beffandosene:
— Ho goduto un cardinale, spero di aver buona fortuna anco col diavolo, lasciate che me ne vada all’inferno.
Chiese ed ottenne di non essere né bendato, né legato. Camminò imperterrito e con saldo passo dalla carcere al posto ove era stato eretto il patibolo, guardò sorridente il patibolo e porse la testa alla mannaia dopo aver esclamato:
— Tutto è finito.”

Per non dimenticare che in una notte come quella appena trascorsa…

La Strage di via dei Georgofili

La strage di via dei Georgofili è stato un attentato dinamitardo avvenuto nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 tramite l’esplosione di un’autobomba in via dei Georgofili a Firenze, nei pressi della storica Galleria degli Uffizi. L’esplosione dell’autobomba imbottita con circa 250 chilogrammi di esplosivo provocò l’uccisione di cinque persone: i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (36 anni) con le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni), Caterina Nencioni (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni), nonché il ferimento di una quarantina di persone. Tale attentato viene inquadrato nella scia degli altri attentati del ’92-’93 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Falcone e Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico.

Storia

Nell’aprile 1993 Gioacchino Calabrò (capo della Famiglia di Castellammare del Golfo) incaricò Vincenzo Ferro (figlio di Giuseppe, capo della Famiglia di Alcamo) di portarsi a Prato dallo zio Antonino Messana, fratello della madre, per chiedergli di mettere a disposizione un garage per alcune persone che sarebbero arrivate dalla Sicilia ma inizialmente Messana rifiutò. Per queste ragioni, Calabrò si fece accompagnare a Prato da Ferro insieme a Giorgio Pizzo (mafioso di Brancaccio) e convinse Messana con le minacce. A metà maggio, alcuni mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano) macinarono e confezionarono quattro pacchi di esplosivo in una casa fatiscente a Corso dei Mille, messa a disposizione da Antonino Mangano (capo della Famiglia di Roccella).

Il 23 maggio Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano si portarono a Prato e vennero ospitati nell’appartamento di Messana, sotto la supervisione di Ferro, che li accompagnò con la sua auto nel centro di Firenze per effettuare alcuni sopralluoghi. Nei giorni successivi, i quattro pacchi di esplosivo nascosti in un doppiofondo ricavato nel camion di Pietro Carra (autotrasportatore che gravitava negli ambienti mafiosi di Brancaccio) vennero trasportati a Galciana, frazione di Prato, dove vennero prelevati da Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza, accompagnati sempre da Ferro con la sua auto, e scaricati nel garage di Messana.

La sera del 26 maggio Giuliano e Spatuzza rubarono una Fiat Fiorino e la portarono nel garage, dove provvidero a sistemare l’esplosivo all’interno di essa ed, in seguito, Giuliano e Lo Nigro andarono a parcheggiare l’autobomba in via dei Georgofili e procurarono l’esplosione, che provocò il crollo della Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, nella quale rimasero uccisi Fabrizio Nencioni, ispettore dei vigili urbani, e la moglie Angela Fiume, custode dell’Accademia, insieme alle loro figlie Nadia (nove anni) e Caterina (due mesi di vita), che abitavano al terzo piano della Torre. Nelle abitazioni circostanti si propagò un incendio, che uccise anche lo studente universitario Dario Capolicchio (ventidue anni).

L’attentato danneggiò gravemente anche alcuni ambienti della Galleria degli Uffizi e del Corridoio Vasariano, che si trovavano nei pressi di via dei Georgofili: il 25% delle opere d’arte presenti fu danneggiato mentre i capolavori più importanti furono protetti dai vetri di protezione che attutirono l’urto; alcuni dipinti andarono invece perduti per sempre:
Il Concerto musicale di Bartolomeo Manfredi.
Giocatori di Carte di Bartolomeo Manfredi.
L’adorazione dei Pastori di Gerrit van Honthorst.
Aquila di Bartolomeo Bimbi.
Avvoltoi, gufi e beccaccia di Andrea Scacciati.
Scena di caccia di Francis Grant.
Grande cervo in una palude di Edwin Landseer[5].

Indagini e processi

Le indagini ricostruirono l’esecuzione della strage di via dei Georgofili in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Vincenzo e Giuseppe Ferro, Salvatore Grigoli, Antonio Calvaruso, Pietro Romeo e Vincenzo Sinacori: nel 1998 Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giorgio Pizzo, Gioacchino Calabrò, Vincenzo Ferro, Pietro Carra e Antonino Mangano vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage nella sentenza per le stragi del 1993.

Nel 2008 Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e confermò le sue responsabilità nell’attentato di via dei Georgofili: in particolare, Spatuzza dichiarò che la strage venne pianificata durante una riunione in cui erano presenti lui, Barranca e Giuliano insieme ai boss Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Francesco Tagliavia (capo della Famiglia di Corso dei Mille), i quali decisero l’obiettivo da colpire attraverso dépliant turistici; inoltre Tagliavia finanziò anche la “trasferta” a Firenze per compiere l’attentato. In seguito alle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2011 la Corte d’assise di Firenze condannò Tagliavia all’ergastolo.

Sempre sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2012 la Procura di Firenze dispose l’arresto del pescatore Cosimo D’Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, il quale era accusato di aver fornito l’esplosivo, estratto da residuati bellici recuperati in mare, che venne utilizzato in tutti gli attentati del ’92-’93, compresa la strage di via dei Georgofili. Nel 2013 D’Amato venne condannato all’ergastolo con il rito abbreviato dal giudice dell’udienza preliminare di Firenze.”.

da Wikipedia

Castellammaresi, siamo stati condannati !

Quella emessa lo scorso 10 aprile sulle Acque reflue è una dura sentenza di condanna che ci riguarda due volte, in quanto italiani e in quanto cittadini castellammaresi.
E’ stata condannata l’Italia sul piano politico-amministrativo ma in qualche modo anche tutte le amministrazioni e i sindaci (a mio modesto parere Marzio Bresciani escluso) che hanno operato in evidente spregio e disprezzo delle conseguenze sull’ambiente e sulla salute pubblica del riversamento diretto in mare dei reflui delle pubbliche fognature.

