Il massacro di Nanchino e la “Japanese Victory Dance in Nanjing”

Era da tempo che volevo scrivere qualcosa su un episodio della guerra cino-giapponese del 1937, il cosidetto “massacro di Nanchino”, conosciuto anche come lo “stupro di Nanchino”, e alla conoscenza del quale sono arrivato seguendo un percorso che parte da questo splendido ed affascinante video “Japanese Victory Dance in Nanjing” della durata di cinque minuti.

Nel video l’armata Giapponese celebra la conquista di Nanchino con una marcia attraverso la città distrutta.
I soldati danzano in onore degli ufficiali al ritmo dei tipici tamburi giganti giapponesi detti “Taiko”. Se ci riflettiamo, avendo una minima conoscenza dei fatti che l’hanno preceduta, si tratta di una rappresentazione atroce a coronamento di ancora più atroci accadimenti, e tuttavia è difficile non subire il fascino di questa danza, così come del ritmo dei tamburi.
Inimmaginabile invece è il cosa accade nelle menti dei prigionieri cinesi sopravvisuti al massacro che il video ci mostra costretti ad assistere a questa ulteriore violenza.

Il video è tratto dal film “Nanjing! Nanjing!” conosciuto anche come “City of Life and Death” realizzato in bianco e nero dal regista cinese Lu Chuan nel 2009.

Sul massacro di Nanchino maggiore diffusione ha avuto “John Rabe” un film del 2009, del regista Florian Gallenberger sulla vita di John Rabe, un uomo d’affari tedesco, il quale fu testimone del massacro di Nanchino.

Il 22 novembre 1937, mentre l’esercito giapponese avanzava verso Nanchino, Rabe ed altri stranieri costituirono il Comitato internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino allo scopo di creare l’area di protezione di Nanchino, per offrire ai fuggitivi cinesi alimenti e rifugio contro i militari giapponesi. John Rabe fu eletto presidente del comitato internazionale, con la speranza che la sua nazionalità tedesca e la sua appartenenza al Partito Nazista, potessero influenzare il comportamento dei militari giapponesi. Tale speranza tuttavia si rivelò vana e circa 250.000 persone poterono rifugiarsi, entro un’area sicura di 4 km², costituita da tutte le ambasciate estere, dall’Università di Nanjing e nel terreno di Rabe, dove trovarono alloggio più di 600 persone, ma solo per breve tempo.
Il 12 dicembre 1937, pochi mesi dopo lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese, la città fu occupata da divisioni giapponesi, che si resero responsabili del cosiddetto “massacro di Nanchino”: per circa due mesi i soldati nipponici si resero responsabili di esecuzioni di massa, di cui si stima un totale di vittime compreso tra le 200.000 e le 350.000 unità, unite alla violenza sessuale su circa 20.000 donne.
Nel febbraio del 1938 John Rabe, dopo essere stato costretto a lasciare Nanchino per ordine di Siemens China Co, richiamò l’attenzione sui crimini di guerra dei giapponesi in alcune conferenze a Berlino ma quando scrisse un rapporto ad Adolf Hitler, chiedendogli di intercedere presso i giapponesi al fine di cessare le atrocità, fu arrestato temporaneamente dalla Gestapo, mentre le fotografie e le riprese cinematografiche del massacro da lui effettuate furono distrutte.
da Wikipedia

Tuttavia proprio le testimonianze degli occidentali rimasti in città, e le loro foto e filmati saranno determinanti per le condanne dei generali giapponesi ritenuti responsabili del massacro.

In conseguenza del patto stipulato tra il generale MacArthur e l’imperatore Hirohito, quest’ultimo e tutti i membri della famiglia imperiale non vennero incriminati. Il principe Yasuhiko Asaka, che era stato l’ufficiale di grado più elevato presente a Nanchino nel momento in cui il massacro era al culmine, si limitò a rilasciare una deposizione alla sezione internazionale del tribunale di Tokyo il 1º maggio 1946. Negò che fosse avvenuto alcun massacro di cinesi e sostenne di non aver mai ricevuto alcuna lamentela riguardo al comportamento delle sue truppe.[39] Il principe Kanin Kotohito, che era il capo dello stato maggiore dell’esercito al momento del massacro, morì prima della fine della guerra, nel maggio 1945.
da Wikipedia

Qui il link ad un documento dell’epoca il diario e la corrispondenza di Minnie Vautrin.

Tante Italie

Ma si diciamolo, oggi il riconfermato Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferirà l’incarico per la formazione di un nuovo governo per il Paese e una certa Italia (oggi maggioritaria) sarà contenta!

