Processo per l’omicidio di Mauro Rostagno (10)

Udienza del 18 maggio 2011 del processo per l’uccisione del sociologo e giornalista Mauro Rostagno avvenuta nel piccolo borgo di Lenzi, fra Custonaci e Valderice la sera del 26 settembre 1988, in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Alla sbarra il boss mafioso Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per l’accusa, rispettivamente, mandante e killer dell’omicidio che sarebbe stato deciso per punire Rostagno per la sua attività giornalistica condotta attraverso l’emittente Rtc ‘Radio Tele Cine’.

Durante l’udienza vengono esaminate i testi: Pietro Amodeo, Silvana Fonte, Emilia Francesca Fonte,

Apre le audizioni l’ispettore capo della Digos Pietro Amodeo che otto anni dopo l’omicidio, nel 1996, partecipò alle indagini sulla cosidetta pista interna alla Saman, sfociata nell’operazione «Codice Rosso» coordinata dalla Procura di Trapani e che si rivelò fuorviante rispetto alle indagini sull’uccisione di Mauro Rostagno.
L’inchiesta (la cosidetta pista interna) infatti non approdò a niente di significativo e a carico dei soggetti indicati come esecutori materiali (tra i quali Cammisa Giuseppe, Marrocco Luciano, Oldrini Massimo e Rallo Giuseppe tutti soggetti i quali avevano avuto dei contrasti con Mauro Rostagno) non si accertò niente di significativo.
L’Amodeo riferisce anche sui verbali di riconoscimento fotografico (quattro) cui furono sottoposte le sorelle Fonte e sulle formalità fatte rispettare in quella sede nell’ambito di quella inchiesta.
Furono sottoposti quattro fascicoli fotografici elaborati sia dalla Digos che dal reparto operativo dei Carabinieri.
Tra i soggetti riconosciuti da uno o l’altra delle sorelle Fonte o da entrambe, riferisce l’ispettore Pietro Amodeo, vi furono un tale Genovese Giovan Battista, Oldrini Massimo, Rallo Giuseppe, Marrocco Luciano, Bonanno Giacomo e Alì Monder tutti soggetti riconosciuti ed indicati come partecipanti all’omicidio.
A conclusione di questa attività furono emessi dei provvedimenti cautelari nel corso del 1996, ma in seguito furono annullati dal tribunale del riesame.

Dopo la sopspensione vergono quindi raccolte le testimonianze delle sorelle Fonte, Silvana ed Emilia, che il 26 settembre del 1988 furono testimoni del passaggio delle auto per quella strada che porta a Lenzi.
All’epoca dell’omicidio Silvana Fonte aveva 13 anni ed Emilia Fonte 17.

“Quella sera ero sui gradini della chiesa”, ha raccontato Silvana Fonte, “all’improvviso vidi arrivare l’auto di Mauro. Era insieme con Monica Serra. Procedeva ad un’andatura più elevata rispetto a quella delle altre sere. Dietro c’era un’altra auto, una Fiat Uno, con a bordo tre persone. Non si trattava di gente del posto”.

Sollecitata dai pubblici ministeri Gaetano Paci e Francesco Del Bene a fornire una descrizione degli occupanti, la donna ha risposto: “Erano tre ragazzi. Il conducente e la persona che gli sedeva accanto avevano all’incirca venticinque anni mentre quello che stava sul sedile posteriore era più giovane”.

L’imputato Vito Mazzara aveva all’epoca dei fatti quarant’anni.

La testimonianza resa in sede di dibattimento dalla Silvana Fonte contraddice precedenti verbali di riconoscimento del 1996.
Nei verbali di riconoscimento la Fonte era certa che il soggetto ritratto in più di una delle fotografie (la 3 e la 6) mostrategli dagli investigatori fosse uno degli uomini che aveva visto a bordo dell’auto (la Fiat Uno) che inseguiva Mauro Rostagno e che sedeva accanto al posto di guida.
Imoltre la Silvana Fonte aveva ritenuto di vedere il soggetto che era seduto nella Fiat Uno, togliersi una calza da donna dal viso, quando aveva rivisto l’auto passargli davanti dopo l’uccisione di Rostagno.

E’ da notare che nel corso del dibattimento si è appreso che la foto 3 e la foto 6 ritraevano in realtà non il medesimo soggetto, ma due soggetti diversi, in particolare l’Oldrini e il Rallo.