Questa la sentenza:

SENTENZA DELLA CORTE (Decima Sezione)

10 aprile 2014 (*)

«Inadempimento di uno Stato – Direttiva 91/271/CEE – Trattamento delle acque reflue urbane – Articoli da 3 a 5 e 10 – Allegato I, sezioni A e B»

Nella causa C-85/13,

avente ad oggetto il ricorso per inadempimento, ai sensi dell’articolo 258 TFUE, proposto il 21 febbraio 2013,

Commissione europea, rappresentata da E. Manhaeve e L. Cimaglia, in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,

ricorrente,

contro

Repubblica italiana, rappresentata da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da M. Russo, avvocato dello Stato, con domicilio eletto in Lussemburgo,

convenuta,

LA CORTE (Decima Sezione),

composta da E. Juhász (relatore), presidente di sezione, A. Rosas e D. Šváby, giudici,

avvocato generale: J. Kokott

cancelliere: A. Impellizzeri, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 23 gennaio 2014,

vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1 Con il suo ricorso, la Commissione europea chiede alla Corte di dichiarare che la Repubblica italiana, avendo omesso di prendere le disposizioni necessarie per garantire che:

– gli agglomerati di Bareggio, Cassano d’Adda, Melegnano, Mortara, Olona Nord, Olona Sud, Robecco sul Naviglio, San Giuliano Milanese Est, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Trezzano sul Naviglio, Turbigo e Vigevano (Lombardia), aventi un numero di abitanti equivalenti (in prosieguo: gli «a.e.») superiore a 10 000 e scaricanti acque reflue urbane in acque recipienti considerate «aree sensibili» ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991, concernente il trattamento delle acque reflue urbane (GU L 135, pag. 40), come modificata dal regolamento (CE) n. 1137/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2008 (GU L 311, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva 91/271»), siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane, conformemente all’articolo 3 di tale direttiva;

negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile (Friuli-Venezia Giulia), Bareggio, Broni, Calco, Cassano d’Adda, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Somma Lombardo, Trezzano sul Naviglio, Turbigo, Valle San Martino, Vigevano, Vimercate (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Nuoro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Terrasini (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto), aventi un numero di a.e. superiore a 10 000, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente, conformemente all’articolo 4 della direttiva 91/271;

negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile, San Vito al Tagliamento, Udine (Friuli-Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Francavilla Fontana, Monteiasi, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna) e Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini e Trappeto (Sicilia), aventi un numero di a.e. superiore a 10 000 e scaricanti in acque recipienti considerate «aree sensibili» ai sensi della direttiva 91/271, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento più spinto di un trattamento secondario o equivalente, conformemente all’articolo 5 di detta direttiva, e

la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane realizzati per ottemperare ai requisiti fissati dagli articoli da 4 a 7 della direttiva 91/271 siano condotte in modo da garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali e che la progettazione degli impianti tenga conto delle variazioni stagionali di carico negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile, San Vito al Tagliamento, Udine (Friuli-Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Bareggio, Broni, Calco, Cassano d’Adda, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Somma Lombardo, Trezzano sul Naviglio, Turbigo, Valle San Martino, Vigevano, Vimercate (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Francavilla Fontana, Monteiasi, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini, Trappeto (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto),

è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’articolo 3 e/o dell’articolo 4 e/o dell’articolo 5 nonché dell’articolo 10 della direttiva 91/271.

Contesto normativo

2 L’articolo 1 della direttiva 91/271 prevede quanto segue:

«La presente direttiva concerne la raccolta, il trattamento e lo scarico delle acque reflue urbane, nonché il trattamento e lo scarico delle acque reflue originate da taluni settori industriali.

Essa ha lo scopo di proteggere l’ambiente dalle ripercussioni negative provocate dai summenzionati scarichi di acque reflue».

3 L’articolo 2 di tale direttiva contiene in particolare le seguenti definizioni:

«1) “Acque reflue urbane”: acque reflue domestiche o il miscuglio di acque reflue domestiche, acque reflue industriali e/o acque meteoriche di dilavamento.

(…)

4) “Agglomerato”: area in cui la popolazione e/o le attività economiche sono sufficientemente concentrate così da rendere possibile la raccolta e il convogliamento delle acque reflue urbane verso un impianto di trattamento di acque reflue urbane o verso un punto di scarico finale.

5) “Rete fognaria”: un sistema di condotte per la raccolta e il convogliamento delle acque reflue urbane.

6) “1 a.e. (abitante equivalente)”: il carico organico biodegradabile, avente una richiesta biochimica di ossigeno a 5 giorni (BOD5) di 60 g di ossigeno al giorno.

(…)

8) “Trattamento secondario”: trattamento delle acque reflue urbane mediante un processo che in genere comporta il trattamento biologico con sedimentazioni secondarie, o un altro processo in cui vengano rispettati i requisiti stabiliti nella tabella 1 dell’allegato I.

9) “Trattamento appropriato”: il trattamento delle acque reflue urbane mediante un processo e/o un sistema di smaltimento che dopo lo scarico garantisca la conformità delle acque recipienti ai relativi obiettivi di qualità e alle relative disposizioni della presente direttiva e di altre direttive comunitarie pertinenti.

(…)».

4 L’articolo 3 della direttiva di cui trattasi così dispone:

«1. Gli Stati membri provvedono affinché tutti gli agglomerati siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane,

entro il 31 dicembre 2000 per quelli con un numero di abitanti equivalenti (a.e.) superiore a 15 000 e

– entro il 31 dicembre 2005 per quelli con numero di a.e. compreso tra 2 000 e 15 000.

Per le acque reflue urbane che si immettono in acque recipienti considerate “aree sensibili” ai sensi della definizione di cui all’articolo 5, gli Stati membri garantiscono che gli agglomerati con oltre 10 000 a.e. siano provvisti di reti fognarie al più tardi entro il 31 dicembre 1998.

Laddove la realizzazione di una rete fognaria non sia giustificata o perché non presenterebbe vantaggi dal punto di vista ambientale o perché comporterebbe costi eccessivi, occorrerà avvalersi di sistemi individuali o di altri sistemi adeguati che raggiungano lo stesso livello di protezione ambientale.

2. Le reti fognarie di cui al paragrafo 1 devono soddisfare i requisiti pertinenti dell’allegato I, sezione A. (…)».

5 L’articolo 4 della medesima direttiva è del seguente tenore:

«1. Gli Stati membri provvedono affinché le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente, secondo le seguenti modalità:

al più tardi entro il 31 dicembre 2000 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con oltre 15 000 a.e.;

– entro il 31 dicembre 2005 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con un numero di a.e. compreso tra 10 000 e 15 000;

(…)

3. Gli scarichi provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane descritti ai paragrafi 1 e 2 devono soddisfare i requisiti pertinenti previsti all’allegato I, sezione B. (…)

(…)».