Perchè che lo si voglia o meno, che lo si accetti o meno, c’è una Italia ansiosa che vuole essere certa che in cabina, alla guida del treno su cui viaggia ci sia qualcuno, un macchinista preferibilmente esperto. A questa Italia importa poco chi esso sia (ce ne son tanti macchinisti disponibili su piazza), se esso sia di destra di centro di sinistra o tutte e tre le cose insieme. E’ un’Italia che ha necessità di conferme, di rassicurazioni, di certezze. E’ un’Italia di cui un’informazione ansiogena sia che tratti di cronaca, di economia, di politica o anche semplicemente del tempo, contribuisce ad alimentare gli stati di ansia e di insicurezza.

C’è poi l’Italia della “differenziata”, quella pignola ed anch’essa insicura del “qui va l’umido, qui la carta e lì la plastica“, quella che, alla ricerca di certezze e di segni per mantenere l’orientamento, pretende rispetto dei ruoli, e coerenze tra enunciati ed azioni. Per questa Italia “questo è destra e sta qui, questo è sinistra e deve stare lì” oppure in modo ancor più più manicheo “questo è il male, quest’altro è il bene e vanno tenuti distinti“, onde evitare contaminazioni e dimenticando che anche “il male” è parte della realtà, è ineliminabile dall’oggi al domani ed ha la medesima legittimazione popolare del “bene“. Ma se gli si mettono in discussione tali certezze, allora anche questa Italia va in tilt perchè teme di smarrirsi e di rischiare di non trovare più la retta via. E’ un’Italia che ha paura di se stessa di quell’altro da se che teme riaffiori da un momento all’altro.
C’è l’Italia poi del “sono tutti uguali“, quella che si autoassegna un ruolo “altro ed oltre“, l’Italia che finge di stare fuori e da li di potere osservare senza sporcarsi le mani in attesa della bancarotta, del giudizio universale e della palingenesi. E’ l’Italia del “tanto peggio, tanto meglio“, del “sono tutti morti“. E’ l’Italia “disperante” ma non necessariamente “disperata”.
E poi ci sono io.

Castellammare del Golfo, verso le elezioni amministrative (8): Dell’amore e della morte !

Ovvero: Castellammare del Golfo come Euridice ?

Fioriscono nelle realtà locali che andranno al voto in Sicilia per rinnovare sindaci e consigli comunali, e tra queste Castellammare del Golfo, formazioni politiche che nel nome manifestano l’amore per le realtà locali in cui nascono e negli enunciati tentano, all’insegna del civismo, di cavalcare anchessi l’onda dell’antipolitica .
Così se a Custonaci nasce SìAMO Custonaci a sostegno della candidatura a Sindaco della città dei marmi dell’ingegnere Giuseppe Bica (persona non nuova alla politica), a Castellammare del Golfo si propone SìAmo Castellammare, lista civica che nasce dall’iniziativa di nove consiglieri comunali uscenti i quali vinte le elezioni del 2008 appoggiando entusiasticamente il sindaco Marzio Bresciani, in seguito lo hanno appoggiato in modo sempre meno convinto, fino a passare decisamente all’opposizione (a dimostrazione della bontà iniziale delle loro scelte) e che ora ritenendo di avere acquisito l’esperienza giusta nei passati cinque anni di mandato consiliare, si ripropongono per la rielezione nella certezza di sapere “ora” cosa fare per il futuro ed animati da tanto ma tanto amore per la nostra città.

Amore e morte: il mito di Orfeo ed Euridice

In greco i termini per dire Amore e Morte sono Eros e Thanatos tuttavia l’amore in Grecia era di volta in volta follia, mania, estasi, sofferenza, quasi sempre esperienza voluttuosa, da vivere o da rimpiangere e l’associazione fra amore e morte non è appartenuta, se non marginalmente, alla cultura greca.
La morte ed il conseguente desiderio di dissoluzione che traspare già nelle assai diffuse formule del tipo “mi fai morire!”, “ti amo da morire”, si legherà all’amore solo a partire dal Cinquecento, quando la danza macabra, malinconica e casta, propria fin li della morte, verrà trasformata in una lasciva danza erotica.
Vi è chi ha visto tuttavia nel mito di Orfeo, che scende negli inferi a pretendere la sua Euridice, una sorta di anticipazione del legame tra amore e morte, in quanto Orfeo, con la sua musica, con la sua vitalità e i suoi entusiasmi, porrebbe l’amore in contrapposizione alla morte e con tale consapevolezza scende nell’Ade a negoziare altri giorni di gioia tra se e l’amata già morta.
L’epilogo della storia è noto a tutti: Orfeo ottiene dagli dei degli inferi il permesso di resuscitare Euridice, a patto che non si giri a guardarla finché non saranno usciti dall’Ade, ma proprio sul limite Orfeo si gira e perde per sempre l’amata.