Anche il soggetto della foto numero 7 (Genovese Giovan Battista) era stato riconosciuto, ed era anche lui a bordo della Fiat Uno, ma anche il soggetto della foto 4 (Graffeo Salvatore) al 70-75% avrebbe individuato come autista della Fiat Uno .

In sede di dibattimento la Silvana Fonte afferma invece che, “Certezze non ne ho mai date”.

Silvana Fonte aveva riferito inoltre, nel corso delle indagini, di avere visto, poco prima dell’arrivo di Mauro Rostagno, una Golf malandata, targata PA “verosimilmente di colore celeste”, imboccare la stradina che conduceva a Saman con a bordo 4 persone “dall’aria losca”.

Nel dibattimento ha sostenuto che l’episodio della Golf sarebbe avvenuto uno o due sere prima dell’omicidio intorno a mezzanotte.

La sorella, Emilia, sentita subito dopo nel corso della stessa udienza, ha confermato invece che l’avvistamento della Golf avvenne la stessa sera.

Anche Emilia Fonte riferisce del passaggio dell’autovettura di Rostagno e della Fiat Uno che tallonava la Duna di Rostagno. Riferisce inoltre di avere sentito i colpi di fucile e qualcosa di somigliante a un colpo di pistola.

La Fiat Uno, con a bordo i tre uomini, era tornata indietro, subito dopo gli spari, e si era allontanata a forte velocità.

La Golf non era invece ripassata dinanzi all’abitazione delle due sorelle. Silvana ed Emilia Fonte hanno però confermato che attraverso delle stradine sterrate, nei campi, è possibile raggiungere la strada provinciale.

Prossima udienza prevista il 25 maggio 2011 alle ore 9,30.

La precedente udienza del 04/05/2011 la trovate qui

grazie a Radio Radicale

Ragazze prima lo lasciate meglio è uno che scrive sui muri: “frullino sei il mio battito d’ali”

parola del mitico Vincenzo De Luca sindaco di Salerno riconfermato al primo turno delle scorse amministrative con il 74,42% e 66.761 preferenze per il centro-sinistra, laddove la diretta concorrente si è fermata al 17,51% con 15.715 preferenze.
Un Sindaco verace e senza sfumature dalle immense simpatie e in grado di suscitare in modo consapevole grandi antipatie, ma uno che Salerno (città del Sud in zona di camorra) con il suo realismo e la sua determinazione l’ha cambiata davvero.

Tra “imbecilli”,”animali”,”bestie”,”cafoni”,”galera”,”ciao fiorellino”,”viaggi premi in Iran”,”fustigazione”,”partito degli affari”,”farabutti”,”oltraggi alla biologia”,”sterminatori di congiuntivi”,”gigino la polpetta”,”grandissimo stressato Travaglio”,”tu dici palle”,”michelino”,”come è difficile la coerenza”,”i giornalisti pipi”,”inciviltà politivo-democratica”,Beppe Grillo saltimbanco”,”Padre Zanotelli e le tecnologie”.

Ma insomma quando mi fai diventare primario ?

Ancora a proposito del risvolto castellammarese dell’operazione “Salus iniqua” apprendiamo che non una ma due sono le società sequestrate a Castellammare del Golfo, infatti oltre alla LIFE Srl altra società sequestrata è la “IL CASTELLACCIO” di Neglia Maria & C. s.a.s.

Dalle intercettazioni emerge poi che Giammarinaro aveva, in pratica, messo le mani sulla sanità in provincia di Trapani.

Oltre alla gestione delle società che attingevano ai finanziamenti pubblici grazie al regime di convenzione dalle intercettazioni si ricava che Giammarinaro arrivava a decidere avanzamenti di carriera e nomine di primari.
Giammarinaro aveva dei “fedelissimi” nei posti-chiave dell’azienda sanitaria provinciale, primo fra tutti Giuseppe Cangemi, per anni direttore sanitario della Asl e la scelta dei sanitari da promuovere era quindi vincolata dall’appartenenza politica.
Con questo criterio sarebbero stati scelti, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, due primari assegnati agli ospedali di Alcamo e di Salemi.

Altro che meritocrazia.

I meriti professionali e i titoli non avevano alcuna rilevanza tanto che, sempre dalle intercettazioni si apprende che secondo Mimmo Turano, attuale presidente della Provincia Regionale di Trapani eletto da una coalizione sostenuta oltre che da Giammarinaro anche dal senatore D’Alì, i medici “scienziati” venivano fatti fuori in favore dei sanitari “scecchi” (asini).