6 L’articolo 5, paragrafi da 1 a 5, della direttiva 91/271 così dispone:

«1. Per conseguire gli scopi di cui al paragrafo 2, gli Stati membri individuano, entro il 31 dicembre 1993, le aree sensibili secondo i criteri stabiliti nell’allegato II.

2. Gli Stati membri provvedono affinché le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico in aree sensibili, ad un trattamento più spinto di quello descritto all’articolo 4 al più tardi entro il 31 dicembre 1998 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con oltre 10 000 a.e.

3. Gli scarichi provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane descritti al paragrafo 2 devono soddisfare i pertinenti requisiti previsti dall’allegato I, sezione B. (…)

4. In alternativa, i requisiti stabiliti ai paragrafi 2 e 3 per i singoli impianti non necessitano di applicazione nelle aree sensibili in cui può essere dimostrato che la percentuale minima di riduzione del carico complessivo in ingresso a tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane in quella determinata area è pari almeno al 75% per il fosforo totale e almeno al 75% per l’azoto totale.

5. Gli scarichi provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane situati all’interno dei bacini drenanti in aree sensibili e che contribuiscono all’inquinamento di tali aree, sono soggetti ai paragrafi 2, 3 e 4».

7 Ai sensi dell’articolo 10 di detta direttiva, «[g]li Stati membri provvedono affinché la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane realizzati per ottemperare ai requisiti fissati agli articoli da 4 a 7 siano condotte in modo da garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali. La progettazione degli impianti deve tener conto delle variazioni stagionali di carico».

8 L’articolo 15, paragrafo 4, della medesima direttiva dispone che «[l]e informazioni raccolte dalle autorità competenti o dagli organismi abilitati conformemente alle disposizioni dei paragrafi 1, 2 e 3, sono conservate dallo Stato membro e comunicate alla Commissione entro sei mesi dalla data di ricevimento di un’apposita richiesta».

9 L’allegato I della direttiva 91/271, intitolato «Requisiti relativi alle acque reflue urbane», fissa, nella sezione A, i requisiti essenziali che occorre rispettare per quanto riguarda le reti fognarie e l’allegato I, sezione B, a detta direttiva quelli da soddisfare per quanto concerne gli scarichi provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane, immessi in acque recipienti. In particolare, l’allegato I, sezione B, punto 1, della citata direttiva dispone che la progettazione o la modifica degli impianti di trattamento delle acque reflue va effettuata in modo da poter prelevare campioni rappresentativi sia delle acque reflue in arrivo sia dei liquami trattati, prima del loro scarico nelle acque recipienti. Per quanto riguarda gli impianti di trattamento le cui dimensioni corrispondono a un numero di a.e. compreso tra 10 000 e 49 999, l’allegato I, sezione D, punto 3, della medesima direttiva fissa in 12 il numero minimo di campioni da raccogliere a intervalli regolari nel corso di un anno intero, mentre questo numero sale a 24 per anno per gli impianti di trattamento di dimensioni superiori. A norma dell’allegato I, sezione B, punto 2, della direttiva 91/271, gli scarichi provenienti dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane, sottoposti a trattamento ai sensi degli articoli 4 e 5 della medesima, devono soddisfare ai requisiti figuranti nella tabella 1, la quale contiene i valori massimi di concentrazione e le percentuali minime di riduzione in funzione di determinati parametri. Tra questi parametri sono compresi, segnatamente, la richiesta biochimica di ossigeno (BOD5 a 20 °C) senza nitrificazione e la richiesta chimica di ossigeno (COD). L’allegato I, sezione B, punto 3, di questa direttiva prevede che gli scarichi degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane in talune aree sensibili soggette ad eutrofizzazione, quali individuate nell’allegato II, sezione A, lettera a), devono inoltre soddisfare i requisiti figuranti nella tabella 2, dove sono indicati i valori massimi di concentrazione e le percentuali minime di riduzione per quanto concerne il fosforo e l’azoto.

Fase precontenziosa

10 Conformemente all’articolo 15, paragrafo 4, della direttiva 91/271, la Commissione ha invitato il governo italiano, con lettera del 29 maggio 2007, a fornire, entro sei mesi, informazioni dettagliate riguardo all’attuazione di detta direttiva in Italia.

11 La Commissione sostiene di aver ricevuto la risposta del governo italiano con notevole ritardo rispetto al termine da essa indicato e che tale risposta non riguardava l’intero territorio nazionale, bensì solo una parte del medesimo e riportava dati basati sul sistema informativo geografico (SIG) risultati alquanto imprecisi. La Commissione ha giudicato, nel complesso, insufficienti le informazioni ad essa pervenute al fine di consentirle di condurre un’accurata analisi circa il rispetto delle disposizioni della direttiva negli agglomerati italiani con un numero di a.e. superiore a 10 000, che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili o nei relativi bacini drenanti.

12 In esito all’esame di queste informazioni e di quelle raccolte dai suoi stessi servizi, la Commissione è giunta così alla conclusione che la Repubblica italiana era venuta meno agli obblighi previsti dagli articoli da 3 a 5 e 10 della direttiva 91/271 in un numero assai elevato di agglomerati con un numero di a.e. superiore a 10 000, che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili o nei relativi bacini drenanti, e che essa inoltre seguitava a violare sistematicamente tali disposizioni.

13 Di conseguenza, il 26 giugno 2009 la Commissione ha inviato al governo italiano una lettera di diffida, invitandolo a presentare le sue osservazioni entro due mesi dalla ricezione della suddetta lettera.

14 Unitamente alla lettera di diffida, la Commissione ha trasmesso alle autorità italiane un elenco di 525 agglomerati con un numero di a.e. superiore a 10 000, che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili o nei relativi bacini drenanti, in relazione ai quali detta istituzione riteneva che la direttiva 91/271 fosse applicata scorrettamente, sotto diversi profili, a parecchi anni di distanza dalla scadenza del termine stabilito per l’attuazione delle specifiche disposizioni cui sono soggetti siffatti agglomerati, ovvero il 31 dicembre 1998.

15 A questo proposito la Commissione sottolineava, in particolare, che i 525 agglomerati da essa menzionati fossero solo una parte degli agglomerati italiani che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili, dato che le informazioni fornite dalle autorità italiane non erano complete.