Perché Orfeo si gira ?

In una bella canzone dal titolo di “Euridice“, Roberto Vecchioni sulla scia del Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò spiega il voltarsi di Orfeo in modo non convenzionale, immaginando che ottenuto ciò che agognava Orfeo ora abbia paura che Euridice, dopo aver assaporato il freddo della morte non riesca più a scaldarsi al fuoco dell’amore, che sia insomma morta dentro, anche se apparentemente viva.

Ecco “morta dentro”, ma apparentemente viva, proprio come questa città, proprio come Castellammare del Golfo.

Euridice – Roberto Vecchioni

Morirò di paura
e venire là in fondo,
maledetto padrone
del tempo che fugge,
del buio e del freddo:
ma lei aveva vent’anni
e faceva l’amore,
e nei campi di maggio,
da quando è partita,
non cresce più un fiore …
E canterò,
stasera canterò,
tutte le mie canzoni canterò,
con il cuore in gola canterò:
e canterò la storia delle sue mani
che erano passeri di mare,
e gli occhi come incanti d’onde
scivolanti ai bordi delle sere;
e canterò le madri che
accompagnano i figli
verso i loro sogni,
per non vederli più, la sera,
sulle vele nere dei ritorni;
e canterò finché avrò fiato,
finché avrò voce di dolcezza e rabbia
gli uomini, segni dimenticati,
gli uomini, lacrime nella pioggia,
aggrappati alla vita che se ne va
con tutto il furore dell’ultimo bacio
nell’ultimo giorno dell’ultimo amore;
e canterò finché tu piangerai,
e canterò finché tu perderai,
e canterò finché tu scoppierai
e me la ridarai indietro.

Ma non avrò più la forza
di portarla là fuori,
perché lei adesso è morta
e là fuori ci sono la luce e i colori:
dopo aver vinto il cielo
e battuto l’inferno,
basterà che mi volti
e la lascio nella notte,
la lascio all’inverno…

e mi volterò
le carezze di ieri
mi volterò
non saranno mai più quelle
mi volterò
e nel mondo, su, là fuori
mi volterò
s’intravedono le stelle

mi volterò perché l’ho visto il gelo
che le ha preso la vita,
e io, io adesso, nessun altro,
dico che è finita;
e ragazze sognanti m’aspettano
a danzarmi il cuore,
perché tutto quello che si piange
non é amore.
e mi volterò perché tu sfiorirai,
mi volterò perché tu sparirai,
mi volterò perché già non ci sei
e ti addormenterai per sempre.

L’Inconsolabile
da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell’Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca).

Orfeo: E’ andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si
diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono
perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

Orfeo: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

Bacca: Qui si dice che fu per amore.

Orfeo: Non si ama chi è morto.

Bacca: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

Orfeo: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.

Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

Bacca: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

Orfeo: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

Bacca: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

Orfeo: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non
tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

Orfeo: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena.

Bacca: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani… Tu hai veduto la festa.

Orfeo: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

Bacca: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

Orfeo: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade…

Bacca: Sei disceso a cercarci.

Orfeo: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.

Bacca: Un tempo cantavi Euridice sui monti…

Orfeo: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

Bacca: Anche tu li invocavi.

Orfeo: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.

Bacca: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

Orfeo: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E’ necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

Bacca: E che vuol dire che un destino non tradisce?

Orfeo: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

Bacca: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com’è dunque che scendiamo all’inferno anche noi?

Orfeo: Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

Bacca: Dici cose cattive… Dunque hai perso la luce anche tu?

Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

Bacca: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

Orfeo: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

Bacca: Purché prima le donne di Tracia…

Orfeo: Di’.

Bacca: Purché non sbranino il dio.

su Cesare Pavese ed i Dialoghi con Leucò vi consiglio questo saggio.

Castellammare del Golfo, verso le elezioni amministrative (6): Siamo a questo punto

Un castellammarese sorpreso nel gesto del “facepalm” nel momento in cui apprende il nome di un possibile candidato a Sindaco.