In un incontro in cui veniva decisa la spartizione di posti dirigenziali nella sanità trapanese, il medico Vincenzo Borruso si rivolgeva a Giammarinaroper chiedergli: “Ma insomma, quando mi fai diventare primario ?”.
Proprio in quei giorni era stato nominato il nuovo dirigente generale dell’Asl, Fulvio Manno.
La prima preoccupazione del dottor Vincenzo Borruso era stata quella di chiedere a Giammarinaro: “Questo direttore amico nostro è ?“.
Girava voce infatti che Manno volesse “liquidare” Cangemi.
Giammarinaro tranquillizzò subito il suo amico medico con un lapidario: “Ma chi racconta queste minchiate?”.

Ma chi è questo dottor Vincenzo Borruso intimo di Giammarinaro ?

E’ lui o non è lui ?

Ma si che è lui.

*** – Update: Il documento che segue è stato reperito ed è liberamente disponibile in rete

A proposito del post “Il ramo castellammarese dell’operazione ‘Salus iniqua'”, Nino Ippolito

ci tiene a dire che:

“In riferimento al contenuto dell’articolo dell’opinionista Rino Giacalone, da voi pubblicato e in cui vengo tirato in ballo, chiedo, ai sensi della legge sulla stampa, la pubblicazione della seguente replica:
Sono stato amico di Pino Giammarinaro. E lo sono stato con fierezza, pienamente consapevole delle vicissitudini giudiziarie che lo hanno riguardato. Le responsabilità penali sono personali. E, nonostante la furia forcaiola di certi antimafiosi di mestiere che vivono e si nutrono di sospetti, non si trasmette agli amici. Inoltre la pena nel nostro ordimanento, ha valore rieducativo, non contempla la morte civile di un individuo.
Da tempo, quella con Giammarinaro, è un’amicizia troncata. Per mia scelta. Ed è, come ha ricordato lo stesso Sgarbi, di dominio pubblico. Dei motivi (per principio, perchè le amicizie non si devono giustificare) non debbo darne conto a nessuno, nemmeno a quegli investigatori che si eccitano, con lo stesso spasmo che mostrano le iene di fronte al sangue, quando annunciano che «riecheggieranno le sirene» (così si legge sul profilo Facebook di un investigatore trapanese), men che meno a mediocri giornalisti, e mi riferisco all’imponente (fisicamente) Rino Giacalone, dal quale apprendo che io avrei preso e consegnato «ordini». Circostanza letteralmemnte inventata dal Giacalone perché da nessuna parte è scritta una simile cosa. E’ una sua chiosa da mestatore e suggestionatore. Essere «citati» in una indagine non può diventare, come fa il vigliacco Giacalone, il pretesto per alimentare sospetti o attribuire, arbitrariamente, comportamenti che non non ho mai avuto. Io sono stato ascoltato come «persona informata dei fatti».
In un rapporto di amicizia non si prendono o si danno ordini. Succede nei rapporti di subalternità, come quelli della disciplina militare, che Rino Giacalone, per ragioni non solo professionali, certamente conosce meglio di me.
Il solo ordine che conosco è quello cavalleresco di San Costantino, di cui ho fatto parte parte. Per contrappormi – vanamente – all’affollato e, ahinoi, non riconosciuto, «Ordine Asinino», dove albergano tanti, boriosi e ignoranti giornalisti che coltivano la ripicca e la ritorsione.
Io prendo ordini dalla mia conscienza. Per questo ciò che si è scritto su di me è una infamia da vigliacchi. E poco importa se a scriverlo sia stato un investigatore esaltato, prevenuto o infedele o, come temo, sia piuttosto il premeditato schizzo di fango ispirato da una opinione, una ipotesi, una suggestione.
Circa un anno fa, lo stesso Giacalone, giornalista antimafia «da tavolino», scrisse su di me una serie di fandonie alle quali, non dopo avergli ricordato le ricorrenti castronerie grammaticali e sintattiche di cui é notoriamente infarcita la sua scrittura (disponibile, a richiesta, a stilare l’impietoso cahier de doléances…), replicai chiedendo la pubblicazione di una rettifica nella quale sottolineavo, tra le altre cose, il suo giornalismo «a tesi» e, peggio ancora, l’assenza di riscontro preventivo alle cose pubblicate, così come il riconoscimento del diritto di replica ai soggetti chiamati in causa.
Lui, che rimprovera continuamente ai suoi supposti avversari di utilizzare la querela come strumento intimidatorio, mi denunciò. Il magistrato ha ritenuto pertinenti le mie considerazioni e comunque nell’alveo del «diritto di critica». Giacalone, probabilmente, avrà masticato amaro, anche perchè quelle mie considerazioni contenevano giudizi sulle sue qualità professionali.
Chiedo, come si dice in questi casi – l’onere della prova. Che non è una ipotesi, e nemmeno la ricostruzione fantasiosa e arbitraria di un investigatore che interpreta piuttosto che riportare i «fatti». L’onore della prova, dunque, per capire – qualunque ne sia l’origine – il perché di questa infamia. E così difendermi da questo fango gratuito. Aspettando che l’opinionista Giacalone mi dica chi ha detto o chi ha scritto che io avrei preso «ordini».