16 Il governo italiano ha risposto a detta lettera di diffida con una dettagliata nota di analisi, datata 27 ottobre 2009, predisposta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare, e con un CD-ROM che faceva seguito immediatamente alla stessa, inoltrato in data 29 ottobre 2009.

17 Nella sua risposta, il ministero competente ha ammesso che i dati presentati fossero incompleti e che sussistessero effettivamente varie situazioni di non conformità in relazione alle quali il governo italiano aveva soltanto intrapreso le iniziative necessarie, o addirittura aveva semplicemente programmato le misure da adottare per porre rimedio a tali situazioni.

18 In esito all’esame delle informazioni fornite dal governo italiano nella sua risposta, la Commissione ha ritenuto che numerosi agglomerati con un numero di a.e. superiore a 10 000, che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili o nei relativi bacini drenanti, non fossero conformi agli obblighi previsti dagli articoli da 3 a 5 e 10 della direttiva 91/271.

19 Di conseguenza, la Commissione ha trasmesso al governo italiano, con lettera del 20 marzo 2011, un parere motivato emesso ai sensi dell’articolo 258, primo comma, TFUE e ha invitato la Repubblica italiana ad adottare i provvedimenti necessari per conformarsi a tale parere motivato nel termine di due mesi dalla sua ricezione.

20 Il parere motivato era corredato di un elenco di 159 agglomerati aventi un numero di a.e. superiore a 10 000, che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili o nei loro bacini drenanti, i quali, alla luce dei dati disponibili, non apparivano conformi alle pertinenti disposizioni della direttiva 91/271.

21 Il governo italiano ha risposto agli addebiti formulati nel parere motivato con una nota datata 27 luglio 2011, proveniente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla quale era allegata una nuova nota d’analisi dettagliata del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare.

22 Nei documenti forniti in risposta al parere motivato, la Repubblica italiana operava ulteriori ridefinizioni degli agglomerati da esaminare, che riducevano a 153 il numero totale degli stessi, e descriveva i progressi ottenuti nei diversi agglomerati in materia di reti fognarie, trattamento secondario e trattamento terziario.

23 In seguito all’analisi svolta dalla Commissione sulla base delle informazioni ottenute in risposta al parere motivato, detta istituzione ha concluso che, nell’insieme degli agglomerati italiani menzionati nel parere motivato come aventi un numero di a.e. superiore a 10 000, che scaricano le loro acque reflue urbane in aree sensibili, essa disponeva già, per 50 fra di essi, di prove sufficienti di non conformità alle pertinenti disposizioni della direttiva 91/271 alla data di scadenza del termine impartito per la risposta.

24 Di conseguenza, la Commissione ha deciso di proporre il presente ricorso ai sensi dell’articolo 258 TFUE.

Sul ricorso

25 Con il presente ricorso, la Commissione chiede alla Corte di dichiarare che la Repubblica italiana, non avendo garantito la raccolta e il trattamento delle acque reflue urbane scaricate in aree sensibili di diversi agglomerati con un numero di a.e. superiore a 10 000, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’articolo 3 e/o dell’articolo 4 e/o dell’articolo 5 nonché dell’articolo 10 della direttiva 91/271.

26 Nel suo ricorso, la Commissione sostiene che la Repubblica italiana non ha rispettato gli obblighi ad essa incombenti per quanto riguarda 50 agglomerati. Tuttavia, in sede di replica, quest’istituzione ha rinunciato alla censura relativa alla violazione degli articoli da 3 a 5 e 10 della direttiva 91/271 per quanto concerne gli agglomerati di San Vito al Tagliamento (Friuli-Venezia Giulia), Bareggio, Cassano d’Adda, San Giuliano Milanese Ovest, Seveso Sud, Somma Lombardo, Turbigo, Vimercate (Lombardia) e Monteiasi (Puglia).

27 Inoltre, la Commissione ritiene che non occorra più perseguire la Repubblica italiana per violazione dell’articolo 4 della direttiva 91/271 per gli agglomerati di Aviano Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons e Sacile (Friuli-Venezia Giulia).

28 Viceversa, la Commissione conferma le sue censure per quanto concerne gli altri 41 agglomerati indicati nel suo ricorso.

29 Occorre rilevare che la Repubblica italiana, il giorno dell’udienza, non nega più l’inadempimento che le è addebitato per 36 agglomerati sui 41 ancora oggetto del contendere. Viceversa, questo Stato membro ritiene che gli agglomerati di Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Latisana Capoluogo, Sacile (Friuli-Venezia Giulia), Dorgali (Sardegna) e Partinico (Sicilia) dispongano di reti fognarie e di impianti di trattamento delle acque reflue conformi alle disposizioni della direttiva 91/271.

30 A sostegno della sua difesa, la Repubblica italiana fa riferimento ad alcune analisi di controllo condotte sugli scarichi degli impianti di trattamento di detti agglomerati. Occorre però rilevare, come riconosciuto dalla Repubblica italiana in udienza, che queste analisi sono successive alla scadenza del termine previsto nel parere motivato del 20 marzo 2011.

31 Occorre a tal riguardo ricordare che, secondo costante giurisprudenza della Corte, l’esistenza di un inadempimento dev’essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato e che i mutamenti avvenuti in seguito non possono essere presi in considerazione dalla Corte (sentenza Commissione/Francia, C-23/13, EU:C:2013:723, punto 21 e giurisprudenza ivi citata). Ebbene, è pacifico che, alla data di scadenza del termine fissato nel parere motivato, la Repubblica italiana non aveva adottato le misure necessarie al fine di osservare gli obblighi ad essa incombenti in forza delle disposizioni della direttiva 91/271.

