Il cane dell’ortolano

Molte sono le eredità delle dominazioni che si sono succedute in Sicilia e che continuano a vivere nel presente anche a distanza di secoli.

Edifici, usi, cibi, espressioni verbali e modi di dire.

Anni fa per esempio con un amico ci si interrogava su quale fosse il partito trasversale più consistente a Castellammare del Golfo e si concludeva con l’ascrivere al “Partito del Cane dell’ortolano” la stragrande maggioranza del popolo castellammarese. E’ noto infatti il detto per cui il cane dell’ortolano “non raccoglie” e “non fa raccogliere”.

Ora se di tale attegiamento vogliamo dare la paternità ad una delle tante dominazioni, sembra proprio che essa debba essere attribuita agli spagnoli.

El perro del hortelano“, è il titolo di una nota commedia del barocco spagnolo, di uno dei massimi autori mondiali Lope Félix de Vega y Carpio , nato a Madrid nel 1562 ed ivi scomparso nel 1635.

L’opera e la vita di Lope hanno entrambe dell’incredibile e quanti vorrano trovano qui parecchio.

Ne “El perro del hortelano” la protagonista principale, è una donna, Diana, la contessa di Belflor, donna forte, volitiva, capricciosa, aggressiva ed, a volte, anche molto stizzosa. E’ famosa in città per non aver mai accettato, nonostante i molti pretendenti (tra cui anche due nobili, Federico e Ricardo), la corte di nessun uomo.

Nella sua casa, una sera si sentono molti rumori e si vede un cavaliere scappare.
Sconvolta dall’ardire di quest’uomo e credendo fosse qualcuno che voleva sedurla, Diana si mette sulle tracce dell’uomo che ha osato entrare di soppiatto, nella notte, in casa sua.
Scopre che il cavaliere non era lì per lei ma per una sua dama, Marcela.
Diana scopre che l’uomo era il suo segretario di fiducia, Teodoro.

Da quel momento, mille peripezie accadranno a tutti i personaggi, primo fra tutti Teodoro che si scoprirà oggetto di un ‘tira e molla’ incredibile da parte della contessa, la quale scopre di essere gelosa di lui e si rende conto che il fatto di non poterlo avere (perché di ceto sociale inferiore al suo) scatena in lei un’invidia che la porta ad abusare del suo potere, impedendo a chiunque altra (nella fattispecie Marcela) di poter avere il bel segretario.

Proprio come il cane dell’ortolano.

La capricciosa Diana non sceglie da subito cosa fare del suo sentimento per Teodoro e quindi, lo attira a sé ma quando lui si interessa a lei, Diana si “raffredda”, cambia idea e si allontana.

Dal canto suo, Teodoro non sa che pesci prendere e se per un verso è interessato alla contessa, dall’altro, vedendosi rifiutato, pensa che non avrà mai speranze e torna dalla “suo pari”, Marcela.
Lei, se all’inizio lo accetta, alla fine gli fa capire che si è stancata del suo doppio gioco.

Teodoro si ritrova in un colpo senza ex-fidanzata e anche senza quella “nuova” e potenziale.

Ma le cose subiranno alterne vicende e tra un tentato omicidio ordito dai due pretendenti di Diana ai danni di Teodoro, tra un tira e molla dell’indecisa contessa ed un abuso di potere per separare Marcela e Teodoro, l’opera termina con un finale in “controtendenza”, dovuto all’abile ‘trovata’ del servo picaro Tristán (personaggio tipico della commedia del ‘600 e mutuato dalla commedia classica), ed in parte ad un mutamento negli eventi che condurranno all’epilogo.

Dalla commedia per la regia di Pilar Mirò è stato tratto nel 1996 un film dal medesimo titolo, premio Goya 1997.

Gian Luigi Rondi, su “Il Tempo” del 2 Settembre 1998 così si è espresso:

“‘Il cane dell’ortolano’, commedia in tre atti e in versi, è un classico del teatro spagnolo del Seicento. Scritto da Lope de Vega, un autore fantasioso e prolifico intento sempre a trattare i suoi temi preferiti, l’amore e l’onore, con attenzioni modernissime per la psicologia, prendeva lo spunto dal ritornello di una canzone dell’epoca in cui si diceva che il cane dell’ortolano ‘non mangia e non fa mangiare’. (…) Al centro ogni personaggio, e non solo i principali, ha il suo segno, pronto ad avvincere con i suoi casi e a stupire per le anticipazioni psicologiche che ad ogni scena propone. Con classe, con stile, con calore. E con un linguaggio cinematografico che, pur non nascondendo il palcoscenico da cui prende le mosse, riesce ad essere disinvolto e dinamico perfino nei duetti e nei monologhi. Un film colto, perciò, che a chi non lo conosce rivelerà un Grande come Lope de Vega. Il cinema è anche questo, non solo Pieraccioni.

Questo il Trailer.

Ma detto questo, perche qualcuno ritiene di potere ascrivere anche “Diarioelettorale” al “Partito del cane dell’ortolano” ?

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