Nino Ippolito
Addetto Stampa di Vittorio Sgarbi”

*** Nota di Diarioelettorale

Quanto sopra si pubblica per dovere, con piacere, ed integralmente per rispetto della persona Nino Ippolito e del suo diritto di replica, ove nello scritto di Rino Giacalone precedentemente pubblicato abbia ravvisato giudizi gratuiti ed offensivi sulla sua persona, ovvero il riferire di fatti e circostanze non vere o cosa ancor più grave false.

Non siamo noi in condizione di stabilire se sia scritto da qualche parte che Nino Ippolito abbia preso e consegnato ordini da e del Giammarinaro, non siamo giornalisti. Di ciò si assume la responsabilità “il giornalista” Rino Giacalone, essendo stato pubblicato il pezzo integrale, da noi solo parzialmente citato, su testata giornalistica autorevole e con ben altra diffusione di quella che può vantare un blog di provincia.

Resta il fatto che qui, nella replica da parte di Nino Ippolito si esprimono giudizi su Rino Giacalone che francamente appaiono gratuiti, non suffragati da dimostrazione di alcun tipo e che quindi vengono pubblicati integralmente solo per completezza dell’informazione, secondo il principio del “chi ha detto cosa” fermo restando la totale assunzione di responsabilità in ogni sede da parte dello stesso Nino Ippolito.

Il ramo castellammarese dell’operazione “Salus iniqua”

dice Rino Giacalone in un articolo di ricostruzione dei risvolti dell’operazione “Salus iniqua” di oggi dal titolo “Mafia, borghesia e sanita': Trapani e gli affari dell’ex onorevole Pino Giammarinaro”, a proposito dei risvolti castellammaresi dell’operazione odierna :

Chi è Giuseppe “Pino” Giammarinaro

Uno dei suoi più intimi amici il giornalista Nino Ippolito, portavoce del sindaco Sgarbi, addetto stampa dell’on. Pio Lo Giudice, e in passato anche addetto stampa dell’attuale ministro Saverio Romano quando questi era a capo dell’Udc siciliana, lo chiama “Pino manicomio” non è una offesa ma una simpatica presa in giro, perchè anche il nome di Ippolito risulta citato nelle indagini come uno di quei soggetti che portavano al Comune gli ordini di Giammarinaro. Imprenditore, presidente di Usl, deputato regionale nel 1991, Pino Giammarinaro dovette andare latitante per sfuggire ad un ordine di cattura mentre sedeva a sala d’Erocle, dal processo per mafia fu assolto, ma nel frattempo è finito condannato per peculato e concussione, sorvegliato speciale per 4 anni. Circostanze queste che nel 2001 lo hanno portato a ricandidarsi alla Regione con la lista “cuffariana” del Biancofiore, sfiorando la rielezione. Nonostante la sorveglianza speciale, venuta a cadere da poco tempo, dopo averla per intero scontata, nello stesso periodo di tempo e fino a tempi recentissimi, Pino Giammarinaro risulta avere arricchito e ampliato il quadro delle conoscenze e dei rapporti, di natura politico-affaristica, dalla sua parte una costante legittimazione del suo operato e un sostegno istituzionale e politico tali da porre poi agevolmente in essere le condotte finalizzate al controllo occulto di attività economiche nel settore della sanità beneficiarie di finanziamenti pubblici regionali, nonché al condizionamento di importanti settori della cosa pubblica e della vita politica della provincia di Trapani. Dalla sua parte imprenditori, medici, operatori sanitari e dirigenti dell’Asl oggi Asp, Giammarinaro sarebbe stato a capo di un comitato di affari per controllare una serie di strutture di assistenza convenzionate con la sanità pubblica, attraverso rpestanome, ci sono poi i capitoli di indagine relativi all’intromissione nella fase decisione circa la nomina di manager e dirigenti di servizi pubblici. Obiettivo? Ottenere tornaconti elettorali e tornaconti in denaro attraverso rimborsi che venivano elargiti a occhi chiusi di dirigenti della sanità pubblica che si raccordavano dietro le quinte con lo stesso ex parlamentare. Denaro pubblico finito nelle tasche del politico per milioni di euro hanno spiegato gli investigatori. Ma i buoni servizi della sanità gli sono anche serviti per ottenere certificati medici di comodo così da sfuggire alle reti della sorveglianza speciale.