32 Ciò posto, il ricorso della Commissione va considerato fondato.

33 Di conseguenza, occorre dichiarare che la Repubblica italiana, avendo omesso di prendere le disposizioni necessarie per garantire che:

– gli agglomerati di Melegnano, Mortara, Olona Nord, Olona Sud, Robecco sul Naviglio, San Giuliano Milanese Est, Trezzano sul Naviglio e Vigevano (Lombardia), aventi un numero di a.e. superiore a 10 000 e scaricanti acque reflue urbane in acque recipienti considerate «aree sensibili» ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 91/271, siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane, conformemente all’articolo 3 di tale direttiva;

negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado (Friuli-Venezia Giulia), Broni, Calco, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, Trezzano sul Naviglio, Valle San Martino, Vigevano (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Nuoro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Terrasini (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto), aventi un numero di a.e. superiore a 10 000, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente, conformemente all’articolo 4 della direttiva 91/271;

negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile, Udine (Friuli-Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Francavilla Fontana, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna) e Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini e Trappeto (Sicilia), aventi un numero di a.e. superiore a 10 000 e scaricanti in acque recipienti considerate «aree sensibili» ai sensi della direttiva 91/271, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento più spinto di un trattamento secondario o equivalente, conformemente all’articolo 5 di detta direttiva, e

la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane realizzati per ottemperare ai requisiti fissati dagli articoli da 4 a 7 della direttiva 91/271 siano condotte in modo da garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali e che la progettazione degli impianti tenga conto delle variazioni stagionali di carico negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile, Udine (Friuli-Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Broni, Calco, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, Trezzano sul Naviglio, Valle San Martino, Vigevano (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Francavilla Fontana, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini, Trappeto (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto),

è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’articolo 3 e/o dell’articolo 4 e/o dell’articolo 5 nonché dell’articolo 10 della direttiva 91/271.

Sulle spese

34 A norma dell’articolo 138, paragrafo 1, del regolamento di procedura della Corte, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la Repubblica italiana, rimasta soccombente, dev’essere condannata alle spese.

Per questi motivi, la Corte (Decima Sezione) dichiara e statuisce:

1) La Repubblica italiana, avendo omesso di prendere le disposizioni necessarie per garantire che:

– gli agglomerati di Melegnano, Mortara, Olona Nord, Olona Sud, Robecco sul Naviglio, San Giuliano Milanese Est, Trezzano sul Naviglio e Vigevano (Lombardia), aventi un numero di abitanti equivalenti superiore a 10 000 e scaricanti acque reflue urbane in acque recipienti considerate «aree sensibili» ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991, concernente il trattamento delle acque reflue urbane, come modificata dal regolamento (CE) n. 1137/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2008, siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane, conformemente all’articolo 3 di tale direttiva;

– negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado (Friuli-Venezia Giulia), Broni, Calco, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, Trezzano sul Naviglio, Valle San Martino, Vigevano (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Nuoro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Terrasini (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto), aventi un numero di abitanti equivalenti superiore a 10 000, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente, conformemente all’articolo 4 della direttiva 91/271, come modificata dal regolamento n. 1137/2008;

– negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile, Udine (Friuli-Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Francavilla Fontana, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna) e Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini e Trappeto (Sicilia), aventi un numero di abitanti equivalenti superiore a 10 000 e scaricanti in acque recipienti considerate «aree sensibili» ai sensi della direttiva 91/271, come modificata dal regolamento n. 1137/2008, le acque reflue urbane che confluiscono in reti fognarie siano sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento più spinto di un trattamento secondario o equivalente, conformemente all’articolo 5 di detta direttiva, e

– la progettazione, la costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane realizzati per ottemperare ai requisiti fissati dagli articoli da 4 a 7 della direttiva 91/271, come modificata dal regolamento n. 1137/2008, siano condotte in modo da garantire prestazioni sufficienti nelle normali condizioni climatiche locali e che la progettazione degli impianti tenga conto delle variazioni stagionali di carico negli agglomerati di Pescasseroli (Abruzzi), Aviano Capoluogo, Cividale del Friuli, Codroipo/Sedegliano/Flaibano, Cormons, Gradisca d’Isonzo, Grado, Latisana Capoluogo, Pordenone/Porcia/Roveredo/Cordenons, Sacile, Udine (Friuli-Venezia Giulia), Frosinone (Lazio), Broni, Calco, Casteggio, Melegnano, Mortara, Orzinuovi, Rozzano, Trezzano sul Naviglio, Valle San Martino, Vigevano (Lombardia), Pesaro, Urbino (Marche), Alta Val Susa (Piemonte), Francavilla Fontana, Trinitapoli (Puglia), Dorgali, Nuoro, ZIR Villacidro (Sardegna), Castellammare del Golfo I, Cinisi, Partinico, Terrasini, Trappeto (Sicilia), Courmayeur (Valle d’Aosta) e Thiene (Veneto),

è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza dell’articolo 3 e/o dell’articolo 4 e/o dell’articolo 5 nonché dell’articolo 10 della direttiva 91/271, come modificata dal regolamento n. 1137/2008.

2) La Repubblica italiana è condannata alle spese.

Firme”

18 maggio 1980: in marcia per lo Zingaro

… e come si dice in questi casi, io c’ero !.
Di recente ho colto l’occasione di scannerizzare finalmenter delle diapositive, e tra queste un rullino realizzato in occasione della marcia per l’istituzione della Riserva dello Zingaro del 18 maggio 1980, come dire trentaquattro anni fa.
Eravamo tanti, circa due mila convenuti da tutta la Sicilia, chiamati da associazoni ambientaliste di diversa natura, ma intenzionati tutti a favorire quella istituzione della Riserva, avvenuta un anno dopo, che avrebbe impedito in futuro che anche quel tratto di costa tra Scopello e San Vito lo Capo diventasse tale e quale a ciò che potete “ammirare” (si fa per dire) nel tratto che va da Scopello all’ingresso della attuale Riserva.

E ci riuscimmo !

Fa specie pensare che ancora la politica nostrana sia fatta da tanti sostenitori di quel modello di “sviluppo senza sviluppo” che prevede l’ulteriore (anche residua) realizzazione di volumi edilizi, e di come minoritari siano ancora i sostenitori di una urbanistica a volumi zero. Ma tant’è, siamo in Sicilia dove quando tutto cambia è solo per non cambiare niente e francamente dopo trentaquattro più venticinque anni mi riesce difficile illudermi sulle buone intenzioni degli uomini.

Vi agevolo le slides (cliccare per ingrandire)

Sinan il Giudeo quel pirata che a Castellammare lasciò una palla…

Accadde forse nel 1537 ed è, pur nella mancanza di altra documentazione certa circa la verità storica dell’avvenimento, la sola notizia di una incursione da parte dei pirati “turchi” nella terra di Castellammare del Golfo nella quale mi sia mai imbattuto.