Castellammare del Golfo

Elezioni amministrative 2013

Dicesi “facepalm”:

Un facepalm (a volte anche face-palm o face palm) è il gesto fisico di posizionare una mano aperta sopra il viso o di abbassare il viso all’interno di una o due mani. Il gesto è usato in molte culture come segnale di frustrazione, imbarazzo, shock o sorpresa.
Il gesto non è di recente origine, e sebbene comune, non è culturalmente universale. Jim Horne lo usò nel 1953. Da allora è diventato popolare come un meme di internet basato sull’immagine del personaggio del Capitan Jean-Luc Picard che eseguiva il gesto in Star Trek: The Next Generation nell’episodio Dèjà Q. Immagini di agenti di borsa “facepalmanti” sono state ampiamente utilizzate dai media per comunicare l’abbattimento associato ad andamenti negativi della borsa valori, e a un’ampia varietà di film considerati brutti, affari, e decisioni politiche sono state descritte come facepalms o “momenti da facepalm”. Secondo la lessicografa Susie Dent della Oxford University Press, questa versatilità è una delle ragioni per cui la parola è stata linguisticamente un “successo”.
Il gesto non è proprio solo dell’uomo. Un gruppo di mandrilli dello zoo di Colchester ha adottato un gesto simile per indicare il desiderio di evitare relazioni sociali o di essere lasciati soli“.

Di cosa muore? muore intossicato da sogni vani di democrazia, rifiuta i compromessi alla bugia. Muor contento? no, da disperato.

Cari amici ascoltatelo un momento
sta per morire e cosi’ l’ha finita
la pagliacciata che chiamava vita:
sta per morire, e ha fatto testamento.

Cristalli di pensiero, ali di vento
ululeranno cupi questa sera
salmodieranno monaci in preghiera
perche’ si in pace lui muore contento.

Di cosa muore? muore intossicato
da sogni vani di democrazia,
rifiuta i compromessi alla bugia.
Muor contento? no, da disperato.
Ma cosa importa, è giunto fino in fondo
alla sua saga triste e divertente
a una vita ridicola e insipiente;
lui muore, infine, e noi restiamo al mondo.

Vi vuole tutti, amici, al funerale
con gli abiti migliori come a festa;
sarà civile, ma ci vuole in testa
sei politici servi e un cardinale.
Vaniloqui ed incenso siano attorno
promesse non risolte, altri rumori,
non risparmiate amici peccatori
qualche laica bestemmia per contorno.
Poi ci vorrebbe qua, mi consenta,
uno stilista mago del sublime,
un vip con la troietta di regime,
e chi si svende per denari trenta;
un onesto mafioso riciclato,
un duro, puro e cuore di nostalgico,
travestito da quasi democratico
e che si sente padrone dello Stato.

E per chiusura del mesto corteo
noi tutti fingeremo un’orazione
ricordando quel povero coglione
cantando in gregoriano “marameo”.

Poi morto, sia sepolto, e con le mani
si sparga attentamente sul defunto
quello che l’ha ridotto, qua a questo punto
le utopie, i sogni, i desideri vani.
Risate di disprezzo, tutti i pianti,
momenti di dolore, gioia, d’ira,
accatastati, sia fatta una pira
e si appiccichi il fuoco a tutti quanti.

Chiudete allora i cancelli e le porte
che sgorgano un fumo tossico e letale,
che ad ogni ingenuo, come lui, fa male;
come per lui, puo’ condurre alla morte.
A noi non restera’ che andare via,
e sciogliendoci da quel mortale abbraccio
ricorderemo forse quel pagliaccio
e la sua lotta ingenua e cosi’ sia.

“Viva La Libertà” di Roberto Andò

Prima che il gallo canti… ops, quella è un’altra storia.

Prima, dicevo, del giorno in cui si celebrerà il necessario ed indispensabile lavacro rituale di ogni democrazia, le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento, sarà nei cinema di tutta Italia, a partire dal 14 febbraio, il nuovo film di Roberto Andò, “Viva la libertà“.

La storia è un mix di politica e comicità retta dalla bravura di Toni Servillo.
Nel film Servillo si sdoppia e dal ruolo di tristissimo e depresso leader simil-bersaniano che ha ridotto il suo partito al 17 per cento diventa il suo gemello pazzo, colto e allegro il quale, prendendo il suo posto, porterà il PD al 66 per cento dopo un grande comizio finale a Piazza San Giovanni.
L’espediente dei gemelli genera nel film tutta una serie di commedie legate al doppio della pazzia, dell’ingenuità e del potere.
Da vedere !

Viva La Libertà il Trailer Ufficiale

Un film di Roberto Andò
Con: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Michela Cescon, Valeria Bruni Tedeschi
dal 14 febbraio al cinema

Del MUOS ed altre cose

Sul MUOS e su cosa ha detto esattamente il ministro dell’Interno Cancelleri al Presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta, a proposito del fare eseguire la sospensione dei lavori di costruzione delle antenne del MUOS di Niscemi, leggere qui.