Il delitto Capizzo

L’omicidio si delinea sullo sfondo della gestione di residenze sanitarie e centro di emodialisi tra Mazara e Salemi. Capizzo, infermiere professionale, trovato ucciso l’1 ottobre del 2002, era amministratore unico del “Centro Emodialisi Mazarese”, dove Giammarinaro sarebbe stato socio occulto. Capizzo in passato avrebbe anche “curato” la latianza del deputato quando era ricercato per mafia, ne custodiva denaro e libretti, raccogliendo denaro per agevolarlo, L’omicidio non ha avuto mai una chiara pista, è rimasto senza colpevoli, ma gli affari sono emersi bene e oltre al Cem riguardano altri centri, Life e Villa Letizia, fittiziamente intestati ad un ex vice sindaco di Castellammare, Francesco Cacciatore, alla moglie di questi Maria Neglia, a Stefano Liuzza, per il centro Salus, Antonino Maniscalco ancora per la Cem, Nicolò Domenico Ardagna che da autista dell’onorevole divenne per suo conto proprietario terriero, Ardagna dipendente della Salus era poi componente del collegio sindacale della cooperativa Villa Letizia. Nei rapporti tra Giammarinaro e Cacciatore, presidente del Cda di Villa Letizia, c’è una intercettazione nella quale si sente parlare della creazione di un fondo in nero per un miliardo di vecchie lire. Nella coop Villa Letizia compaiono anche i nomi del figlio di Giammarinaro, Francesco, e della segreteria dell’ex politico Mirella Robino.

Giammarinaro e la politica. Le storie del sindaco Sgarbi e del deputato Lo Giudice. I rapporti col ministro Saverio Romano

Alle ultime regionali Giammarinaro sostenne la candidatura dell’on. Giuseppe Lo Giudice ex presidente dell’ordine dei medici di Trapani. Dopo la sua elezione questi si rese conto che sarebbe stato un burattino nelle mani di Giammarinaro. Ma non solo si vide chiedere il pagamento di 200 mila euro da parte dell’on. Giammarinaro per spese elettorali. Quella che sembrava semmai una vera e propria tangente. Sentito dagli investigatori, Lo Giudice ha comuinciato a delineare uno spaccato incredibile. E da questo punto in poi l’inchiesta potrebbe avere presto sviluppi ben oltre la Sicilia:
infatti mette in luce i rapporti di Giammarinaro con l’attuale ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, e con Vittorio Sgarbi, di cui Giammarinaro sarebbe stato stato uno dei principali sponsor per
l’elezione a sindaco di Salemi. Dai suoi vecchi amici di partito Cuffaro e Romano, però, Giammarinaro ha lo stop alla ricandidatura per le regionali del 2008 per via del suo status di ex sorvegliato speciale. Lo racconta il medico Pio Lo Giudice, che viene prescelto per candidarsi al suo posto e che, ammetterà poi, si rese conto di essere diventato un “burattino” nelle sue mani. Agli inquirenti Lo Giudice racconta di aver avuto da Giammarinaro la richiesta di 200 mila euro per le spese da questi sostenute per campagna elettorale. E quando chiese a Romano un rimborso dal partito per le spese elettorali seppe che erano già stati erogati 40.000 euro consegnati a Giammarinaro.”

tutto l’articolo qui

Salemi: uccelli senza zucchero per Giammarinaro

“Infiltrazioni mafiose al Comune di Salemi” – Maxisequestro al politico sponsor di Sgarbi
Il tribunale di Trapani ha messo i sigilli all’impero economico di Giuseppe Giammarinaro, ex deputato regionale ed ex sorvegliato speciale, che aveva sostenuto la candidatura del critico d’arte.
I giudici: “Ha condizionato l’attività amministrativa”. La polizia e la finanza accusano Giammarinaro di aver gestito attraverso prestanome una rete di società che ha intascato milioni di euro di contributi dalla sanità pubblica.
Applicata per la prima volta la norma sul “sequestro anticipato” prevista dal nuovo pacchetto sicurezza