Foto - Erasmo Pennolino

La notizia, di per se assai scarna, è contenuta nel libro di Alba Drago Beltrandi “Castelli di Sicilia”: “Del 1537 circa è un importante fatto d’armi verificatosi tra il popolo ed il pirata rais Sinam, chiamato comunemente «il giudeo», il quale terrorizzava tutta la costa depredandola. In un antico scritto si legge che «tra le altre petri di ferro colate» se ne trovava allora nel castello una più grossa «chi tirau lu judeo quanu vinni cun la sua armata in castellu».“.

L’autrice non cita la fonte, ma è verosimile che tale fonte sia da individuare in un qualche inventario dei beni rinvenuti nel castello ed allegato ad un qualche atto di successione o di investitura della baronia di Castellammare.

Non sappiamo quindi se Sinan nella circostanza sia stato ricompensato della perdita della “palla” con la conquista e la razzia della terra di Castellammare, ovvero se il suo assalto sia stato respinto con successo dai “terrazzani”.

Nave-con-cannoni

Ma chi era Sinan il Giudeo, (storpiato spesso in Sinam) detto anche l’”ebreo di Smirne” ?

Sinan era “IL PIRATA” tutto in maiuscolo, perché perfettamente rispondente al modello trasmessoci dalla letteratura e dal cinema. Barbuto, cieco da un occhio, su cui portava una benda nera legata dietro la nuca, rozzo, sanguinario, astuto e scaltro nel preparare insidie ed imboscate per le navi in mare e per la gente in terraferma, si dice fosse in grado di fare il punto in mare servendosi semplicemente d’una balestra e per tale motivo, su di lui aleggiava la fama di essere persona con poteri soprannaturali. La sua data di nascita è ignota ma non quella della morte, il giugno del 1544.

In verità Sinan tuttavia non era propriamente un pirata ma un corsaro, che è cosa differente. Come è noto il corsaro era tale perché aveva ricevuto la “patente di corsa” rilasciata da un qualche governo al contrario del pirata che agiva in proprio al di fuori di qualsiasi autorità istituzionale.
Famosi furono i corsari inglesi (sir) Francis Drake ed Henry Morgan che, rispettivamente, sul finire dei secoli XVI e XVII, assaltavano i porti spagnoli nelle Americhe e attaccavano i galeoni carichi di oro ed argento diretti verso la Spagna.
Corsaro italiano fu, propriamente Giuseppe Bavastro, mentre anche l’ammiraglio Andrea Doria fu considerato tale, e soprannominato appunto “il Corsaro”, esattamente come gli ottomani Khayr al-Din Barbarossa o Kurtoglu Muslihiddin Reis, malgrado fossero diventati regolari ammiragli della marina da guerra d’Istanbul.
Durante la Guerra dei Farrapos anche Giuseppe Garibaldi praticò la “guerra di corsa”, ottenendo regolare “lettera patente di corsa” da parte della Repubblica Riograndense.” [da Wikipedia]

A voler essere ancora più precisi è da dire che Sinan era un “corsaro barbaresco” le cui basi di partenza erano le piazzeforti disseminate lungo le coste del Nordafrica (Tunisi, Tripoli, Algeri, Salé), terre queste che gli europei chiamavano “Barberia” o stati barbareschi.

In verità, in via indiretta per così dire, già nel 1529 Sinan il Giudeo aveva avuto a che fare con Castellammare del Golfo o meglio con i suoi signori di periodi diversi i De Luna ed i Perollo, famiglie nobili sciacchitane e protagoniste del famoso “Caso di Sciacca” (1400-1529).

Dice il Savasta nella sua opera nella quale sono narrati i fatti e le cause degli accadimenti propriamente detti “Primo caso di Sciacca” e “Secondo caso di Sciacca” a proposito di questo episodio, che in qualche modo fece da acceleratore degli accadimenti, del “Secondo caso di Sciacca“:

Mentre il santo zelo dell’ arciprete non desisteva, d’interporre opportunamente gli uffici di cristiana pietà ad effetto di stabilire fra queste due potenze antagoniste una vera e ferma amicizia, accadde, che Sericono [così lo chiama il Savasta, ma un Sericono pirata non è mai esistito - ndr] Bassà [anche per questo secondo termine il Savasta è impreciso, Sinan Pascià o Sinan Bassà è un pirata attivo in epoca immediatamente successiva al nostro Sinan il Giudeo - ndr], famoso corsaro de’ Mori , chiamato il Giudeo [questa definizione e l'epoca dei fatti identifica univocamente il pirata come Sinan il Giudeo - ndr], che con una squadra di ben corredate galeotte infestava le parti meridionali della Sicilia’, avendo di notte tempo fatto sbarco di sua gente nelle spiagge di Solanto, ivi fece suoi prigionieri il barone di Solanto nel giugno del 1529, con altri suoi dieci gentiloomini e persone di servigio che con il detto barone
villeggiavano. Costoro benché tutti impugnassero le armi per la propria difesa, nulladimeno, superati da quella gran ciurmaglia, fìnalmente si arresero in potere dei barbari corsari, con sentimento universale di tutte queste parti del regno, e con pianto inconsolabile di tutti i suoi affezionati vassalli; non mancando bensì persone, che asserivano, fosse stato il barone di Vicari, e non quello di Solanto. Fatta questa famosa preda il Sericono, e costeggiando le riviere di Sciacca, a vista di quella città inalberò bandiera di riscatto, facendo intendere per un suo tamburro, quale fosse il personaggio, che esponeva all’incanto, sicuro che in questa sola città, come piena di numerosa nobiltà, e di moltissime ricchezze, poteva approfittarsi d’un gran guadagno.

II conte Luna avido ed ambizioso di gloria, ammassata una gran somma di danaro, si portò alla Galea dove presidera il Bassà Sericono, e gli espose di voler egli riscattare il barone prigioniero. Il Bassà fece allora ragunare il consiglio dei suoi sobalterni capitani, per concertare il prezzo del riscatto, e posta sul tappelo la somma offerta dal conte, dopo molti pareri, e varie risoluzioni, fu rifiutata, a causa che da quella avarissima ciurmaglia fu giudicata assai scarsa non ostante che fosse una somma molto assai ragionevole. Che però fu forzato il conte a ritornarsene afflittissimo, senza aver potuto conseguire il suo bramato fine.

Tutto il popolo era concorso spettatore sopra le muraglie della città, per godere la vista del trionfo della generosità del conte in così gloriosa impresa. Ma vedutolo ritornare senza gli applausi, ch’eran dovuti a un festivo trionfo, quale aspettava di godere, giudicò infelice la riuscita di questo attentato , onde stupito s’ammutolì. Fra la plebaglia si sentì allora un gran susurro, dicendo alcuni, che il danaro del conte non fosse stato bastante ad appagare l’ingordigia de’ barbari ed altri, che la generosità del conte pur troppo era stata ristretta ne’ limiti.