di SALVO PALAZZOLO per La Repubblica

Nell’ottobre 2009, il fotografo Oliviero Toscani l’aveva detto senza mezzi termini ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo: “Mi sono dimesso dall’incarico di assessore della giunta di Vittorio Sgarbi, a Salemi, perché mi sono reso conto che il contesto territoriale, che mi permetto di definire mafioso, non mi consentiva di operare in maniera libera e autonoma nell’amministrazione comunale”. Toscani mise a verbale un nome, quello di Giuseppe Giammarinaro, ex deputato regionale democristiano ed ex sorvegliato speciale, da sempre uno dei potenti della politica trapanese: “Partecipa alle riunioni della giunta – rivelò l’assessore dimissionario – Giammarinaro assume anche decisioni, senza averne alcun titolo”.
Adesso, le indagini della divisione anticrimine della questura di Trapani e dei finanzieri del nucleo di polizia tributaria dicono che Giammarinaro avrebbe continuato ad esercitare il suo potere politico non solo sul Comune di Salemi, ma soprattutto sulla sanità trapanese. Per questa ragione, il tribunale Misure di prevenzione di Trapani ha emesso un provvedimento di sequestro anticipato di beni nei confronti dell’esponente politico, così come proponeva il questore Carmine Esposito.

I sigilli sono scattati per un patrimonio da 35 milioni di euro: è costituito innanzitutto da undici società che gestiscono centri di analisi, di emodialisi e di fisiotetapia, poi anche case famiglie e centri per anziani. Secondo la magistratura, un impero economico costruito attraverso una rete di prestanome. Il provvedimento del tribunale riguarda anche conti correnti, appartamenti, terreni e auto di lusso.

Nel 2000, l’esponente politico era stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ma adesso il tribunale di Trapani ritiene che le nuove indagini, coordinate da Giuseppe Linares (l’ex capo della squadra mobile oggi a capo della divisione anticrimine), abbiamo messo in evidenza “nuovi indizi” di relazioni di Giammarinaro con Cosa nostra. Il collegio presieduto da Alessandra Camassa parla nel provvedimento di “metodo mafioso” che l’ex fedelissimo di Totò Cuffaro avrebbe usato nei suoi rapporti con gli amministratori del Comune di Salemi.

La scorsa estate, il sindaco Vittorio Sgarbi aveva litigato pubblicamente con Giammarinaro. La rottura era avvenuta sulla destinazione di alcuni fondi. Intanto, continuavano ad arrivare pesanti minacce di morte al primo cittadino di Salemi. Prima, una testa di maiale recapitata al comando di polizia municipale; poi, una carcassa di cane lasciata nei pressi dell’ufficio di gabinetto. Le indagini della Procura antimafia di Palermo non sono mai riuscite a individuare gli autori delle intimidazioni, ma nel provvedimento di archiviazione il pm Carlo Marzella ha scritto: “E’ emerso un intenso e costante condizionamento dell’attività amministrativa del Comune di Salemi da parte di Giammarinaro”.

Emblematico, un episodio, scoperto grazie alle intercettazioni disposte dalla Procura. Il 16 ottobre 2009, l’assessore Caterina Bivona chiamò il sindaco Sgarbi per informarlo che la prefettura di Trapani sollecitava l’assegnazione di un terreno confiscato al boss Salvatore Miceli. Sul tavolo del primo cittadino c’erano le richieste di “Slow food” e dell’associazione “Libera”. Ma Giammarinaro voleva che il bene andasse all’Aias: l’assessore lo disse chiaramente a Sgarbi.

In un’altra intercettazione, il vice sindaco Antonella Favuzza confida a un amico che il bilancio del Comune di Salemi è stato fatto a casa di Giammarinaro, dove l’assessore Bivona e il consigliere Lorenzo Bascone avrebbero portato i documenti dell’amministrazione per modificare alcuni capitoli di spesa.

Fra qualche giorno, il tribunale sarà chiamato a confermare il sequestro e a decidere su un’altra richiesta del questore di Trapani, che sollecita l’obbligo di soggiorno per Giammarinaro, fino al 2015.

Cambia … Todo Cambia

Mercedes Sosa

Tutto cambia

“Cambia ciò che è superficiale
e anche ciò che è profondo
cambia il modo di pensare
cambia tutto in questo mondo.
Cambia il clima con gli anni
cambia il pastore il suo pascolo
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia il più prezioso brillante
di mano in mano il suo splendore,
cambia nido l’uccellino
cambia il sentimento degli amanti.
Cambia direzione il viandante
sebbene questo lo danneggi
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia.
Cambia il sole nella sua corsa
quando la notte persiste,
cambia la pianta e si veste
di verde in primavera.
Cambia il manto della fiera
cambiano i capelli dell’anziano
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi,
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.
E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.
Cambia, tutto cambia…”.

Quel finestrino del treno, le banche il nucleare e l’Europa

Leggendo il post di Phastidio su “Cos’hanno in comune banche e centrali nucleari?“, ed alle risposte simmetriche e parallele dell’Europa che conta circa come e fino a che punto sottoporre a stress test le banche e le centrali nucleari, non ho potuto non pensare alla ben nota barzelletta in cui lo studente pur di sfuggire ad una sorte che gli appare segnata si rifiuta fino all’estremo di abbassare il maledetto finestrino.

Questa è la barzelletta:

Universita’. Esame di Fisica. Il professore: – Lei e’ in treno. Fa caldo. Che fa? – Mah, apro il finestrino. – Bravo! Mi calcoli la variazione di entropia provocata da questo evento. – Entropia… ma io… forse mi servirebbe qualche dato in piu’… – No. Non serve nessun dato ulteriore. Lo studente, imbarazzato, cade inesorabilmente in una classica “scena muta”. – Lo sa o no? – domanda il professore. – Beh… io… veramente… – No? E dopo un altro breve momento di imbarazzante silenzio, il professore, seccato, esclama: – Va bene, vada! E il povero studente viene sbattuto fuori senza troppi complimenti. Entra il secondo, cosi’ il terzo, poi il quarto e il professore insiste con la stessa domanda, ma ottiene sempre lo stesso triste risultato.

Entra l’ultimo studente e il professore ripropone lo stesso quesito: – Lei e’ in treno. Fa caldo. Che fa? E lo studente con sicurezza: – Mi tolgo la giacca. – Si, va beh, ma fa ancora caldo, che fa? – Mi allento la cravatta. – Si, certo, ma fa ancora caldo. Che fa? – Mi sbottono la camicia. A questo punto il professore assume un tono molto seccato: – Si, ho capito, ma fa ancora molto molto caldo. Che fa? E lo studente: – Senta, prof, puo’ fare tutto il caldo che vuole, ma io quel maledetto finestrino non lo apriro’ mai!

e questo il post dell’ottimo Phastidio:

Cos’hanno in comune banche e centrali nucleari?

La risposta è semplice: un’Unione europea che finga di sottoporle a stress test. Sono infatti ancora in alto mare i negoziati tra Commissione europea e paesi membri per la definizione degli eventi da considerare per testare la resistenza degli impianti nucleari ad eventi catastrofici.

In particolare, due tra i paesi più nuclearizzati, Francia e Regno Unito, si oppongono all’inclusione negli stress test di eventi quali l’impatto di un aereo con un impianto nucleare, come invece suggerito da Austria (paese che non ha centrali nucleari) e Germania. La Francia sostiene che la minaccia di un evento in stile 11 settembre non era tra quelle ipotizzate nel solenne comunicato col quale la Ue, lo scorso 25 marzo e a due settimane dalla catastrofe di Fukushima, aveva annunciato gli stress test. Evidente che Parigi punta solo su eventi sismici ed idrogeologici, rispetto ai quali ritiene di sentirsi tranquilla. Oltre al fatto che testare lo schianto di un aereo su una centrale finirebbe con mettere in decommissioning tutti i 143 impianti esistenti in Europa

Per il momento, i colloqui proseguiranno a livello di delegazione nazionale di più basso profilo, già dal meeting di Praga del 19 e 20 maggio prossimi. Nel frattempo, il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, pare differenziarsi dal commissario all’Energia, il tedesco Guenther Oettinger, e parla solo di testare “il più ampio spettro di scenari, naturali e creati dall’uomo”.

Nel caso gli stress test producessero risultati negativi per alcuni impianti, peraltro, la decisione sull’azione da intraprendere rimarrebbe confinata in ambito nazionale. Perché, come noto, anche gli esiti di incidenti nucleari catastrofici, assieme ai migranti, verranno sottoposti a controlli doganali in deroga al Trattato di Schengen.