Il barone Perollo scorgendo, che il conte Luna ritornò senza nulla aver profittato, e che in segno ne dimostrava sul volto una insolita pallidezza, sentendo pure insino all’ intimo del suo cuore l’ affronto d’ una città già impegnata a questa redenzione, spinto dalla sua solita generosità, non ostante che Sericono avesse già levata la bandiera della sicureza, e che, salpate le ancore, stava già per mettersi in cammino, fece con grandissima prestezza caricare diverse barche di molti preziosi rinfreschi consistenti in bestiame, pane, vino, pollame, cose d’ortaggi, neve, e gran copia di finissima pasta, e mandò il tutto al generale Sericono; e dopo, postosi sopra una felluca superbamente addobbata, si portò egli stesso a ritrovarlo, mettendosi al rischio d’esser fatto ancor egli cattivo, e restare insieme col barone dì Solanto misera preda de’ Mori.

A veduta d’una sì nobile intrepidezza non potè far a meno il Bassa Sericono di non restar preso da gran meraviglia, e veduto avvicinarsi la felluca, ove
pei preziosi e superbi addobbi che l’ adornavano, suppose ritrovarsi qualche gran personaggio, (com’era in fatti,) diede ordine, che si arrestassero le galee, per dare a quel gran signore la dovuta udienza, e conoscere insieme la qualità d’ un soggetto così riguardevole. Arrivato Giacomo, andò Sericono ad accoglierlo su la poppa della sua galea con tratti di finissima gentilezza, porgendogli la mano, e lo condusse onorevolmente nella sua camera, ove finiti gli uffici di complimento, il Perollo offerì sé stesso, e tutta la città a quanto gli bisognasse, pregandolo ad accettare per allora quel poco rinfresco, che aveva potuto prontamente mettere in ordine, non lasciando fra questo mentre di porgere nelle mani d’un suo fidato una preziosissima borsa, con dentro una buonissima somma di moneta d’oro, acciocché la distribuisse alle ciurme di quella galea. Dopo questo pregò con tutta espressione il Bassà , che si degnasse di fargli l’ onore delle sue grazie, con liberare quel cavaliere prigioniero, per il dì cui riscatto gli esibiva tutta quella somma h
di danaro che avesse richiesta, oltre all’obbligo eterno, che gliene avria professato.
Restò il Bassà stordito a tanto grande generosità d’animo del Perollo, e mentre attendeva a chiamare ì capitani delle altre galee per tenere consìglio, Giacomo andava girando per quelle, gettandovi quantità di moneta, e facendo gridare dalla comitiva, che l’accompagnava: viva, viva il Bassà Sericono , e tutta la sua famosissima squadra.

Il Bassà, quantunque barbaro di natura, e poco avvezzo allo studio del ceremoniale della civile politica, nulladimeno era capacissimo de’ buoni tratti di cavalleria, e restando assai soddisfatto, non tanto per la splendidezza del donativo, quanto per la grandezza e generosità dell’animo del Perollo, che con tanta fiducia s’era assicuralo nelle sue mani, senza il salvo condotto, argomentò, che il Perollo era un cavaliere di alto concetto, e di grandezza piucchè sovrana. Onde restò cosi avvinto fra’ nodi de’ suoi cortesissimi tratti, che non solo gli concesse il cavaliere già fatto schiavo, ma ancora tutti gli altri dieci, che con esso erano stati ancora fatti schiavi, senza esiggerne alcuno riscatto, stabilendo di più per inviolabile legge, che nei  mari di Sciacca, incominciando da capo dì S. Marco, e terminando a capo bianco, a contemplazione del suo amore, mai avrebbe cattivato persona, né fatto danno veruno e che ognuno, che a caso in avvenire fosse stato preso dalle sue galee, lo avrebbe egli fatto restituire, postagli in fronte l’ insegna del merito del Perollo, affinchè come dalle di lui mani riconoscesse la sua libertà. Ciò detto il Bassa nel separarsi dal Perollo in segno della grande stima che egli di esso faceva, gli regalò un preziosissimo anello , coll’ ingasto d’ un finissimo diamante, incastrato a giro di grossi  smeraldi e rubini. Indi licenziati con mille onori i due baroni di Solanto e Pandolfina e fatto uno sparo festivo di artiglieria, moschetti, ed archibugi, si allontanarono continuando lo sparo da ambe le parti per tutto quel tratto. Arrivato a terra si aggiunsero i mortaretti della città, col Viva di tutto il popolo, in congratulazione della ricuperata libertà dell’amabilissimo barone di Solanto, il quale cattivò l’animo di tutti nel mostrare la sua spiritosa giovanezza imperturbabile a quel fatale accidente della sua cattività. Quindi, dimorato per qualche giorno in trattenimenti di giubilo con tutta la nobiltà di Sciacca, e specialmente col Perollo, a cui restò eternamente obbligato, si partì da Sciacca accompagnato con gran festa, per apportare colla sua presenza il sospirato consuolo a tutta la sua casa.

Singolare la circostanza della morte di Sinan avvenuta, come già detto nel giugno del 1544.
Le fonti dicono che in quell’anno Sinan dimorava a Suez e che il Barbarossa (altro celebre corsaro barbaresco e cognato di Sinan) fosse riuscito nell’opera di liberare il figlio di Sinan fatto schiavo dai cristiani quasi dieci anni prima. Sinan, quando si vide davanti il figlio sembra abbia provato una gioia tale da essere colto da un improvviso malore finendo per morire fra le braccia del figlio.

Lo scorso anno ad opera di Marcello Simoni, scrittore già vincitore del Premio Bancarella nel 2012 con “Il mercante di libri maledetti”, per i tipi della Newton Compton Editore viene pubblicato il romanzoL’isola dei monaci senza nome” che alla vicenda di Sinan e del figlio in qualche modo si ispira:

Il 12 luglio 1544 l’armata del corsaro ottomano Barbarossa mette sotto assedio le coste dell’isola d’Elba. Lo scopo è liberare il figlio ventenne del suo generale delle galee, Sinan il Giudeo, tenuto in ostaggio dal principe di Piombino. Ma il vero interesse del corsaro non è il ragazzo, ma il terribile segreto che egli custodisce. Il figlio di Sinan ha scoperto infatti di essere l’ultimo depositario di un mistero risalente ai tempi di Gesù e in grado di minare, se rivelato, le basi della fede cattolica. Ma il segreto del Rex Deus è stato occultato per oltre due secoli ed entrarne in possesso sarà tutt’altro che semplice. Il giovane dovrà seguire un’antica pista di indizi lasciata da un monaco templare, destreggiandosi tra rivalità di corsari, intrighi di corte e battaglie navali. E dovrà anche sventare il complotto della loggia dei Nascosti, intenzionata a impossessarsi dell’antico segreto.“.

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Quanti fossero interessati trovano qui il libro da comprare e un prequel ed un estratto da scaricare gratuitamente.

Un maestro della fotografia di guerra: Evgenij Chaldej

Evgenij Chaldej è considerato uno dei maestri mondiali della fotografia di guerra e il più importante fotoreporter di guerra dell’ Est europeo, pari per importanza a Robert Capa.
Celebre per le sue fotografie che documentano la Seconda Guerra Mondiale. Come il suo collega americano, Chaldej non fotografava la guerra come un reporter, quanto piuttosto come un soldato tra i soldati non sottraendosi all’uso dell’immagine costruita e di propaganda.

La sua più celebre immagine è “Raising a flag over the Reichstag”. Chaldej nell’occasione (2 maggio 1945), oltre alla sua macchina fotografica, portò con sé sul Reichstag colpito dai bombardamenti, tre fucilieri, una tovaglia rossa, una stella e una falce e martello di cartone, ago e filo.
Assemblato il tutto a mo’ di bandiera sovietica per la realizzazione dell’immagine fu necessario l’aiuto di altri due soldati. A quel punto uno dei soldati Ismailov, venne aiutato a salire sui resti di un pilone e a fissare la bandiera sovietica.
Chaldej impugnò la sua macchina fotografica e scattò un intero rullino da diverse angolazioni, e con diversi protagonisti.
L’immagine rappresenta emblematicamente, dal punto di vista russo, la vittoria finale sul nazismo.

Evgenij Chaldej era un ebreo ucraino nato nel 1917 (è morto nel 1977) ed era tra le braccia di sua madre, quando lei venne uccisa durante un pogrom antisemita. La pallottola trapassò il corpo della madre e ferì in modo serio Evgenij, che tuttavia sopravvisse. Durante la seconda guerra mondiale il padre e le sorelle furono vittime d’un eccidio di ebrei russi ad opera dei nazisti.

Nel 1948 venne licenziato dalla TASS, l’agenzia per cui aveva lavorato fino a quel momento, probabilmente a causa del risorgente antisemitismo e solo dopo la morte di Stalin poté rientrare nel giro della grande informazione, con l’assunzione alla PRAVDA, per la quale lavorò fino al 1972.

Se nel paese di origine Chaldej è rimasto sempre molto popolare, nel resto del mondo non ha avuto particolare notorietà e solo alla caduta dell’Unione Sovietica le immagini da lui realizzate hanno cominciato ad essere proposte nelle rassegne fotografiche in Europa e negli Stati Uniti.

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Comico per comico, preferisco ancora George Carlin

George Dennis Patrick Carlin era nato a New York il 12 maggio 1937e morì a Santa Monica il 22 giugno del 2008. E’ stato un comico, un attore e uno sceneggiatore.
Molto noto per il suo atteggiamento irriverente non politically correct, e le sue osservazioni sul linguaggio, la psicologia e la religione, e su altri argomenti tabù particolarmente negli USA.Il suo sketch “Seven Dirty Words” (Sette parole volgari) che tratta di sette parole volgari che nessuno dovrebbe dire in pubblico resta certamente il più noto della sua carriera, anche per le sue conseguenze giudiziarie. Infatti, Carlin fu arrestato nel 1972 durante uno spettacolo, per violazione delle leggi locali a causa della volgarità dei suoi sketch e nel 1973, un uomo sporse denuncia presso la Commissione Federale delle Comunicazioni (FCC) dopo che suo figlio ascoltò questo famoso sketch alla radio. La radio venne citata in giudizio dalla FCC per aver violato le regole concernenti l’uso del linguaggio osceno. Nel 1978, la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò che le parole di Carlin erano volgari ma non oscene, e che la FCC avrebbe avuto comunque l’autorità per vietare tali trasmissioni alla radio quando potevano essere all’ascolto dei bambini.A seguito di ciò sette parole non possono essere più pronunciate negli spettacoli televisivi e nelle trasmissioni radiofoniche americane che possano essere ascoltate dai bambini. Queste parole sono: shit, piss, fuck, cunt, cocksucker, motherfucker e tits. Questa controversia naturalmente aumentò la popolarità di George Carlin, che proseguì nei suoi spettacoli su questo tema delle parole volgari.

George Carlin era un ateo dichiarato, pur essendo stato educato secondo i dettami della tradizione cattolica e la religione fu un’altro dei suoi temi preferiti.

Qui una parte di uno spettacolo sulla pretesa umana di “salvare il mondo”.

E qui dallo spettacolo “Complaints and Grievances” del 2001 “I Dieci Comandamenti”.


E qui le sue disposizioni testamentarie:

Alla mia morte desidero essere cremato. La disposizione delle mie ceneri (spargimento in mare, terra o aria) dovrà essere determinata dalla mia famiglia (mia moglie e mia figlia) in conformità con ciò che loro sanno essere i miei pregiudizi e le mie filosofie riguardo geografia e spiritualità.
Per nessuna circostanza le mie ceneri dovranno essere conservate da qualcuno o sepolte in un luogo particolare. L’eventuale dispersione potrà essere differita per il tempo ragionevolmente necessario a prendere una decisione, ma non dovrà avvenire più di un mese dopo la mia morte.
Non desidero alcun tipo di cerimonia pubblica. Non desidero alcun tipo di cerimonia religiosa. Preferisco una riunione privata in casa mia, alla presenza degli amici e parenti scelti dalla mia famiglia (mia moglie e mia figlia). Dovrà essere estremamente informale, si dovrà suonare musica rhythm ‘n’ blues, e si dovrà ridere molto. Vaghi riferimenti alla spiritualità (laici) saranno permessi.

Aggiunta della figlia Kelly: “Non sarà permesso nominare Dio” e “Non sarà permesso dire che ‘George ci sta sorridendo da lassù in cielo'”.