E quindi, fuor di sarcasmo, che attendersi? Semplice: come per le banche si è tenuto accuratamente fuori dagli stress test l’evento che per esse più si avvicina all’11 settembre (un default sovrano in Eurolandia), anche in questo caso è verosimile attendersi che nessun aereo riuscirà mai a schiantarsi su una centrale nucleare europea o, se ciò accadrà, non si andrà al di là di un ultraleggero.

Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo !

Diciamoci la verità Massimo Gramellini è uno che si legge con piacere, e questa volta parafrasando papa Pio VII, “non potevo, non volevo e non dovevo” esimermi dal riproporvi il suo, “Cosche dell’altro mondo”, su La Stampa di oggi.

Cosche dell’altro mondo

Da giorni sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero. Che non è vero che domenica scorsa, a Torre Annunziata, la processione del santo patrono si sia fermata davanti alla casa di un noto camorrista della zona per rendergli pubblico omaggio. Che non è vero che l’arcivescovo di Castellammare, monsignor Felice Cece, abbia minimizzato la sottomissione della sua comunità al signorotto feudale, affermando che la sosta non intendeva omaggiare il camorrista, oh no, ma la chiesa di Santa Fara. Che non è vero che l’arcivescovo abbia continuato ad arrampicarsi sui muri, nonostante il sindaco Luigi Bobbio gli avesse prontamente replicato che la chiesa di Santa Fara si trova dieci metri prima della casa del camorrista e che rimane chiusa quasi tutto l’anno. Ma soprattutto sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero, non può essere vero, che la conferenza dei vescovi italiani (Cei) – dotata di riflessi felini quando tratta di intervenire su coppie di fatto, fine vita o fecondazione artificiale, all’alba del quinto giorno dagli incredibili avvenimenti di Castellammare non abbia ancora sentito il bisogno di far sentire pubblicamente la sua voce. Anche solo per ricordare che Gesù non è morto in croce per andare a inginocchiarsi duemila anni dopo davanti alla porta di un camorrista.

Per favore, qualcuno mi dica che tutto questo non è vero. Che siamo in un Paese evoluto abitato da cittadini e da arcivescovi evoluti. Vero?

Che bugiarda Letizia Moratti !

Una cosa è certa che nel dibattito conclusivo su Sky tra Letizia Moratti sindaco uscente e ricandidata, e l’avvocato Giuliano Pisapia i due maggiori tra gli sfidanti per la poltrona di sindaco di Milano, quello della Moratti è stato un autogol clamoroso che la sbugiarda nero su bianco non solo in relazione al falso clamoroso relativo alla persona dello sfidante avvocato Pisapia, ma che ne compromette la credibilità relativamente alle vicende passate dell’amministrazione milanese ed alla bontà e trasparenza dei suoi programmi futuri per Milano.

Il fattaccio sta tutto in questo video

La Moratti dice: “E’ stato dalla corte d’assise giudicato responsabile di un reato, il reato di furto di un veicolo che sembrava, che doveva essere un veicolo per il sequestro e il pestaggio di un giovane. Corte di Assise sentenza della corte di Assise giudicato responsabile ed amnistiato. L’amnistia non è assoluzione.” .

Cosa è accaduto realmente:

L’avvocato Giuliano Pisapia il 7 ottobre 1980 a seguito delle rivelazioni del pentito Roberto Sandalo venne arrestato e subì quattro mesi di detenzione preventiva fino al febbraio 1981, quando gli venne concessa la libertà provvisoria.

L’accusa era quella di partecipazione semplice a banda armata e di avere partecipato alla progettazione di un sequestro di persona.

Nel 1982 sarà prosciolto in istruttoria dal reato di partecipazione a banda armata e rinviato a giudizio per il progettato sequestro.

Ma interverrà l’amnistia e anche per questo reato l’avvocato Pisapia non sarà condannato.

Tuttavia l’avvocato Pisapia nonostante l’amnistia, presentò appello che fu accolto.

La III Corte d’Assise d’Appello di Milano presieduta dal dott. Luigi Maria Guicciardi nel procedimento n.76 del 1985 ha infine assolto Giuliano Pisapia per non aver commesso il fatto.
La sentenza alle pagine 1562 e 1563 recita: “In conclusione non vi è prova – né vi sono apprezzabili indizi – di una partecipazione del Pisapia, sia pure solo sotto il profilo di un concorso morale, al fatto per il quale è stata elevata a suo carico l’imputazione di furto, dalla quale l’appellante va pertanto assolto per non aver commesso il fatto“.

Tale sentenza di assoluzione con formula piena è passata in giudicato ed è quindi definitiva … come la figuraccia della Moratti.